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Addio Rossana ed Ore Liete… Benvenuti nel meraviglioso mondo degli IDE

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È notizia di questi giorni che la Nestlé, multinazionale svizzera proprietaria fra l’altro del marchio e degli impianti della Perugina, ha deciso di cedere la produzione delle caramelle Rossana e dei biscotti assortiti al cioccolato Ore Liete, due classici della fabbricazione dolciaria dell’azienda.

Alle preoccupazioni e richieste di chiarimenti da parte di enti pubblici ed operai, preoccupati della sorte dello storico stabilimento di produzione di San Sisto, alle porte del capoluogo umbro, la direzione della Nestlé ha ribattuto che l’azienda opera queste cessioni per potersi concentrare economicamente sul rafforzamento del Bacio, promettendo un investimento di 60 milioni di euro in tre anni per rilanciare internazionalmente il famoso cioccolatino ed il marchio Perugina.

Al di là delle belle parole resta che la Nestlé, da quando ha acquisito nel lontano 1988 gli stabilimenti e gli impianti dell’azienda dolciaria, si è comportata come tutte le multinazionali che acquisiscono un industria: scarsi investimenti produttivi, se non di mantenimento e sostituzione impianti, tentativi di peggiorare le condizioni di lavoro, ristrutturazioni e tagli per mantenere alta la redditività anche in cicli economici non espansivi, abbandono dello sviluppo di prodotti nuovi o con bassa redditività e concentrazione di risorse sulle linee di prodotti a più alta redditività.

Queste furono le parole dell’allora Ministro per l’Industria Adolfo Battaglia a commento dell’acquisizione di Buitoni-Perugina da parte della Nestlé:

“è un fatto che rientra nella logica della libera economia e dell’internazionalizzazione, che vale in tutti i sensi. Se gli italiani a suo tempo sono stati contenti dello sbarco di De Benedetti in Belgio, ora devono accettare anche l’eventualità opposta di un acquisizione di aziende italiane effettuata da un gruppo estero, piaccia o non piaccia.”

Ora, se da un punto di vista squisitamente macroeconomico il discorso è corretto all’interno di un sistema globalizzato e liberista, fa un po’ specie che un ministro di una Repubblica fondata sul lavoro non si ponga assolutamente il problema appunto del lavoro, ovvero quali garanzie l’azienda avrebbe dato riguardo ai livelli occupazionali. Ed infatti già nel 1996 iniziano i problemi: l’azienda presenta un piano di 320 esuberi (200 in produzione sia nei settori zucchero e biscotti; 60 nella logistica; 40 tra gli impiegati nello stabilimento di San Sisto, oltre lo smontellamento definitivo del Centro Direzionale di Fontivegge, quartiere di Perugia, composto da 20 addetti) da mettere in mobilità per “interventi di riorganizzazione e di semplificazione operativa” ed un progetto di terziarizzazione di alcune linee produttive, a fronte però  (notare la similitudine) di un impegno di 50 miliardi nel triennio per valorizzare il “dolce” Bacio attraverso iniziative commerciali e di sviluppo del prodotto, tese all’ulteriore affermazione sia in Italia che sui mercati esteri, “utilizzando meglio le potenzialità del network internazionale Nestlé”. Curiosa coincidenza con le attuali dichiarazioni, no?

Nel 2003 l’azienda annuncia l’avvio delle procedure di licenziamento per 220 lavoratori, quasi tutte donne (e le donne erano state la grande rivoluzione ed il punto di forza della fabbrica, come la fiction su Luisa Spagnoli ha mostrato), licenziamenti che i sindacati leggono come una ritorsione per le richieste presentate in sede di rinnovo contrattuale, contrarie alla flessibilizzazione dell’orario di lavoro. L’azienda ribatte che non ci sarà alcun disimpegno della Nestlé Italia per quanto riguarda il polo produttivo dolciario di Perugia-San Sisto. In una nota si precisa che il sito produttivo di San Sisto svolge infatti un ruolo primario nell’attività di Nestlé, e che nel 2002 lo stabilimento ha prodotto oltre 30.000 tonnellate di prodotti dolciari incrementando la produzione di oltre il 10% rispetto all’anno precedente.

Questo fatto dei licenziamenti pur in presenza di aumento della produzione e degli utili la si ritrova in tutte le controversie che riguardano gruppi internazionali. Ecco ad esempio un caso recente, ma se ne potrebbero citare molti altri, prova che non vi sono ragioni concrete economiche a livello locale per tali decisioni, ma che mettersi nelle mani di multinazionali estere, significa stare a logiche globali dove si è una semplice pedina sacrificabile. Fortunatamente questa volta l’azienda riesce ad arrivare ad un accordo con i sindacati che scongiura il licenziamento.

Nel 2012 l’azienda, questa volta a causa della crisi economica che colpisce il Paese, propone un patto generazionale: se i lavoratori accetteranno un calo di orario e di stipendio l’azienda assumerà subito i loro figli (part time e ad orario flessibile). Praticamente, come commenta la proposta Sara Palazzoli, segretaria generale della Flai Cgil Umbria, “la più grande multinazionale alimentare del mondo ci propone di ridurre le ore di lavoro per i padri e per i figli, creando in questo modo due nuovi poveri”. La proposta viene respinta.

Ed arriviamo ad oggi con lo smantellamento e cessione delle linee produttive delle caramelle Rossana, dopo novant’anni di successo e vendite sempre elevate, e dei biscotti Ore Liete, assortimento in diretta concorrenza soprattutto con la tedesca Bahlsen. La ragione come detto è data dalla volontà  di concentrarsi sul brand Bacio Perugina, per un suo rilancio mondiale. Peccato che il Bacio non sia più quello

Come i più attenti golosi avranno da tempo notato e come conferma in questa intervista a Il Giornale riportata anche dal sito Perugia Today una ex lavorante ora in pensione, Concetta Spitale, la Nestlé, per cercare di abbattere i costi e massimizzare i profitti, da qualche anno ha cambiato l’impasto e gli ingredienti del famoso cioccolatino, peggiorandone la qualità, non usando più la classica granella, usando un cioccolato meno fondente e soprattutto non mettendo più la classica nocciola intera piemontese, ma una meno pregiata nocciola estera (probabilmente tunisina). Piccole modifiche che mostrano però il mancato rispetto di una tradizione di eccellenza e cura della materia prima, tipico di una multinazionale.

L’atto di accusa della Spitale è un atto di accusa ad una logica lontana dall’interesse sul prodotto: ad esempio, riferisce la ex lavorante che “in azienda si sono avventurate delle persone nuove che però non capiscono molto di cioccolatini” e che “già nel 1990 dicevamo che la Perugina con la Nestlé sarebbe finita a produrre solo i Baci, abbandonando tutto il resto delle produzioni.” perché la multinazionale ha una filosofia precisa: “vuole gestire solo piccoli marchi sicuri, per questo ha ridotto la Perugina al solo “Bacio”.”.

Ecco, benvenuti nel meraviglioso mondo delle acquisizioni estere, tanto apprezzate da Renzi, dove si acquistano gioielli di aziende cresciute grazie alla capacità ed alla passione per la qualità tutta italiana e, sfruttandone la meritata fama ed i marchi, si impoverisce man mano la qualità e si restringe il campo di azione per spremere il succo, o in gergo economico, massimizzare il profitto, salvo poi lamentarsi della naturale perdita di appeal dell’azienda e chiedere sacrifici economici ai dipendenti con la minaccia di chiuderla o dislocarla, approfittando però prima degli strumenti di tutela per socializzare le perdite.

Un film purtroppo visto ormai tante volte.

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