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A che servono i “grandi” intellettuali italiani?

C’è una domanda che dovrebbe tormentarci: servono ancora i grandi intellettuali italiani? Anzi, riformuliamola: a cosa servono “questi” intellettuali? Intendo, quelli che fanno parte, per meriti talvolta insondabili o indicibili, dei giri “giusti” e “alti” della informazione ufficiale. Forse una volta – quando ancora c’era un minimo di separatezza tra i cosiddetti poteri forti e la grande stampa – l’intellettuale poteva ambire a una sua funzione utile: quella di ri-orientare il pensiero dei lettori in una direzione critica, e sovente contestatrice, rispetto al potere costituito. Ma oggi?

A che diavolo servono i “grandi” intellettuali, le prime firme dei giornaloni, gli editorialisti di punta? Se il loro compito si riduce a quello di rinforzo a tutte le narrazioni del sistema informativo, anzi “formativo”,  a reti unificate, quale contributo possono aggiungere a un dibattito pubblico sempre più ingessato e sclerotico? La tentazione forte sarebbe quella di rispondere: a niente. La creme de la creme intellettuale italiana non serve a nulla. Se non, magari, a conferire una sorta di altezzosa legittimazione postuma, “letteraria” per così dire, a tutte le decisioni prese a monte da chi, dietro le quinte, gestisce la regia dello show.

Ma allora un altro quesito, ancora più gravido di risposte inquietanti, potrebbe fare capolino: qual è la diversità tra la classe intellettuale di un paese “liberale” e “democratico” come il nostro, e l’intellighenzia di un regime “conclamato” tipo quelli del Novecento? In una dittatura, gli intellettuali servono a “nobilitare”, sul piano culturale e accademico, le scelte di chi comanda. Ma noi viviamo in una liberal-democrazia, giusto? Nella nostra beneamata Repubblica (nata dalla Resistenza, eccetera eccetera) i veri intellettuali dovrebbero poter e saper “vedere” le cose non dette, sbrogliare i legami taciuti, svelare gli altarini nascosti. Un po’ come il bambino del “Sesto senso” vedeva “la gente morta”.

E dovrebbero aiutare, poi, il popolo a vedere a sua volta. Invece, oggi accade il contrario: è più facile che l’evangelico cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che il mondo sia compreso e spiegato dal più elevato ceto intellettuale di questa nazione. Il quale consolida in tutti i modi possibili e immaginabili lo storytelling “ufficiale”. E lo fa, badate bene, per inerzia, senza accorgersene. Finendo per scivolare, inavvertitamente, su un piano parallelo, e finto, di cui deve però quotidianamente attestare  l’esistenza.

Esempi, più o meno recenti: pensate a Gianni Riotta e alla sua amnesia sull’articolo 1 della Costituzione (“La sovranità appartiene al popolo”) in un indimenticabile siparietto con l’economista Antonio Maria Rinaldi. Oppure a Ernesto Galli della Loggia e a un suo articolo di spalla in prima pagina del Corriere di venerdì 13 novembre 2020 dove il nostro scrive: “Bisognerebbe tornare alla costituzione originaria. Intendo quella in vigore dal 1948 al 2001”. Ma non per ovviare all’obbrobrio dell’euro, del pareggio di bilancio, della umiliante subordinazione di Roma a Bruxelles. Piuttosto, secondo il professore, per togliere poteri alle Regioni.

O, infine, pensate a una recente intemerata di Beppe Severgnini verso coloro i quali oseranno opporsi al prossimo vaccino: bollati come “no-vax” contro i quali il Governo dovrebbe “tirare dritto” (qualsiasi cosa questa sinistra espressione significhi). E allora torniamo alla domanda di partenza: a che servono i grandi intellettuali italiani? Soprattutto se si limitano a certificare, anzi a “legittimare”, lo status quo (in tutte le sue forme e declinazioni) come occhiuti notai; se, in altre parole, fanno a gara per “non” vedere le cose morte. Sul tavolo restano solo due possibilità: o essi non servono come coscienza critica di una democrazia. O non viviamo più in una democrazia.

Francesco Carraro
www.francescocarraro.com


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