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THE NEW DRIVERS OF EUROPE’S GEOPOLITICS

The New Drivers of Europe’s Geopolitics

Ancora un articolo di George Friedman, che val la pena di riassumere.

La crisi finanziaria cominciata nel 2008 ha oggi fatto nascere un “fondamentale dissenso sul modo come il problema debba essere risolto. All’ingrosso, vi sono due narrative.

La versione tedesca, quella che è divenuta convenzionale in Europa, è che la crisi del debito sovrano è il risultato delle politiche sociali irresponsabili in Grecia, il Paese che ha il più grande problema del  debito. Queste politiche dannose includevano le baby pensioni per gli impiegati dello Stato, sussidi di disoccupazione eccessivi, e così via. I politici si erano procurati dei voti dilapidando risorse in programmi sociali che il Paese non poteva permettersi, non erano capaci di reprimere adeguatamente l’evasione fiscale,  e non erano riusciti a promuove il duro lavoro e l’industriosità.  Dunque, la crisi che stava minacciando il sistema bancario aveva le sue radici nell’irresponsabilità dei debitori.

Un’altra versione, che appena circolava nei primi giorni ma che è molto più credibile oggi, è che la crisi sia il risultato dell’irresponsabilità della Germania. Questa, la quarta economia del mondo per grandezza, esporta l’equivalente di circa il 50% del suo prodotto interno lordo, perché i consumatori tedeschi non possono sostenere la sovradimensionata produzione industriale. Il risultato è che la Germania sopravvive su questo boom di esportazioni. Per la Germania, l’Unione Europea – con la sua zona di libero scambio, l’euro e i regolamenti di Bruxelles – è un mezzo per mantenere le sue esportazioni. I prestiti che le banche germaniche hanno fatto a Paesi come la Grecia dopo il 2009 avevano lo scopo di mantenere la domanda per le sue esportazioni. I tedeschi sapevano che questi debiti non potevano essere rimborsati, ma volevano continuare a far rotolare il barattolo lungo la strada ed evitare di affrontare il fatto che il loro vizio di esportare non poteva essere mantenuto.

Se accettate la narrativa tedesca, la politica che dovrebbe essere seguita è quella di imporre alla Grecia di far ordine a casa sua. E ciò significa continuare ad imporre l’austerità ai greci. Se è corretta la narrativa greca, il problema è invece la Germania. Per por termine alla crisi, la Germania dovrebbe moderare il suo appetito per l’esportazione e cambiare le regole europee sul commercio, sulla valutazione dell’euro e sui regolamenti di Bruxelles. In definitiva non dovrebbe vivere al di sopra dei propri mezzi. Ciò comporterebbe la riduzione delle proprie esportazioni nella zona di libero scambio che ha un’industria incapace di competere con quella della Germania.

Fino ad oggi è la narrativa tedesca, quella che è stata di gran lunga la più accettata”. In Grecia si è cercato di applicare le ricette reputata giuste e “la situazione si è dimostrata peggiore di quella che appariva, dal momento che vi erano molti impiegati di Stato che non erano stati licenziati ma avevano visto i loro emolumenti tagliati drasticamente, per alcuni addirittura dei due terzi”.

“L’effetto dei tagli governativi sulla Grecia è stato molto più grande di ciò che ci si aspettava”. Nel corso di parecchi anni, “la disoccupazione in Grecia è salita al di sopra del 25%”, cioè è “più alta della disoccupazione che si ebbe negli Stati Uniti durante la Depressione”.

“Quale che sia la versione cui credete vera, cuna cosa è certa: la Grecia è stata posta in una situazione impossibile quando si dichiarò d’accordo per un piano di rimborso che la sua economia non poteva sostenere. Questo piano l’ha affondata in una depressione da cui non si è tutt’ora ripresa, e i problemi si sono propagati ad altre parti dell’Europa.

C’è una profonda fede che l’Unione Europea e al di là di essa le nazioni aderenti alle regole europee si sarebbero nel tempo riprese. Ma siamo nel 2015, e la situazione non è migliorata e vi sono sempre più movimenti, in parecchi Paesi, che si oppongono alla prosecuzione dell’austerità. Questa sensazione che l’Europa sta sgretolandosi è stata visibile nella decisione della Banca Centrale Europea della scorsa settimana di allentare l’austerità facendo aumentare la liquidità nel sistema. A mio parere, è troppo poco e troppo tardi; il quantitative easing avrebbe forse potuto funzionare per una recessione, ma l’Europa meridionale è in depressione. E questa non è soltanto una parola. Significa che l’infrastruttura delle imprese che sono capaci di utilizzare il denaro è stata distrutta, e dunque l’effetto del quantitative easing sulla disoccupazione sarà limitato. Ci vuole una generazione per ricuperare dopo una depressione. Cosa interessante, la Banca Centrale Europea ha escluso la Grecia dal programma del quantitative easing, dicendo che il Paese è fin troppo indebitato per permettersi di correre il rischio di prestiti della sua banca centrale”.

“Virtualmente ogni Paese europeo ha sempre più movimenti che si oppongono all’Unione Europea e alle sue politiche”. “Podemos in Spagna, per esempio, e naturalmente Syriza in Grecia”. “La Grecia è stata vista come un caso isolato, ma è di fatto la punta trainante e avanzata della crisi europea. Fu la prima a fronteggiare il default, la prima ad imporsi l’austerità, la prima a fare l’esperienza del peso brutale che gliene cadde addosso ed ora la prima ad eleggere un governo impegnato a por fine all’austerità. Di sinistra o di destra, questi partiti stanno minacciando i partiti tradizionali dell’Europa, che i le classi medie e basse vedono come complici della Germania nel creare il regime d’austerità”.

Ora Syriza cerca di negoziare un nuovo programma, per il suo debito, e “C’è una ragione per credere che potrebbe avere successo. Ai tedeschi non importa se la Grecia lascia l’euro. Ma la Germania è atterrita dal fatto che i movimenti politici che si sono messi in moto porranno un termine o impediranno la zona di libero scambio”. “La Germania, drogata di esportazione, ha un bisogno disperato della zona di libero scambio”.

“Il problema non è l’euro. Al contrario, il primo reale argomento da affrontare è l’effetto di default strutturati o non strutturati nel sistema bancario europeo e come la Banca Centrale Europea, impegnata a far sì che la Germania non sia coinvolta nei debiti degli altri Paesi, lo risolverà. Il secondo, e ancor più importante problema, è ora il futuro della zona di libero scambio. Avere frontiere aperte sembrò una buona idea, durante gli anni della prosperità, ma la paura del terrorismo islamico e la paura degli italiani che competono con i bulgari per i pochi posti di lavoro disponibili, rendono sempre meno probabile che si continuino a sopportare quelle frontiere aperte. E se le nazioni possono erigere muri per le persone, allora perché non erigere muri per le merci, in modo da proteggere le proprie industrie e i propri posti di lavoro? Nel lungo termine, il protezionismo danneggia l’economa, ma l’Europea si deve occupare di molte persone che non hanno nessun lungo termine, davanti, che sono decadute dalle classi medie ed ora si preoccupano di come faranno a dar da mangiare alle loro famiglie.

Per la Germania, che ha bisogno del dal libero accesso ai mercati europei per sostenere la sua economia dipendente dall’esportazione, la perdita dell’euro sarebbe la perdita di un utensile per governare il commercio all’interno e all’infuori dell’eurozona. Ma il sorgere del protezionismo in Europa sarebbe una calamità. L’economia tedesca vacillerebbe, senza quelle esportazioni.

Dal mio punto di vista, il problema riguardante l’austerità è superato. La Banca Centrale Europea  ha posto termine al regime d’austerità, se pure controvoglia, la scorsa settimana, e la vittoria di Syriza ha provocato un terremoto attraverso il sistema politico europeo, benché l’élite degli eurocrati la tratti come un caso isolato. Se ne deriveranno come risultato dei defaults europei – strutturati o non strutturati –  la questione dell’euro diventerà un argomento interessante ma non critico. Ciò che diverrà il vero problema, e ciò che sta già diventando il vero problema, è il libero scambio. Questo è il nocciolo del concetto europeo, ed è il prossimo argomento nell’agenda, nel momento in cui la narrativa tedesca perde credibilità e la narrativa greca la sostituisce nella posizione di saggezza prevalente”.

“Una zona di libero scambio nella quale il perno centrale non è un importatore netto non può funzionare. E questa è esattamente la situazione in Europa. Il suo perno è la Germania, ma piuttosto che servire come motore della crescita, essendo un importatore, essa è divenuta la quarta più grande economia nazionale esportando metà del suo pil. E questo non è affatto sostenibile.

Vi sono dunque attualmente tre elementi motori in Europa. Uno è il desiderio di controllare i confini – nominalmente per controllare i terroristi islamici ma in realtà per limitare il movimento degli immigranti in cerca di lavoro, inclusi i musulmani. Il secondo, vi è un conferimento di poteri agli Stati nazionali in Europa da parte della Bce, che sta attuando il suo programma di quantitative easing operato attraverso le banche nazionali, che potranno soltanto ricomprare il loro debito nazionale. Il terzo, è la base politica che si sta dissolvendo sotto i piedi dell’Europa.

La questione riguardante l’Europa ora non è se essa manterrà la sua forma attuale, ma in che moda questa forma cambierà radicalmente. E la questione più spinosa è sapere se l’Europa, incapace di mantenere la sua unione, vedrà un ritorno del nazionalismo con le sue possibili conseguenze”.

“La questione più importante nel mondo è se i conflitti e le guerre sono stati veramente banditi o se viviamo soltanto un interludio, se abbiamo una seducente illusione. L’Europa è la regione singola più prospera del mondo. Il suo pil totale è più grande di quello degli Stati Uniti. Essa tocca l’Asia, il Medio oriente e l’Africa. Un’altra serie di guerre cambierebbe non soltanto l’Europa ma l’intero mondo.

Già soltanto parlare di guerra in Europa sarebbe stato assurdo pochi anni fa, e, per molti, è assurdo ancora oggi. Ma l’Ucraina è assolutamente parte dell’Europa, come lo era la Yugoslavia. La fiducia degli europei che tutto questo ormai è superato, e il sentimento dell’eccezionalità europea, possono essere giustificati. Ma nel momento in cui le istituzioni europee si disintegrano, non è troppo presto per chiedere che cosa avverrà in seguito. La storia raramente fornisce la risposta che uno si aspetta, e certamente non la risposta che uno sperava”.

(Traduzione e riassunto di Gianni Pardo)

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The New Drivers of Europe’s Geopolitics is republished with permission of Stratfor.”

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