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1864: quando l’Italia spostò la capitale da Torino a Firenze per volere della Francia
Nel 1864 l’Italia fu costretta a spostare la Capitale da Torino a Firenze per compiacere le pretese della Francia di Napoleone III. Un viaggio alle origini dei nostri “vincoli esterni” tra diplomazia, rivolte di piazza e una sovranità a sovranità limitata.

La Convenzione di Settembre, sottoscritta il 15 settembre 1864 tra il Regno d’Italia e il Secondo Impero francese, costituisce uno degli episodi più rivelatori della natura non lineare e profondamente condizionata del processo di unificazione nazionale. A soli tre anni dalla proclamazione del Regno (1861), la cosiddetta “questione romana” permaneva come il principale nodo irrisolto, al tempo stesso territoriale, politico e simbolico.
Roma continuava a essere la capitale dello Stato Pontificio, sotto la sovranità di Pio IX, e protetta da un contingente militare francese presente stabilmente dal 1849. La permanenza delle truppe di Napoleone III non rappresentava soltanto un fatto militare, ma configurava un vincolo geopolitico di primo ordine: essa precludeva qualsiasi iniziativa italiana e rifletteva, al contempo, una precisa esigenza di politica interna francese, dove la difesa del Papa costituiva un elemento imprescindibile per il mantenimento del consenso cattolico.
In tale contesto si colloca l’azione del governo presieduto da Marco Minghetti, il quale tentò di sciogliere il nodo romano attraverso uno strumento eminentemente diplomatico. L’intesa raggiunta con Parigi si articolava in un delicato equilibrio di concessioni reciproche: da un lato, la Francia si impegnava al ritiro progressivo delle proprie truppe entro due anni; dall’altro, l’Italia garantiva formalmente il rispetto dell’integrità territoriale dello Stato Pontificio, rinunciando a qualsiasi iniziativa militare contro Roma.
Il fulcro politico dell’accordo risiedeva tuttavia in una clausola di natura simbolica e strategica insieme: il trasferimento della capitale da Torino a Firenze entro sei mesi. Tale disposizione, lungi dal configurarsi come una mera scelta amministrativa, rappresentava un segnale inequivoco rivolto alle cancellerie europee, volto a certificare la rinuncia — quantomeno temporanea — a Roma quale capitale del Regno. In altri termini, l’Italia accettava di ridefinire il proprio baricentro politico per ottenere un margine di manovra sul piano internazionale.
La designazione di Firenze rispondeva a criteri di ponderato equilibrio. Già capitale del Granducato di Toscana e annessa al Regno nel 1860, la città presentava una collocazione geografica più centrale rispetto a Torino, risultando al contempo meno esposta alle pressioni francesi e priva della carica simbolica che avrebbe comportato una scelta immediatamente riconducibile a Roma. Tuttavia, ciò che sul piano diplomatico appariva come una soluzione razionale, sul piano interno si tradusse in una profonda frattura politica.
A Torino, prima capitale del Regno, il trasferimento fu percepito come una vera e propria espropriazione di ruolo e prestigio. Le tensioni sfociarono rapidamente nei violenti tumulti del 21 e 22 settembre 1864, passati alla storia come i “moti di Torino”. La repressione, affidata alle forze armate, fu particolarmente dura e provocò un elevato numero di vittime, segnando una cesura netta tra il governo e una parte significativa dell’opinione pubblica.
La crisi assunse in breve tempo un carattere istituzionale. Il governo Minghetti, travolto dalle conseguenze politiche dell’accordo e ormai privo del necessario sostegno, fu indotto alle dimissioni il 28 settembre 1864 su impulso diretto di Vittorio Emanuele II. La successione fu affidata a Alfonso La Marmora, chiamato a ricomporre l’ordine interno e a garantire l’attuazione degli impegni internazionali assunti.
L’episodio illumina con particolare chiarezza l’assetto costituzionale dell’Italia post-unitaria. In assenza di un pieno parlamentarismo, l’esecutivo risultava ancora strettamente dipendente dalla volontà della Corona, che esercitava un ruolo determinante nella formazione e nella caduta dei governi. La crisi del 1864 non fu infatti il prodotto di una dinamica parlamentare compiuta, bensì l’espressione di un intervento diretto del sovrano, coerente con l’impianto dello Statuto Albertino.
Sul piano internazionale, la Convenzione di Settembre si configura come un caso emblematico di sovranità condizionata. Il Regno d’Italia, pur formalmente indipendente, si trovò nella necessità di modulare le proprie scelte strategiche in funzione degli equilibri tra le grandi potenze europee, accettando vincoli che ne limitavano l’autonomia decisionale. In tal senso, l’accordo con la Francia non rappresentò un episodio isolato, ma l’espressione di una più ampia dinamica di subordinazione negoziale.
Non è improprio, in questa prospettiva, cogliere nella vicenda del 1864 un tratto ricorrente della storia italiana: la persistente incidenza dei vincoli esterni nel determinare le scelte fondamentali di politica nazionale. Dalla gestione della questione romana fino agli sviluppi successivi della politica economica e internazionale, l’Italia ha più volte operato entro margini di autonomia ristretti, condizionati dal contesto geopolitico di riferimento.
La soluzione della questione romana fu infatti rinviata a un mutamento degli equilibri europei. Solo nel 1870, con il crollo del Secondo Impero francese a seguito della guerra franco-prussiana, venne meno il principale ostacolo esterno. Il ritiro delle truppe francesi consentì l’intervento militare italiano, culminato nella presa di Roma il 20 settembre 1870 e nella sua proclamazione a capitale del Regno nel 1871.
In prospettiva storica, la Convenzione di Settembre rivela come l’unificazione italiana sia stato il risultato di una complessa interazione fra dinamiche interne e vincoli internazionali. Il trasferimento della capitale da Torino a Firenze non fu dunque il prodotto di una scelta autonoma e lineare, bensì l’esito di una decisione profondamente condizionata, che rifletteva la necessità di adattarsi a un sistema internazionale dominato dalle grandi potenze.
Essa costituisce, in definitiva, una testimonianza paradigmatica della difficoltà italiana nel tradurre la sovranità formale in autonomia sostanziale, evidenziando come il processo di costruzione dello Stato nazionale sia stato, sin dalle origini, segnato da una tensione costante tra aspirazioni politiche interne e vincoli esterni.
Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.








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