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PATTI CHIARI E AMICIZIA LUNGA. IL MISTERO DELLA MANOVRA “NON RESTRITTIVA” (da Orizzonte48)

 

 

Vi presentiamo un ottimo articolo di Orizzonte48 sulla possibilità reale che i “Compagni” europei concedano a Gualtieri quello che non hanno concesso ad altri, in una situazione per l’Italia politicamente complessa ed economicamente problematica. Originale su Orizzonte48

Buona lettura

1. Una riflessione sintetica sui saldi prevedibili della manovra per il 2020.
Partiamo dalla situazione attuale che, entro poche settimane, dovrebbe essere resa nota attraverso la nota di aggiornamento al DEF.
Il deficit tendenziale per il 2019, scaturente dalla trattativa per l’uscita (peraltro temporanea; cioè, espressamente definita at this stage” nella nota del 3 luglio scorso dalla Commissione) dalla procedura di infrazione per violazione della regola del DEBITO (non del deficit-disavanzo), viene accreditato dalla Commissione, sempre salva ulteriore attenta sorveglianza, al 2,04.
Ciò esattamente in linea con il saldo dichiarato in sede di approvazione condizionale della manovra a dicembre 2018; questo risultato di millimetrica compliance, come sottolinea sempre la Commissione, è dovuto all’adozione da parte dell’allora governo del decreto-legge di assestamento di bilancio, implicante una correzione fiscale “for 2019 amounting to €7.6 billion or 0.42% of GDP in nominal terms“.
2. Quanto tale consolidamento, sia pure a legislazione vigente, possa incidere (negativamente) sulla crescita nella seconda parte dell’anno, ancora non sappiamo. Quel che sappiamo è che il secondo trimestre ha registrato per l’Italia una crescita pari a 0, che peraltro si riflette in un decremento del PIL anno su anno (su base giugno) dello 0,1% (così il bollettino Istat pubblicato il 30 agosto).
Il trend espansivo dell’azione fiscale, dunque, sia in termini di spesa pubblica che di prelievo tributario nel loro complesso, risulta perciò “certificato”, per l’esercizio in corso, come nullo, ovvero, a rigore, come orientato a un leggero consolidamento; essendo il deficit per il 2018 ormai assestato a 2,1 (un trend 2019 oggettivamente pro-ciclico, sia pure in misura lieve, in una fase di stagnazione manifestatasi almeno a partire dall’ultimo trimestre del 2017).
3. Anzi, la solerzia fiscale nell’attenersi ai saldi e alle correzioni imposte dalla trattativa con la Commissione (sia a dicembre che a giugno), secondo le “fonti” del MEF riprese da Reuters il 2 settembre scorso, farebbe attestare il deficit per il 2019 (addirittura) all’1,9%.
Se tale stima informale sarà confermata lo sapremo appunto con il NADEF il 27 settembre; ma in quella sede si forniranno altri dati, tra cui, non secondario, quello relativo alla misteriosa crescita stimata per il 2019; stimata ma non necessariamente ottenuta e, tantomeno, giustificabile con evidenza lineare, a fronte di un aggiustamento fiscale di 0,42% del PIL, rispetto agli stanziamenti effettuati con la manovra approvata a dicembre.
Circostanze, queste ultime, che, a rigore di logica elementare, potrebbero rompere il fragile equilibrio della crescita prossima allo zero del primo semestre, e far registrare un inizio di leggera (ulteriore) recessione già negli ultimi trimestri del 2019. Visti anche i dati negativi sulla produzione industriale acquisiti fino a luglio, e il contributo zero alla crescita dato, almeno fino al primo semestre dalle varie componenti del PIL (incluse le esportazioni e i consumi e con un +0.3 degli investimenti fissi lordi, compensato però da un pari contributo negativo delle scorte…); ma ciò fotografa la situazione prima del suddetto consolidamento di “tregua” con la Commissione.

4. Ciò premesso, esaminiamo la situazione politico-negoziale emersa dall’ultimo Ecofin informale con riguardo alla situazione di bilancio italiana: il succo conclamato, sia da parte italiana che degli interlocutori europei è che “l’Italia rispetta e rispetterà le regole“.
Ora, le regole hanno, anzitutto, come riferimento de factoun deficit tendenziale 2020 – cioè “inerziale”, in quanto a legislazione vigente, che notoriamente include l’applicazione dell’aumento dell’IVA per 23 miliardi, sulla carta, a partire dal 2020 – all’1,6.
Ebbene: la prima e più certa regola che si dovrà applicare, in assenza di condizioni e circostanze di eccezionale concessione della flessibilità, è quella di una correzione del deficit di almeno 0.6% del PIL, in ottemperanza al percorso verso l’obiettivo di medio termine di saldo strutturale (per il raggiungimento del pareggio).
Questa è la regola principale, applicativa del patto di stabilità e crescita (fiscal compact) quale risultante dalla Comunicazione della Commissione del 13 gennaio 2015, ampliata (per certi versi, in questa sede secondari) dalla Posizione Comune del Consiglio Ecofin del febbraio 2016: per quanto ci riguarda, infatti (v. tabella riassuntiva nel documento linkato), essendo considerato sostanzialmente colmato l’ouput-gap, siamo nella situazione di “congiuntura normale”, e, in particolare, sotto la duplice condizione di “divario tra prodotto effettivo e potenziale < 1,5” e di “debito superiore al 60 o rischio di sostenibilità”, a cui corrisponde appunto una correzione fiscale > 0,5% del PIL.
5. Muovendo dunque da un deficit stimato a 1,9 per il 2019, il corrispondente saldo per il 2020 dovrebbe essere posto (almeno) all’1,3.
Quindi, “rispettare le regole”, – serenamente o meno che sia (trattasi di scelte circa l’atteggiamento psicologico con cui si conduce il negoziato e si giustifica poi davanti al Paese la propria scelta di negoziazione)-, implica l’applicazione della “clausola IVA” e, aggiuntivamente, di un consolidamento fiscale di 0,6% (attenzione: se benevolmente la Commissione non si impunta sulla violazione della regola del debito e non richiede, legittimamente secondo le regole, uno “sforzo” ulteriore, minacciando una procedura di infrazione).
Le due voci in gioco, nella misura del consolidamento fiscale, ammontano all’incirca a totali 33 miliardi (23 per la clausola IVA e oltre 10 miliardi di aggiustamento “minimo dovuto”). Quasi 2 punti di PIL. L’effetto recessivo di un simile consolidamento fiscale in una condizione di crescita 0, o di lieve recessione già in atto, è facilmente immaginabile.
6. Occorre poi rammentare che la stessa Comunicazione del gennaio 2015 (che con humor involontario si intitola “Sfruttare al meglio la flessibilità consentita dalle norme vigenti del patto di Stabilità e Crescita”), ammette la c.d. flessibilità ma a rigorose e non ripetibili condizioni:

“il Vademecum della Commissione europea sul PSC(6chiarisce che questa ipotesi, definita di adeguamento del percorso di consolidamento di bilancio, secondo la disciplina del Six pack del 2011, non si traduce in una sospensione a tempo indefinito del consolidamento delle finanze pubbliche, bensì nella riprogettazione del percorso di avvicinamento, su basi specifiche per il singolo Paese, al fine di tener conto delle circostanze eccezionali di una grave crisi economica nell’area euro o nell’Unione, ovvero di un evento inconsueto al di fuori del controllo dello Stato.

In tali circostanze, dunque, le descritte deviazioni temporanee possono essere consentite ex ante oppure possono non essere prese in considerazione ex post.”
Questa è la limitata operatività della “flessibilità” per “eventi eccezionali”, che, in quanto tali, non sono considerati legittimamente ripetibili e riutilizzabili, essendo tale il senso della “eccezionalità” e della ristretta temporaneità della deviazione ammessa (in un singolo esercizio e salvo percorso di pronto recupero).
Questo è allora il senso della supposta “apertura” alla flessibilità per il nuovo governo, nel quadro del “rispetto delle regole”, su cui, appunto, molto formalmente si dichiara una generica disponibilità da parte della Commissione e dei vari “responsabili” della fiscalità dell’EZ, inclusi i c.d. paesi “core” in sede di Ecofin, ad es; Bruno Le Maire, ha ribadito l’attualità delle regole e delle condizioni di loro rispetto, esortando semmai la Germania ad effettuare politiche di investimenti per il rilancio della propria crescita, ma senza aprire ad alcun flessibilità extra-regole per l’Italia; e così, nella sostanza, si sono schierati sia Centeno che Dombrovskis che la Von Der Leyen.
7. Dunque, allo stato, il rispetto delle regole non consentirebbe la ulteriore concessione di flessibilità per i titoli, praticamente tutti quelli previsti, già utilizzati dall’Italia negli anni passati.
I media riportano che l’attuale ministro dell’economia, conterebbe su una flessibilità concessa per investimenti “verdi” e nell’economia digitale per “contrastare il cambiamento climatico“: ma tali voci, secondo le regole, non sono legittime condizioni eccezionali di concessione della flessibilità.
Ed infatti, poiché entrambe tali voci (economia verde ed economia digitale) sono da anni nell’agenda delle politiche industriali dei paesi Ue, ed anche oggetto di numerose direttive di imminente recepimento obbligatorio, – negoziate ed accettate dall’Italia senza sollevare particolari riserve e senza muovere obiezioni sulla sostenibilità economica e fiscale della loro applicazione-, risulta quantomeno forzato, se non improprio, che questi obblighi di recepimento, ben noti e in tal guisa (de plano) negoziati, possano essere addotti come “basi specifiche per il singolo Paese, al fine di tener conto delle circostanze eccezionali di una grave crisi economica nell’area euro o nell’Unione, ovvero di un evento inconsueto al di fuori del controllo dello Stato”.
Poche cose sono più certe del recepimento delle direttive Ue che si sono per anni negoziate: e qualificarle come “evendo inconsueto al di fuori del controllo dello Stato”, senza aver sollevato in alcuna fase e sede obiezioni circa il loro impatto, è una pretesa logicamente debole, giuridicamente contraddittoria e che, semmai, indica una preventiva impossibilità ad adempiere gli obblighi di cui ci si assume il vincolo nella fase ascendente, cercando di prevenire una serie inevitabile di future procedure di infrazione.
8. La conclusione interlocutoria (cioè salvi colpi di scena puramente “politici” e quindi extra-regole) a cui si può pervenire, dunque, è che, tenuto conto del contesto, quand’anche considerato politicamente più amichevole, l’applicazione delle regole, così concordemente richiamata sia da parte del nostro governo che dai più fondamentali interlocutori con cui si troverà a trattare, implica un consolidamento fiscale di 33 miliardi in condizione di sempre più probabile (lieve…per ora) recessione. Nell’ambito del rispetto delle regole, a questa prospettiva, come direbba la Thatcher, non ci sono, all’orizzonte, alternative (TINA).
8.1. Certo, si può ottenere una moratoria di un anno (come da taluni riportato) nell’applicazione della regola dell’aggiustamento dello 0,6%: ma sarebbe una sostanziale e vistosa violazione delle regole (perlaltro, non inusuale per altri paesi membri dell’EZ, come dimostrano gli annosi casi dei deficit consentiti della Francia, della Spagna e del Portogallo…ai quali però, per vari motivi non sempre coerenti, non si imputa la sistematica violazione della regola del debito).
Una violazione concordabile a livello politico, elargibile per una (inusitata, almeno finora) amicizia praeter legem.
Ma di cui, sinceramente, non si vedono le premesse nell’atteggiamento delle istituzioni e dei principali partners dell’eurozona; che infatti sono particolarmente attenti a separare il tema dell’attuale rispetto delle regole di bilancio e di sorveglianza sui paese dell’EZ da quello dell’eventuale loro riforma...non necessariamente in senso meno restrittivo:…anzi, privilegiante un’assistenza Ue, in caso di recessione, crisi bancarie e difficoltà legate ai corsi delle varie emissioni di titoli pubblici, che prevede il default-ristrutturazione del nostro debito pubblico (e prevedibilmente delle esiziali voragini nei bilanci delle banche italiane, con un conseguente pericolo di bail-in per milioni di correntisti e risparmiatori).
E anche qui, non risulta che l’Italia, nella c.d. fase ascendente, abbia almeno tentato di fermare il percorso di adozione che, cominciato negli anni scorsi, è stato praticamente definito tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 2018 (senza obiezioni di merito da parte dei rappresentanti del governo italiano) e portato alla sua imminente deliberazione preliminare di adozione nello scorso giugno.

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