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Immigrazione economica all’europea, ovvero fare i conti senza l’oste

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Le notizie dell’assalto a Colonia ed in altre città tedesche di decine di donne da parte di uomini dall’aspetto arabo o nord africano (come risulta dalle testimonianze e dai filmati delle scene) porta pesantemente in primo piano il problema della gestione dell’immigrazione economica.

L’Europa e l’Italia in particolare ormai da anni è diventata il terminale di flussi migratori che solo in minima parte possono essere definiti di rifugiati (come abbiamo visto in questo studio) o di scampati a guerre e massacri, ma che sono composti prevalentemente da persone che cercano fortuna economica o che sono stati mandati via, per vari motivi, dai Paesi dove avevano trovato lavoro (come accaduto in Libia).

L’accoglienza di questi flussi non regolati e spesso non controllabili è diventato un business lucroso e ha contribuito ad alimentare quello che è diventato un vero e proprio mercato dei migranti. A ciò si è aggiunto l’interesse di alcuni imprenditori in una riserva di manodopera disponibile ed a buon mercato, anche per tenere bassi i salari dei lavoratori locali, soprattutto in agricoltura e nelle produzioni ad alta intensità di lavoro, e l’interesse di alcuni politici nel precostituirsi un bacino elettorale “riconoscente” per le facilitazioni concesse e per l’accesso privilegiato ai servizi pubblici, sanità in primis.

La Germania per bocca del capo di Daimler, Dieter Zetsche ha ad esempio ammesso di aver bisogno di manodopera “nuova, giovane e motivata” (magari a basso costo) per sostenere le proprie produzioni ed alcuni studi europei hanno indicato gli immigrati come una risorsa imprescindibile, anche per sostenere il nostro sistema pensionistico.

A parte le considerazioni sulla realtà è sulla correttezza di tali valutazioni, tutte queste posizioni europee di apertura totale ed incondizionata agli immigrati, anche in nome di un non ben compreso internazionalismo ed un concetto distorto di tolleranza ed accoglienza che porta a volte a rinnegare le proprie tradizioni per non offendere quelle degli altri, non hanno fatto i conti con un fattore psicologico, tanto importante, quanto misconosciuto: lo shock culturale.

I migranti che vengono dai Paesi arabi e nord africani, spesso con una cultura non elevata, vengono catapultati senza alcuna preparazione in un mondo totalmente alieno. I nostri usi e costumi, che si sono formati in un centinaio circa di anni di lotte sociali, culturali e politiche, sono non solo difformi da quelli dei paesi di origine degli immigrati, ma sono soprattutto incomprensibili e fonte di fraintendimenti culturali.

Per tornare all’episodio delle violenze e degli stupri di Colonia, il fatto, riferito da molte vittime, che fossero circondate da uomini e costrette a camminare in una specie di “corridoio della vergogna”, lungo il quale venivano palpeggiate ed insultate al grido di “puttane” è perfettamente spiegabile dal fatto che, per degli uomini cresciuti e formati dalle usanze sociali arabe, una donna non velata, non vestita decentemente, con atteggiamenti considerati sguaiati  (ricordiamoci che era Capodanno e l’alcool scorreva) e soprattutto non accompagnata dal marito o dal fratello, ma, sola, con un semplice amico o in compagnia di altri uomini, non può essere altro che una prostituta o comunque una donna senza onore che può quindi essere trattata senza rispetto. Non si può pretendere da persone che hanno vissuto fino a poco prima in una società rigidamente controllata, con divieti sociali precisi a base religiosa (non dimentichiamo che l’Islam è una religione che determina rigidamente il comportamento personale e sociale in ogni ambito ed occasione, per questo fa presa su poveri ed oppressi che hanno bisogno di una guida sicura per trovare un senso alla propria vita, cosa che il Cristianesimo non riesce più a fare) che queste possano valutare improvvisamente con mente aperta quello che per loro è un comportamento riprovevole e da disprezzare. Essi non conoscono nulla della nostra storia ed evoluzione, spesso hanno studiato solo in scuole religiose dove insegnano il Corano e qualcosa della storia araba. Il nostro essere una società laica, alla ricerca della soddisfazione materiale e consumista, ci rende indegni ai loro occhi e spesso internamente agisce un mix di desiderio di quanto a loro è vietato e ripulsa per i nostri costumi che porta a disorientamento, frustrazione e, quando stimolato dall’alcool (che attira irresistibilmente in quanto proibito), ad aggressività che si sfoga in molestie e violenze.

C’è solo un modo per evitare che si ripeta quanto accaduto in Germania, ma anche quanto accaduto da noi (e la cronaca è piena di esempi): educare in centri appositi nei principali luoghi di partenza (se possibile) o arrivo gli immigrati a conoscere e rispettare la nostra società ed i suoi costumi. Ciò non significa evidentemente “convertire” al nostro modello gli individui, ma semplicemente far conoscere la nostra civiltà ed i nostri principi e far capire loro che pubblicamente devono rispettare le nostre usanze se vogliono risiedere da noi, mentre privatamente vige la libertà di professare qualsiasi credo e di comportarsi di conseguenza, con il limite invalicabile del rispetto della nostra legge che considera inaccettabile qualsiasi violenza sugli altri, anche nella sfera familiare. Far conoscere le ragioni della nostra evoluzione, le lotte per il suffragio universale, per la parità fra uomo e donna, per il rispetto del comportamento altrui finché non viola la legge statale (e non semplicemente religiosa/morale) può essere un modo per avvicinare due culture totalmente differenti che hanno avuto traiettorie evolutive diverse e che, dopo le Crociate (che sono state un veicolo di scambio culturale molto importante, almeno a livello filosofico/scientifico), si sono più scontrate che incontrate.

Senza questo periodo di ambientamento ed assestamento, con le spinte migratorie sempre più forti a cui andremo incontro, man mano che collassano gli Stati arabi tradizionali, nati dopo la II Guerra Mondiale, l’esito di questo brusco mescolamento sarà il rigetto e la radicalizzazione degli opposti estremismi, con conseguenze gravi sui rapporti con il medio oriente e l’Africa che potrebbero arrivare al temuto “scontro di civiltà”, anche armato.

A meno che (e qualcuno ci sta provando, probabilmente più per stupidità buonista che per volontà) non li accogliamo, non come migranti, ma come una specie di conquistatori/ colonizzatori, rinunciando alla nostra civiltà ed ai nostri principi, anche costituzionali, per diventare insieme a loro un ibrido sociale indistinto. A qualcuno, magari seguace del pensiero di Kalergi e vincitore del premio europeo a lui intitolato, farebbe piacere…

 

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