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Volkswagen tira la cinghia: piano “lacrime e sangue” per tagliare i costi del 20% entro il 2028
Un piano drastico per Volkswagen: l’azienda punta a tagliare i costi operativi del 20% entro il 2028. Tra dazi USA, concorrenza cinese e lo spettro delle chiusure, l’industria tedesca è a un bivio.

La locomotiva tedesca continua a mostrare segni di affaticamento e, questa volta, a suonare il campanello d’allarme è il suo passeggero più illustre. Secondo Manager Magazin Volkswagen ha infatti in cantiere un piano draconiano per ridurre i costi operativi del 20% su tutti i suoi marchi entro la fine del 2028. Un ridimensionamento che sa di resa di fronte a un contesto globale sempre più ostile, dove la politica industriale europea sembra ormai arrancare vistosamente e che non potrà avvenire senza dei dolorosi tagli produttivi.
Secondo quanto riportato dalla testata tedesca Manager Magazin, i vertici del gruppo, guidati dal CEO Oliver Blume e dal direttore finanziario Arno Antlitz, hanno presentato questo “massiccio” piano di risparmio a metà gennaio, a porte rigorosamente chiuse. L’obiettivo dichiarato è quello di puntellare le finanze per resistere a una vera e propria tempesta perfetta, e questo è previsto avvenga a qualsiasi costo.
Quali sono i fattori scatenanti che hanno spinto Wolfsburg a questa manovra? Eccoli riassunti:
- La spietata concorrenza cinese: I produttori asiatici stanno dominando il mercato globale con una guerra dei prezzi insostenibile per i marchi storici europei.
- L’incudine dei dazi statunitensi: Le recenti barriere commerciali erette da Washington colpiscono duramente l’export continentale, erodendo i già deboli profitti.
- L’esplosione dei costi interni: L’inflazione persistente e i gravosi costi energetici in Germania rendono una chimera il mantenimento della competitività sui mercati internazionali.
Un portavoce dell’azienda ha cercato di gettare acqua sul fuoco, ricordando che un programma di efficienza è già in atto da tre anni e ha portato risparmi nell’ordine delle decine di miliardi di euro. Eppure, le indiscrezioni parlano di opzioni ben più radicali sul tavolo. Si sussurra persino della chiusura di alcuni stabilimenti, una mossa che avrebbe un impatto devastante sul già provato tessuto produttivo tedesco.
A questo punto entra in gioco il sindacato. Daniela Cavallo, a capo del consiglio di fabbrica di Volkswagen, ha subito sguainato le armi, ricordando l’accordo stipulato alla fine del 2024. “Con questo accordo, abbiamo espressamente escluso chiusure di stabilimenti e licenziamenti per motivi operativi”, ha tuonato la sindacalista. Una promessa rassicurante sulla carta, ma che rischia di scontrarsi frontalmente con la dura realtà dei bilanci. Non va dimenticato, infatti, che il colosso dell’auto è già nel mezzo di un processo doloroso che porterà al taglio di 35.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030, nel solo tentativo di risparmiare un miliardo di euro. Un ulteriore taglio delle uscite significa altre migliaia, o decine di migliaia, di licenziamenti.
| L’impatto della crisi sull’auto tedesca | Situazione Attuale | Obiettivo / Contromisura |
| Volkswagen (Gruppo) | Taglio in corso di 35.000 addetti | Riduzione costi del 20% entro il 2028 |
| Volkswagen (Marchio core) | Forte pressione sui margini operativi | Risparmio netto di 1 miliardo di euro |
| Mercedes-Benz | Margini previsti in sensibile calo nel 2026 | “Implacabile disciplina dei costi” |
Questa strategia di estrema austerità aziendale solleva non pochi dubbi. Tagliare i costi per recuperare competitività è la classica reazione pavloviana dei management in difficoltà, , ma rischia di deprimere ulteriormente la domanda aggregata in un Paese già in palese stagnazione economica. L’industria automobilistica si trova stretta in una morsa: da un lato l’aggressività di Pechino, dall’altro il protezionismo di Washington. Se anche giganti come Mercedes-Benz sono costretti ad annunciare una “implacabile disciplina dei costi”, l’effetto combinato sui redditi, sull’indotto e sui consumi non potrà che essere recessivo. Il tutto mentre la casa tedesca si piega a produrre auto in Cina per poi iportarle nella UE, esenti da dazi.
Più che di tagli lineari per compiacere gli azionisti nel breve termine, l’industria avrebbe un disperato bisogno di sostegno alla domanda e di una politica capace di non soffocare la produzione. Il prossimo 10 marzo, in occasione della conferenza stampa sui risultati annuali, Oliver Blume dovrà fornire spiegazioni dettagliate al mercato. Fino ad allora, i lavoratori tedeschi trattengono il fiato.







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