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Verso un Nord Stream russo-americano? Controllo dei flussi energetici e dipendenza europea (di Michele Volpi)

Le trattative su un possibile accordo in Ucraina riaprono il dossier dei gasdotti. Non un ritorno al
passato: diversi indizi suggeriscono un nuovo intermediario misto russo-americano.

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Secondo quanto riportato da The Economist il 22 ottobre 2026, nelle proposte americane per un accordo di pace in Ucraina figura, tra gli incentivi economici offerti a Mosca, la ripresa delle forniture di gas russo all’Europa, inclusa la possibilità di riattivare i gasdotti Nord Stream. L’articolo dell’Economist non parla di un controllo americano sui gasdotti: si limita a riferire che la riapertura dei Nord Stream sarebbe parte del pacchetto di concessioni a Mosca. Discussioni parallele, riportate da Reuters l’8 ottobre 2026, hanno invece coinvolto Jared Kushner e Kirill Dmitriev sul coinvolgimento di un investitore americano nelle infrastrutture Nord Stream. Da qui l’ipotesi: Washington punterebbe a un controllo indiretto dei flussi attraverso un veicolo societario misto, con le modalità e i limiti che seguono.

Contesto tecnico e vincoli normativi


I due sistemi Nord Stream (NS1 e NS2) avevano una capacità combinata di circa 110 miliardi di metri cubi annui. Il NS1 è fuori servizio dal 2022, mentre del NS2 una linea rimane tecnicamente utilizzabile, ma l’intero sistema è sottoposto a sanzioni americane e, soprattutto, a un divieto operativo dell’Unione Europea (luglio 2025) che proibisce qualsiasi transazione legata al completamento, all’esercizio, alla manutenzione o all’uso futuro dei gasdotti. Qualsiasi riavvio richiederebbe quindi una modifica legislativa UE e/o una deroga americana, oltre all’accordo degli Stati membri costieri e di destinazione.
L’ostacolo giuridico europeo resta il principale freno concreto. A Berlino, ad esempio, la posizione non è però monolitica: il governo di Friedrich Merz ribadisce che i Nord Stream non saranno riattivati, allineandosi a una linea atlantica che ignora l’interesse industriale tedesco, mentre l’AfD ne fa un pilastro della propria campagna elettorale, chiedendo la riapertura immediata della linea intatta di NS2, la riparazione dei tratti danneggiati e la ripresa delle forniture di gas russo. L’opposizione tedesca ha inoltre avviato contatti diretti a Mosca, con il deputato Markus Frohnmaier che ha incontrato il capo di Gazprom Aleksej Miller.

L’Europa ha ridotto drasticamente le importazioni di gas via tubo dalla Russia, ma non le ha eliminate. Secondo i dati ACER, nel 2026 i flussi residui transitano quasi esclusivamente via TurkStream e restano attivi contratti a lungo termine con Ungheria, Slovacchia e Grecia, per un volume annuo complessivo stimato tra 16 e 26 miliardi di metri cubi. La quota russa sul gas via tubo importato dall’UE è scesa dal 40% del 2021 al 6% del 2025, secondo i dati del Consiglio europeo.

Il GNL americano rappresenta oggi circa il 58% delle importazioni europee di GNL, con una quota che nel primo trimestre 2026 ha toccato il 63% e che è prevista salire verso i due terzi nell’anno. Il GNL USA ha sostituito buona parte del volume mancante, ma a costi strutturalmente più elevatie con una dipendenza da capacità di rigassificazione, noli e decisioni di export americane. Questi costi si sono tradotti in bollette più alte per famiglie e imprese e in un vantaggio competitivo per l’industria americana, alimentata da energia a prezzi inferiori.La sostituzione del gas russo con GNL americano non è stata solo una scelta geopolitica: è stata una scelta redistributiva a favore degli esportatori statunitensi. Un ritorno di volumi significativi via tubo altererebbe i prezzi di mercato e, in assenza di controllo, metterebbe sotto pressione i margini degli esportatori di GNL americani. È qui che il veicolo misto acquista una funzione strategica: controllare l’intermediario significa poter calibrare i volumi di gas russo immessi in Europa, evitando che entrino in concorrenza frontale con il GNL USA. Il gasdotto diventerebbe così non un’alternativa al GNL americano, ma uno strumento per gestirlo.

Nord Stream percorso – Wikipedia

La logica strategica americana: controllo dei flussi di materie prime

Questa configurazione si inserisce in una linea di politica energetica americana orientata al controllo (o comunque a un’influenza decisiva) sui grandi flussi di idrocarburi. Due casi recenti illustrano il modello.

In Venezuela, a seguito della transizione politica, l’amministrazione ha strutturato un accordo che assegna a una società privata (North American Blue Energy Partners, NABEP) diritti su campi contenenti circa 65 miliardi di barili di riserve. Il Pentagono, attraverso l’Office of Strategic Capital, detiene una partecipazione del 35% e diritti preferenziali di acquisto (20% della produzione a costo, più un diritto di prelazione sul resto), secondo quanto riportato dal Wall Street Journal.

Il risultato è un controllo indiretto ma sostanziale su una quota rilevante delle riserve venezuelane.

Secondo diverse analisi, analoghe pressioni sarebbero in atto sull’Iran, dove l’obiettivo reale non sarebbe solo il contenimento nucleare o regionale, ma la riorganizzazione dei flussi petroliferi e la riduzione dell’accesso cinese a greggio scontato. Il parallelismo è evidente: gli Stati Uniti non si limitano a sanzionare o a interrompere; mirano a inserirsi nella catena di valore come intermediari o co-proprietari.

Applicata al Nord Stream, la stessa logica produrrebbe un intermediario russo-americano che acquista gas da Gazprom (o da un’entità russa soggetta o meno a sanzioni) e lo colloca in Europa. Washington otterrebbe così leva sui volumi, sui prezzi e sulla tempistica delle forniture, senza dover gestire direttamente l’infrastruttura fisica.

Implicazioni geopolitiche per l’Europa e l’Ucraina

Il riorientamento di Trump, vero o apparente, sul conflitto in Ucraina non equivale a un ritiro militare americano dal continente. La presenza di basi e infrastrutture strategiche in Europa rimane funzionale agli interessi di sicurezza USA. Si tratta piuttosto di un disimpegno selettivo dal sostegno militare e finanziario all’Ucraina, accompagnato da un riposizionamento energetico. L’Europa, privata del pieno appoggio a Kiev e costretta a negoziare da una posizione di debolezza, si troverebbe a dover accettare condizioni energetiche dettate da un attore esterno. Gli Stati Uniti si presenterebbero come “sostegno” alternativo, offrendo due canali di fornitura entrambi sotto la loro influenza: GNL americano o gas russo intermediato.

Uno degli obiettivi strategici statunitensi e di una parte degli europei che hanno accompagnato l’escalation in Ucraina era precisamente quello di interrompere i legami energetici diretti Russia-Europa. Le motivazioni, però, non erano le stesse.

Per Washington il problema non era il gas in sé, ma ciò che il gas a basso costo consentiva all’Europa: un vantaggio industriale difficilmente replicabile e, soprattutto, la possibilità di rivendicare un’autonomia strategica rispetto agli Stati Uniti. Un’Europa alimentata da materie prime russe a prezzi competitivi avrebbe avuto meno bisogno del GNL americano, meno bisogno delle garanzie di sicurezza USA e più margini per negoziare una propria linea, anche in campo commerciale e industriale. Recidere quel legame significava mantenere l’Europa ancorata al sistema energetico e di sicurezza atlantico.

Per Polonia e Stati baltici, invece, il nodo era un altro: una dipendenza da Mosca percepita come minaccia esistenziale, per ragioni storiche e ideologiche prima ancora che economiche. A questo si aggiungeva un interesse concreto: i gasdotti diretti Russia-Germania aggiravano i paesi di transito, sottraendo loro introiti e, soprattutto, leva politica. Nord Stream non era solo un’infrastruttura energetica, ma uno strumento che rendeva quei paesi marginali nel rapporto tra Berlino e Mosca.La loro contrarietà, legittimasul piano storico (ma fino a un certo punto), coincideva del resto con un interesse economico e diplomatico preciso: la fine dei gasdotti diretti restituiva a Varsavia e alle capitali baltiche quel ruolo di intermediazione che Nord Stream aveva reso superfluo.

Obiettivi diversi, esito identico: l’interruzione dei flussi diretti.Le esplosioni che nel settembre 2022 hanno danneggiato i gasdotti, oggetto di indagini ancora in corso e mai rivendicate, ne costituirono il momento simbolico più forte. All’epoca, esponenti politici polacchi (Sikorski, Tusk) espressero soddisfazione per l’interruzione di un’infrastruttura vista come strumento di dipendenza. Oggi le stesse infrastrutture tornano in discussione come pezzo di un possibile accordo, con un possibile controllo parziale americano e a condizioni di mercato presumibilmente più onerose.

 

Conclusioni

Il risultato potenziale è una doppia trasformazione del rapporto energetico europeo: da forniture russe a basso costo, vantaggiose per l’Europa — un legame che l’Europa ha scelto di recidere per ragioni politiche, non perché la Russia abbia interrotto le forniture — a una dipendenza mediata e strutturalmente più costosa nei confronti di Washington. Gli Stati Uniti acquisirebbero la capacità di calibrare i volumi di gas russo disponibili per l’Europa, mantenendo al contempo il canale del GNL americano come alternativa di default. L’Europa uscirebbe dalla fase di guerra non con maggiore autonomia energetica, ma con una nuova forma di subordinazione ai flussi controllati o influenzati dagli Stati Uniti.

Resta comunque un’ipotesi, non un fatto: il controllo americano sui Nord Stream non è contenuto nell’articolo dell’Economist né è un dato accertato, e non esiste allo stato un accordo firmato sulla riattivazione dei gasdotti. I vincoli giuridici europei, le resistenze politiche interne (soprattutto tedesche) e le incertezze sulle contropartite russe restano rilevanti. Tuttavia, la direzione indicata dalle trattative attuali e dalle parallele discussioni su investitori americani nei Nord Stream configura un cambiamento qualitativo nel rapporto energetico euro-atlantico e euro-russo. La responsabilità di questa trasformazione non è solo di chi l’ha imposta dall’esterno: è anche di una classe dirigente europea inadeguata che ha scambiato la sicurezza atlantica con la rinuncia alla propria base energetica e industriale.

Autore:

Michele Volpi, laureato in Mediazione linguistica all’Università per Stranieri di Siena, si occupa di Russia e spazio post-sovietico. La sua tesi di laurea ha riguardato la transizione economica nella Russia post-sovietica.

Fonti:

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