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Venti di guerra nel Golfo: gli USA evacuano parte di Al Udeid mentre Teheran ricorda il missile di giugno
Tensione USA-Iran: evacuazione a Al Udeid dopo le minacce di Teheran. Sottotitolo: Gli Stati Uniti ordinano l’uscita del personale dalla base in Qatar. L’Iran ricorda il missile che colpì la struttura 6 mesi fa: “Possiamo farlo ancora”. I timori di un’escalation

La tensione nel Golfo Persico torna a salire pericolosamente, non con il frastuono immediato delle esplosioni, ma con il silenzio carico di presagi che precede le tempeste diplomatiche e militari. Nelle ultime ore, una notizia filtrata da Washington ha scosso le cancellerie: il personale “non essenziale” e alcuni operativi della base aerea di Al Udeid, in Qatar, hanno ricevuto l’ordine di evacuare. Una misura definita ufficialmente “precauzionale”, ma che nasconde timori ben più concreti di quanto il Pentagono voglia ammettere pubblicamente.
Non siamo di fronte a una semplice esercitazione. La decisione americana arriva in risposta diretta a una minaccia nemmeno troppo velata proveniente da Teheran, dove i vertici della Repubblica Islamica, alle prese con disordini interni e con la pressione della presidenza Trump, hanno deciso di alzare la posta. Al centro della disputa c’è un precedente inquietante: l’attacco missilistico di sei mesi fa, inizialmente minimizzato, ma che in realtà colpì il cuore logistico degli Stati Uniti in Medio Oriente.
L’avvertimento di Shamkhani e la memoria selettiva del Pentagono
Il catalizzatore di questa improvvisa mossa logistica americana è stato un intervento sui social media di Ali Shamkhani, consigliere della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei. Con una tempistica che non lascia spazio a dubbi interpretativi, Shamkhani ha rispolverato un episodio che Washington avrebbe preferito lasciare negli archivi delle “quasi-verità”.
Rivolgendosi direttamente al Presidente Donald Trump, che aveva minacciato interventi militari qualora la repressione delle proteste in Iran fosse continuata, Shamkhani ha scritto su X (ex Twitter):
“Il Presidente degli Stati Uniti, che parla ripetutamente di aggressione futile contro le strutture nucleari dell’Iran, farebbe bene a menzionare anche la distruzione della base americana di Al-Udeid da parte dei missili iraniani. Aiuterebbe certamente a creare una reale comprensione della volontà e della capacità dell’Iran di rispondere a qualsiasi aggressione”.
Queste parole non sono semplice retorica. Shamkhani fa riferimento agli eventi del giugno scorso, quando, in risposta a raid americani sulle infrastrutture nucleari iraniane, Teheran lanciò una salva di 19 missili balistici verso le strutture USA nel Golfo.
All’epoca, la narrazione ufficiale fu rassicurante: “Nessun danno significativo”, “Intercettazioni avvenute con successo”. Tuttavia, come spesso accade nella nebbia della guerra ibrida moderna, la verità era più complessa. Successive ammissioni, seppur a mezza bocca, hanno confermato che almeno un vettore riuscì a bucare la rete di difesa aerea integrata, colpendo all’interno del perimetro della base. Non fu un colpo a vuoto. Come avevamo analizzato su queste pagine (vedi il nostro articolo: Missile Iraniano colpisce base USA in Qatar: il Pentagono ammette), quel singolo impatto dimostrò una vulnerabilità strutturale che oggi, a distanza di sei mesi, torna a terrorizzare i pianificatori strategici del CENTCOM.
BREAKING: Iran International reports that a U.S. military radome was destroyed at Al Udeid by Iran's June 23 strike. Sentinel-2 further confirms this with a black spot at 25.116211, 51.331512.
h/t @MeraMeraska pic.twitter.com/zfZFKo2KbG— Faytuks Network (@FaytuksNetwork) July 10, 2025
Perché evacuare ora? La lettura strategica
L’ordine di evacuazione, che secondo fonti AP riguarda un numero imprecisato di effettivi e civili, suggerisce che l’intelligence americana abbia captato segnali di un possibile nuovo attacco, potenzialmente più massiccio di quello di giugno. Le ragioni di questa escalation sono molteplici e vanno analizzate su diversi livelli:
Il fronte interno iraniano: Le proteste che scuotono l’Iran, con un bilancio tragico che secondo gli osservatori supera le 2.000 vittime, mettono il regime sotto una pressione esistenziale. La storia insegna che i regimi in crisi di legittimità interna tendono a esternalizzare il conflitto per ricompattare l’opinione pubblica contro un nemico comune. Colpire “Il Grande Satana” in Qatar potrebbe essere la valvola di sfogo cercata dai Pasdaran.
La deterrenza americana: Le dichiarazioni di Trump sulla disponibilità a condurre operazioni militari dirette se la repressione sui manifestanti continuasse hanno messo Teheran con le spalle al muro. L’evacuazione del personale non combattente è, classicamente, il preludio a una postura più aggressiva: si tolgono di mezzo i bersagli facili per prepararsi allo scontro.
La vulnerabilità di Al Udeid: Nonostante sia una fortezza nel deserto, la base è un bersaglio statico. La precisione raggiunta dai vettori iraniani (missili balistici a medio raggio e droni suicidi) rende la concentrazione di truppe e mezzi un rischio calcolato ma elevatissimo.
Di seguito, una breve analisi comparativa delle forze in gioco e dei rischi percepiti:
| Fattore | Posizione USA (Al Udeid) | Posizione Iraniana |
| Obiettivo Strategico | Mantenere la proiezione di forza nel Golfo e proteggere le rotte energetiche. | Dimostrare capacità di “secondo colpo” e dissuadere interventi USA. |
| Vulnerabilità | Alta concentrazione di asset (aerei, centri di comando) in un’area ristretta. | Infrastrutture nucleari e militari disperse, ma soggette a superiorità aerea USA. |
| Capacità Offensiva | Superiorità aerea totale, capacità di attacco globale. | Missili balistici, droni, guerra asimmetrica nel Golfo. |
| Postura Attuale | Difensiva/Precauzionale (evacuazione parziale). | Aggressiva/Retorica (minacce esplicite di attacco). |
Il Qatar tra l’incudine e il martello
In questo scenario, la posizione del Qatar è quanto mai delicata. Doha ospita la più grande base americana della regione, ma condivide con l’Iran il più grande giacimento di gas naturale al mondo, il North Field/South Pars. La sopravvivenza economica dell’emirato dipende dalla stabilità delle relazioni con entrambi i giganti.
La reazione di Doha all’evacuazione è stata un capolavoro di equilibrismo diplomatico. L’ufficio media del governo ha dichiarato che le misure sono prese “in risposta alle attuali tensioni regionali”, ribadendo l’impegno a proteggere le infrastrutture critiche. Ma è dietro le quinte che la diplomazia si muove freneticamente.
Martedì, Ali Larijani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, ha avuto un colloquio telefonico con lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, primo ministro del Qatar. Il messaggio di Doha è stato chiaro: sostegno alla “de-escalation”. Tuttavia, la realtà è che il Qatar, pur non volendo, si trova a essere il terreno di scontro ideale per una guerra per procura. Se l’Iran colpisce Al Udeid, colpisce il territorio qatariota. Se gli USA partono da Al Udeid per colpire l’Iran, usano il suolo qatariota come trampolino.
Durante l’attacco di giugno, i funzionari qatarioti si dissero “sorpresi”. Un eufemismo diplomatico per dire che furono terrorizzati dal fatto che una guerra si stesse combattendo sopra le loro teste senza che avessero voce in capitolo. Il fatto che un missile iraniano non intercettato sia caduto sulla base, come ammesso da un ufficiale qatariota (in contrasto con le iniziali smentite americane), dimostra che lo scudo antimissile non è impenetrabile.
Le implicazioni tecniche e militari
Perché l’evacuazione è limitata e non totale? E perché proprio ora?
L’evacuazione di personale “non essenziale” serve a snellire la catena logistica in caso di attacco. Meno persone da proteggere nei bunker significa meno risorse dedicate alla Force Protection e più risorse dedicate alla risposta militare o alla gestione dei danni.
Inoltre, c’è un aspetto tecnico rilevante. L’Iran ha dimostrato di possedere missili con testate manovrabili e una precisione (CEP – Circular Error Probability) notevolmente migliorata rispetto al passato. La minaccia non è più il lancio indiscriminato di Scud imprecisi, ma attacchi chirurgici volti a saturare le difese Patriot e THAAD dislocate nella base.
Il precedente di sei mesi fa ha insegnato al Pentagono una lezione amara: la negazione della realtà (il famoso “hardly any damage” twittato inizialmente) funziona sui media generalisti per qualche ora, ma non inganna gli analisti militari né, tantomeno, il nemico. L’Iran sa di aver colpito. Gli USA sanno di essere stati colpiti. Questa consapevolezza reciproca rende l’attuale minaccia di Shamkhani credibile. Non è un bluff, è un promemoria: “Lo abbiamo già fatto, possiamo rifarlo meglio”.
Scenario economico e prospettive
Da un punto di vista economico, la situazione è esplosiva quanto i missili di Teheran. Al Udeid non è solo una base militare; è il garante della sicurezza nel Golfo. Qualsiasi indicazione che la base sia vulnerabile o che gli USA stiano riducendo la loro presenza (anche se solo tatticamente) invia scosse telluriche ai mercati energetici.
Il prezzo del petrolio e, soprattutto, quello del GNL (di cui il Qatar è esportatore primario, vitale per l’Europa e l’Italia) incorporano già un “premio di rischio guerra”. Un’escalation che portasse alla chiusura, anche temporanea, dello Stretto di Hormuz o a danni alle infrastrutture di liquefazione qatariote, avrebbe effetti devastanti sull’inflazione globale, proprio ora che le banche centrali tentano faticosamente di normalizzare i tassi.
L’evacuazione di queste ore potrebbe essere una semplice mossa di scacchi, un riposizionamento di pedine in attesa della prossima mossa di Trump o dei Mullah. Ma la storia militare insegna che quando si iniziano a muovere i civili e il personale di supporto, i cannoni sono soliti iniziare a “parlare” poco dopo. La speranza è che la diplomazia del “telefono rosso” tra Doha e Teheran funzioni meglio dei radar che sei mesi fa si lasciarono sfuggire quel missile.
Resta l’amaro in bocca nel constatare come, ancora una volta, la trasparenza sia la prima vittima. Sei mesi per ammettere un impatto missilistico su una base USA sono un’eternità nell’era dell’informazione. Oggi, quell’omissione torna a presentare il conto sotto forma di panico e incertezza.
Domande e risposte
È probabile un’imminente guerra su vasta scala tra USA e Iran?
Nonostante l’escalation retorica e le misure precauzionali come l’evacuazione parziale, una guerra totale rimane improbabile ma non impossibile. Entrambe le parti preferiscono lo scontro asimmetrico. L’Iran sa che un conflitto diretto sarebbe suicida per il regime, mentre gli USA, pur con la retorica aggressiva di Trump, non desiderano impantanarsi in un nuovo conflitto mediorientale. Tuttavia, il rischio di un errore di calcolo o di un incidente che inneschi una spirale incontrollabile è ai massimi livelli, specialmente considerando la pressione interna sul regime iraniano.
Quali conseguenze avrebbe un attacco riuscito ad Al Udeid per l’economia globale?
Le conseguenze sarebbero immediate e pesanti. Il Qatar è uno dei maggiori esportatori mondiali di Gas Naturale Liquefatto (GNL). Qualsiasi minaccia alla stabilità dell’emirato o alle rotte di navigazione nel Golfo farebbe schizzare i prezzi dell’energia alle stelle. Per l’Europa e l’Italia, che dipendono dal GNL qatariota per la sicurezza energetica, ciò si tradurrebbe in un’impennata dell’inflazione e in possibili problemi di approvvigionamento, colpendo duramente la ripresa economica e il potere d’acquisto delle famiglie.
Perché si parla dell’attacco di sei mesi fa solo ora?
L’attacco di giugno è tornato alla ribalta perché l’Iran lo sta usando come strumento di propaganda e deterrenza (“lo abbiamo già fatto”). Per mesi, Washington ha minimizzato l’evento per non dover rispondere militarmente in modo massiccio (che avrebbe portato alla guerra) e per non ammettere vulnerabilità difensive. La conferma tardiva che un missile ha effettivamente colpito la base serve ora a Teheran per dare credibilità alle sue nuove minacce, dimostrando che le difese americane non sono invulnerabili.









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