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Venti di guerra (commerciale e non) nei Caraibi: Trump sfida il Dragone sulle petroliere in rotta venezuelana
Trump, petroliere cinesi e droni: alta tensione in Venezuela Sottotitolo: Mentre gli USA sanzionano la “flotta ombra” e colpiscono i porti, due navi cinesi sfidano il blocco. Cosa rischia l’economia globale se Washington decide di fermarle?

Siamo nel 2026 e i Caraibi non sono mai stati così caldi. Non parliamo di temperature climatiche, ma di un livello di tensione geopolitica che sta trasformando il “cortile di casa” degli Stati Uniti in una scacchiera ad altissimo rischio. Mentre l’amministrazione Trump stringe la morsa su Caracas, Pechino sembra aver deciso che è il momento di tirare la corda. Due petroliere cinesi, non sanzionate, stanno facendo rotta verso il Venezuela. La domanda che tiene svegli gli analisti e i mercati è semplice: cosa farà la US Navy?
Il nuovo pacchetto di sanzioni: colpire il “tramite”
L’Office of Foreign Assets Control (OFAC) del Dipartimento del Tesoro ha deciso di inaugurare l’anno nuovo con il “botto”, inserendo nella black list una serie di entità con sede a Hong Kong e nella Cina continentale. L’accusa è quella classica: evasione delle restrizioni per finanziare il regime di Nicolás Maduro.
Non è la prima volta che Washington si muove in questa direzione, ma la precisione chirurgica con cui sono state colpite queste società segnala un cambio di passo. Ecco chi è finito nel mirino del Tesoro USA:
- Aries Global Investment Ltd. (Hong Kong)
- Corniola Ltd. (Zhejiang)
- Krape Myrtle Co.
- Winky International Ltd.
A queste si aggiungono quattro navi specifiche: Della, Nord Star, Rosalind e Valiant.
Secondo il Tesoro, queste navi fanno parte di quella che viene definita la “flotta ombra” (shadow fleet), un reticolo di imbarcazioni che, spegnendo i transponder e operando trasferimenti ship-to-ship in alto mare, permettono al petrolio venezuelano di raggiungere i porti cinesi, spesso mascherato come “miscela di bitume”. Il messaggio di Washington è chiaro: tagliare i flussi finanziari che tengono in vita il governo di Caracas.
Tuttavia, c’è un dettaglio tecnico che non sfugge a chi osserva i dati di tracciamento navale. Delle navi sanzionate mercoledì, solo la Rosalind è stata tracciata vicino alle coste venezuelane di recente, impegnata in operazioni di cabotaggio a corto raggio. Le altre? Probabilmente navigano “al buio”.
La sfida cinese: il Dragone non arretra
La Cina, come prevedibile, non ha reagito con un “mea culpa”. Pechino ha definito il blocco statunitense nei confronti di Caracas un atto di “bullismo unilaterale“, sottolineando come i sequestri di navi violino il diritto internazionale. Ma al di là della retorica diplomatica, contano i fatti economici.
Le raffinerie private cinesi, le cosiddette teapots, rappresentano circa un quinto della capacità di raffinazione del gigante asiatico e sono acquirenti storici del greggio pesante venezuelano. Nonostante le sanzioni del 2019 e i brevi stop ufficiali, i flussi non si sono mai realmente interrotti. La Cina è il primo cliente del Venezuela, assorbendo circa il 95% delle entrate petrolifere del paese sudamericano. Pensare che Pechino abbandoni un asset strategico del genere solo perché Washington alza la voce è, quantomeno, ingenuo.
Ora, la situazione si fa critica. Altre due petroliere cinesi stanno arrivando. A differenza delle quattro appena colpite, queste navi non sono sotto sanzioni. Fanno parte di una flotta regolare. Se gli Stati Uniti dovessero bloccarle o intercettarle, non staremmo più parlando di operazioni di polizia contro il narcotraffico o di sanzioni mirate, ma di un atto ostile diretto contro la marina mercantile della seconda potenza mondiale.
Escalation militare: tra droni e contraddizioni
Mentre la partita sulle petroliere si gioca sui tavoli della diplomazia e della finanza, in mare si spara. E si muore. Il Southern Command degli Stati Uniti ha intensificato le operazioni, con risultati che stanno sollevando più di un sopracciglio tra gli osservatori internazionali e i media indipendenti.
Il Presidente Trump ha confermato attacchi a strutture portuali in territorio venezuelano, un’escalation notevole che mira a colpire i moli utilizzati, secondo l’intelligence, per il traffico di droga. La CIA avrebbe condotto un attacco con droni contro un molo legato alla gang Tren de Aragua.
Tuttavia, un’inchiesta del New York Times ha gettato un’ombra inquietante sulla narrazione ufficiale della “guerra alla droga”. Giorni dopo un attacco americano a novembre, sulle coste colombiane sono stati rinvenuti i resti di una barca bruciata di 30 piedi, due corpi e dozzine di pacchetti. L’analisi? Marijuana.
L’amministrazione giustifica l’uso della forza letale e il dispiegamento aeronavale citando la lotta al Fentanyl e alla cocaina, piaghe reali per la società americana. Eppure, le prove fisiche suggeriscono che si stiano bombardando carichi di marijuana, una sostanza che è ormai legale in almeno 40 stati degli USA. Siamo al paradosso: la Marina più potente del mondo affonda imbarcazioni straniere per fermare una sostanza che viene venduta legalmente nei negozi di Denver o Los Angeles, anche se c’è da chiedersi come mai , se la sostanza fosse semi-legale, abbia utilizzato questo metodo così rischioso per essere trasportata. Qualcosa non torna.
Il rischio di calcolo errato: Scilla e Cariddi
L’attuale scenario presenta rischi asimmetrici enormi. Trump si trova di fronte a un bivio:
- Lasciar passare le navi cinesi: Se le due petroliere in arrivo attraccano, caricano e ripartono indisturbate, la “pressione massima” si rivela una tigre di carta. Maduro incassa, la Cina dimostra che le sanzioni USA sono aggirabili e l’immagine di forza dell’amministrazione ne esce ammaccata.
- Bloccare le navi: Se la US Navy ferma fisicamente navi battenti bandiera cinese o di proprietà cinese non sanzionate, la reazione di Pechino potrebbe non limitarsi alle note verbali. Potremmo assistere a ritorsioni nel Mar Cinese Meridionale o, più probabilmente, a una guerra economica su altri fronti (terre rare, debito USA, tariffe).
C’è poi l’aspetto umanitario e legale. Il Southern Command ha dichiarato di aver affondato tre imbarcazioni il 30 dicembre, uccidendo tre persone, e di aver colpito altre due navi mercoledì scorso, con cinque vittime. Sebbene si sia notato un cambiamento nelle procedure (ora si notifica la Guardia Costiera per i soccorsi, a differenza del disastroso ingaggio di settembre), il destino di chi finisce in mare resta spesso ignoto.
Un gioco a somma negativa?
La strategia americana sembra basarsi sull’assunto che strangolare l’economia venezuelana porterà al crollo di Maduro. La storia economica, tuttavia, ci insegna che le sanzioni, senza una valvola di sfogo politica, tendono a rafforzare i regimi (creando il nemico esterno perfetto) e a impoverire la popolazione. L’azione ha senso solo se di breve periodo e con, alle spalle, la certezza di un rivolgimento interno.
L’inserimento della variabile cinese rende l’equazione instabile. Pechino ha bisogno di energia e di influenza in Sud America. Washington non tollera ingerenze nel proprio emisfero. In mezzo, navi cariche di greggio e barche cariche di erba navigano in acque sempre più turbolente. Se Trump deciderà di fermare quelle due petroliere, scopriremo presto se il 2026 sarà l’anno del dialogo o l’anno dello scontro frontale. Per ora, l’unica certezza è che il prezzo del rischio sta salendo, e qualcuno dovrà pagarlo.
Domande e Risposte
Qual è l’obiettivo reale della Cina nell’inviare petroliere non sanzionate? La mossa di Pechino è duplice: economica e politica. Economicamente, le raffinerie cinesi necessitano del greggio pesante venezuelano, perfetto per i loro impianti e spesso acquistabile a sconto. Politicamente, è un test di resilienza per l’amministrazione Trump. Inviando navi “pulite” (non in liste nere), la Cina sfida gli USA a violare il diritto marittimo internazionale per fermarle, mettendo Washington in una posizione diplomatica scomoda: agire da “poliziotto globale” illegittimo o apparire debole lasciandole passare.
Perché la distinzione tra marijuana e cocaina è importante in questo contesto? La distinzione è cruciale per la legittimità dell’uso della forza. L’amministrazione giustifica azioni militari letali (affondamenti, attacchi con droni) con l’emergenza nazionale legata agli oppioidi (Fentanyl) e alla cocaina. Scoprire che le risorse militari vengono usate, con perdite di vite umane, per intercettare marijuana – sostanza legale in gran parte degli USA e non considerata una minaccia strategica letale – indebolisce la narrazione della “sicurezza nazionale” e fa apparire le operazioni come sproporzionate o politicamente motivate.
Quali sono i rischi economici di un blocco navale prolungato? Un blocco prolungato ed efficace potrebbe far collassare definitivamente quel che resta dell’economia venezuelana, scatenando nuove ondate migratorie verso gli USA, un effetto boomerang per Washington. Inoltre, se lo scontro con la Cina si intensificasse, potremmo vedere ritorsioni commerciali immediate. Pechino potrebbe ridurre l’acquisto di titoli di stato americani o bloccare l’export di componenti critici, creando shock inflattivi. Infine, la tensione sui mari tende sempre a far salire il premio di rischio sul prezzo del petrolio globale.







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