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Venezuela S.p.A. in amministrazione controllata: gli USA usano il Qatar per salvare i petrodollari dai creditori

“Il Venezuela come un’azienda fallita: gli USA gestiscono i conti e usano il Qatar per proteggere i ricavi del petrolio dai creditori internazionali. Ecco il piano di Washington per salvare l’economia reale prima del debito.”

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Se qualcuno pensava che la gestione del “nuovo” Venezuela fosse una questione di ideali democratici e bandiere al vento, dovrà ricredersi e prendere in mano un manuale di diritto fallimentare. La visita a Caracas del Segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, non ha solo sancito il ritorno dell’OPEC nation nell’orbita occidentale, ma ha svelato un meccanismo finanziario degno delle più complesse ristrutturazioni aziendali.

Gli Stati Uniti, in questo momento, non agiscono tanto come liberatori o occupanti, quanto come un Tribunale Fallimentare. Washington si è auto-nominata “curatore” degli interessi venezuelani, gestendo i flussi di cassa con un obiettivo preciso: garantire la sopravvivenza fisica della popolazione (e del governo di transizione) prima che i creditori internazionali possano mettere le mani sul bottino.

La triangolazione del Qatar: schivare i pignoramenti

Il dettaglio più succoso, che fa la gioia degli analisti di flussi finanziari, è il percorso che seguono i soldi. Le vendite di petrolio venezuelano controllate dagli USA hanno già superato il miliardo di dollari, con altri cinque previsti a breve termine. Tuttavia, questi dollari non transitano direttamente per le banche di New York o Miami.

Se i proventi del greggio finissero su conti americani accessibili, verrebbero istantaneamente aggrediti e sequestrati dalla legione di creditori che vanta titoli contro Caracas: dai fondi obbligazionari che detengono i “Bonos” non pagati, alle multinazionali (come la vecchia gestione di Exxon o ConocoPhillips) che vantano crediti per gli espropri passati. Sarebbe un banchetto per gli avvocati, ma lascerebbe i venezuelani a bocca asciutta.

Ecco quindi la soluzione “creativa”: il Qatar. I flussi finanziari vengono triangolati attraverso il sistema bancario dell’Emirato, un “porto sicuro” che funge da camera di compensazione. Da lì, i fondi vengono sbloccati sotto la stretta supervisione di Washington e girati al governo ad interim di Delcy Rodriguez, al riparo dalle grinfie dei creditori giudiziari internazionali. È un’operazione di ingegneria finanziaria che permette agli USA di dire: “Questi soldi servono per il popolo, non per le banche”, e mantengono i cordoni della borsa nelle loro mani.

Prima mangiare, poi pagare

Questa gestione da “amministrazione controllata” ha un impattoimmediato sull’economia reale. L’obiettivo primario di Washington non è, per ora, ripagare il debito estero, ma stabilizzare il fronte interno. I fondi sbloccati stanno inondando il mercato di beni di prima necessità.

Il risultato è visibile: crollo dei prezzi al consumo, carne che torna sui banchi dei mercati e una parvenza di normalità commerciale. Perfino il giornale francese Le Point, in un suo reportage dal Paese, ha dovuto ammettere che la situazione è molto migliorata per la popolazione anche perché il flusso di beni di consumo dall’estero è ricominciato con continuità e quindi i prezzi sono crollati e gli scaffali dei supermercati si riempiono.

Gli USA sanno perfettamente che nessun governo di transizione può reggere se la popolazione ha la pancia vuota. Tramite i grandi trader come Trafigura e Vitol, il petrolio esce e il cibo entra, mantenendo in vita il paziente Venezuela mentre si tenta di ricostruirne l’ossatura istituzionale.

I giganti del petrolio: chi corre e chi osserva

Sul fronte industriale, la situazione è altrettanto pragmatica. Chevron, l’unica major USA rimasta operativa nel paese, sta agendo con una velocità impressionante, investendo capitali massicci per riportare la produzione a livelli accettabili. Si parla di una crescita dell’output del 30-40% in un anno, un balzo che porterebbe il Venezuela sopra il milione di barili al giorno.

Exxon Mobil, scottata dalle nazionalizzazioni del 2007, è più cauta. Il CEO Darren Woods, che fino a gennaio definiva il paese “non investibile”, ha dovuto prendere atto del cambio di gestione. I tecnici di Exxon sono tornati a raccogliere dati e a valutare le infrastrutture. È il segnale che il clima è cambiato: quando il “curatore fallimentare” americano garantisce la sicurezza degli asset, anche i più scettici tornano al tavolo da gioco.

In sintesi, il Venezuela odierno è un enorme esperimento di “nation building” finanziario. Washington controlla i rubinetti, il Qatar fa da scudo legale, e i venezuelani, per la prima volta da anni, vedono l’inflazione rallentare. Resta da vedere quanto durerà questa tutela e quando il paese sarà ritenuto abbastanza maturo da uscire dall’amministrazione controllata per camminare, finanziariamente, sulle proprie gambe.

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