Opinioni
“Uniti nella diversità”: lo slogan con cui l’Unione Europea ha ingannato i cittadini
L’Unione Europea dichiara di voler unire le diversità, ma le politiche di Bruxelles puntano all’omologazione forzata. Ecco perché il modello della “taglia unica” sta frammentando l’Europa invece di unirla.
“Uniti nella diversità” è il motto ufficiale dell’Unione Europea. Un’espressione studiata per rassicurare le opinioni pubbliche nazionali: cooperazione sì, ma senza rinunciare alle specificità storiche, economiche, sociali e istituzionali dei singoli Paesi. Proprio per questo, però, quel motto impone un giudizio severo alla prova dei fatti. E i fatti dimostrano che esso non è mai stato un principio guida dell’azione europea, bensì uno strumento retorico, utile a coprire un processo di omogeneizzazione che ha prodotto squilibri profondi.
L’Unione ha proclamato la diversità, ma ha agito come se fosse un ostacolo da eliminare. Ha costruito regole, vincoli e procedure partendo dal presupposto che i Paesi membri fossero sostanzialmente intercambiabili, adattabili a un unico modello economico e normativo. È qui la contraddizione di fondo: dichiarare il rispetto delle differenze e, al tempo stesso, imporre uniformità. Non una disattenzione, ma una scelta politica consapevole.
Eppure, il punto centrale è spesso ignorato: quando le differenze vengono rispettate, la somma delle specificità nazionali produce un risultato complessivo superiore rispetto a qualsiasi tentativo di livellamento. Sistemi economici diversi, modelli produttivi differenti, culture istituzionali non omogenee non rappresentano una debolezza, ma una ricchezza. La diversità, se lasciata operare, genera complementarità, resilienza, capacità di adattamento. L’omogeneizzazione, al contrario, riduce la complessità e amplifica gli shock.
In campo economico, questa rimozione delle differenze è stata particolarmente dannosa. Le economie europee presentano strutture produttive profondamente diverse, frutto di storie industriali, demografiche e sociali non comparabili. Trattarle come se rispondessero agli stessi incentivi e agli stessi vincoli ha significato favorire alcuni modelli e penalizzarne altri. Il risultato non è stata la convergenza, ma l’accentuazione delle divergenze, con intere aree dell’Unione progressivamente marginalizzate.
Sul piano normativo, il problema si è aggravato ulteriormente. La produzione legislativa europea ha imposto standard identici a ordinamenti giuridici e amministrativi profondamente diversi. Regole pensate per grandi gruppi industriali sono state applicate indistintamente a sistemi fondati su piccole e medie imprese, senza alcuna valutazione delle conseguenze. Altro che rispetto delle specificità: si è proceduto a una sistematica cancellazione delle differenze per via regolatoria.
Il mercato del lavoro offre un esempio emblematico. Paesi con sistemi di welfare, contrattazione salariale e protezione sociale radicalmente differenti sono stati inseriti in un quadro che ignora tali diversità. In nome di una presunta armonizzazione, si è creata una concorrenza interna distorta, che ha prodotto dumping sociale, compressione dei salari e tensioni crescenti tra lavoratori europei, messi artificiosamente in competizione.
Anche sul piano fiscale il principio è stato tradito. L’Unione non ha mai realmente affrontato le profonde differenze tra sistemi tributari nazionali. Al contrario, ha tollerato – quando non incoraggiato – una competizione interna che ha premiato alcuni Paesi e penalizzato altri. Ancora una volta, la diversità non è stata rispettata, ma sfruttata.
Alla fine, la domanda è inevitabile: “Uniti nella diversità” è stato un principio fondante o una formula di facciata? L’evidenza porta alla seconda risposta. Quel motto non ha guidato l’azione europea, l’ha mascherata. È servito a far accettare ai cittadini un progetto che, dietro la promessa del pluralismo, ha perseguito l’uniformità.
Ed è proprio questa contraddizione ad aver minato la fiducia e la tenuta dell’Unione: non l’assenza di unità, ma l’aver promesso diversità mentre si costruiva l’omologazione. Una scelta che continua a produrre effetti economici, sociali e politici sotto gli occhi di tutti.
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