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Ungheria, cambia il volto ma non la sostanza: il grande equivoco europeo
L’Europa festeggia la caduta di Orbán e la vittoria di Magyar, ma è un’illusione. Dietro i sorrisi e la nuova diplomazia di Budapest, l’Ungheria manterrà le stesse politiche identitarie e continuerà a incassare i fondi UE. Il trionfo del “Gattopardo” spiegato dal punto di vista economico.

C’è un entusiasmo sospetto che serpeggia nei palazzi di Bruxelles e nelle redazioni più allineate: la caduta di Viktor Orbán e l’ascesa di Péter Magyar vengono raccontate come una svolta epocale, quasi una liberazione democratica. Ma siamo sicuri che sia davvero così? O siamo di fronte all’ennesima narrazione autoassolutoria di un establishment europeo che ha bisogno di costruire vittorie simboliche per nascondere le proprie contraddizioni strutturali?
La realtà, come spesso accade, è molto meno edificante e molto più pragmatica. Magyar non è un alieno politico piovuto dal cielo per redimere l’Ungheria: è stato per anni uno degli uomini di fiducia più vicini a Orbán, cresciuto all’ombra del potere, insider a tutti gli effetti, formato dentro quella stessa architettura politica che oggi si vorrebbe archiviare. La sua matrice culturale è inequivocabilmente conservatrice, e non potrebbe essere altrimenti. Non solo: la sua traiettoria personale – inclusi i rapporti familiari ai vertici delle istituzioni ungheresi – testimonia una continuità profonda, non una rottura. E allora di quale rivoluzione stiamo parlando?
Basta leggere con attenzione il suo programma per comprendere che moltissime delle linee guida del precedente governo restano intatte. A partire da uno dei temi più divisivi: l’immigrazione. L’Ungheria non cambierà rotta, anzi. La linea restrittiva, identitaria e difensiva rimarrà sostanzialmente invariata. Non ci sarà alcuna apertura significativa, nessuna svolta “progressista” come qualcuno vorrebbe far credere. Cambieranno forse i toni, non la sostanza.
Orbán, nel bene e nel male, ha rappresentato una linea politica chiara: sfida aperta all’Unione Europea, uso spregiudicato del veto, negoziazione muscolare. Una strategia che molti hanno liquidato come populista, ma che in realtà rispondeva a una logica estremamente razionale: massimizzare il ritorno economico e politico per il proprio Paese. Ogni scontro con Bruxelles non era fine a sé stesso, ma parte di un calcolo. E i risultati, piaccia o no, sono arrivati.
L’Unione Europea, dal canto suo, ha progressivamente irrigidito le proprie posizioni, anche per ragioni politiche interne: non poteva tollerare all’infinito una leadership percepita come destabilizzante. Ma invece di risolvere il nodo di fondo – cioè il rapporto squilibrato tra centro e periferia dell’Unione – ha preferito puntare su un cambio di facciata.
Ed ecco entrare in scena Magyar. Più elegante nei toni, meno conflittuale nei modi, certamente più presentabile nei salotti europei. Ma davvero qualcuno pensa che questo significhi un cambiamento sostanziale? L’Ungheria resta ciò che è sempre stata all’interno dell’Unione: un Paese beneficiario netto, il cui interesse primario è ottenere risorse, non contribuire in misura equivalente.
Questo non è un giudizio morale, ma un dato strutturale. I flussi finanziari europei sono costruiti proprio per sostenere le economie meno sviluppate. Tuttavia, trasformare questo meccanismo in una narrazione idealistica – come se l’adesione all’UE fosse motivata da un puro slancio europeista – significa ignorare la realtà.
Magyar, con ogni probabilità, non cambierà questa impostazione. La renderà semplicemente più digeribile. Dove Orbán alzava la voce, lui userà il sussurro. Dove prima c’era lo scontro frontale, ora ci sarà la negoziazione discreta. Ma l’obiettivo resterà identico: ottenere il massimo possibile da Bruxelles. Ed è qui che emerge il vero paradosso.
L’establishment europeo – e la sinistra italiana non è affatto esente da questa lettura – rischia di essere molto più indulgente con Magyar proprio per dimostrare che “il problema era Orbán”. Una sorta di operazione cosmetica che consente a Bruxelles di rivendicare una vittoria politica senza aver modificato di un millimetro le dinamiche reali. Ma basterebbe leggere attentamente il programma del nuovo corso ungherese per accorgersi che, sui tavoli europei, ben poco cambierà rispetto alla gestione precedente. In altre parole: si premia il cambiamento di stile, non di sostanza.
È il trionfo del “Gattopardo”: tutto cambia affinché nulla cambi. E mentre a Bruxelles si brinda alla nuova stagione ungherese, Budapest continuerà a fare ciò che ha sempre fatto, solo con maggiore abilità diplomatica. Chi esulta oggi per la “sconfitta” di Orbán farebbe bene a riflettere. Non è stata sconfitta una linea politica, ma semplicemente riformulata. Non è cambiato l’interesse nazionale ungherese, né la sua collocazione strategica nell’Unione.
L’illusione europea, ancora una volta, è quella di confondere i segnali con la sostanza, le persone con i sistemi, la retorica con la realtà. E la realtà, per quanto scomoda, è che l’Ungheria non “tornerà” in Europa per chissà quale conversione ideale: resterà esattamente per le stesse ragioni di prima, prendere più di quanto dà, va bene così. Con una differenza fondamentale: questa volta lo farà con un sorriso, magari in punta di piedi.
Antonio Maria Rinaldi
Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID, capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.








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