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UN PRESENTE SENZA BUSSOLA

Se uno guarda il mondo dal 1935 al 1945 lo vede come un palcoscenico in cui si recita un’orrenda tragedia ma i cui personaggi sono indimenticabili. Possiamo nominare i principali senza aprire nessun libro di storia: Mussolini, Hitler, Churchill, Stalin, Roosevelt, De Gaulle. E volendo si possono anche aggiungere i comprimari: Chamberlain, Daladier, Pétain, Eisenhower, Truman, Hirohito. Questi uomini hanno guidato i loro Paesi a volte verso la vittoria, a volte verso la salvezza, a volte verso l’annientamento. E non è che si possa rimpiangerli tutti, l’orrore per alcuni di loro non si è ancora spento. Ma è impressionante il contrasto con l’immagine che presenta il Ventunesimo Secolo. Almeno fino ad ora. La scena rimane sempre affollata, la situazione – economica, stavolta – è drammatica, ma non si distingue un personaggio in particolare. Fra cinquant’anni  chi ricorderà i nomi di una Merkel, di un Hollande o di un Rajoy?

Naturalmente nessuno che abbia nozione di che cosa siano state la Prima e la Seconda Guerra Mondiale oserà bestemmiare vagheggiando quegli anni: ma sarà lo stesso permesso di esprimere lo scoramento dinanzi allo spettacolo di un intero continente – per non parlare dell’intero mondo sviluppato – che vive una crisi esistenziale non chiaramente identificata e non precisamente diagnosticata. Una crisi  per la quale nessuno propone seri rimedi e della quale non si intravedono né la fine né le conseguenze.

Si dice a volte che le situazioni drammatiche fanno sorgere i grandi uomini. Se l’Europa, a partire da Valmy, non avesse tentato di soffocare nell’uovo la Rivoluzione Francese, forse non ci sarebbe stato Napoleone. Se Hitler non avesse tentato di impossessarsi dell’Europa, Churchill sarebbe rimasto un lord inglese con un passato di corrispondente di guerra in Sudafrica, battutista e letterato. Come mai allora, mentre l’Europa affonda a poco a poco, non si vede nessuno che abbia la forza di salvarla e di scongiurare un destino drammatico? Come mai nessuno sembra capace di indicarle almeno la via da seguire, come fece De Gaulle con “Le fil de l’épée”? Anche se è vero che quel libro fu letto con più attenzione da Heinz Guderian – che seppe metterlo a frutto – che dagli alti gradi francesi.

L’assenza di grandi leader è una benedizione, in tempo di pace. Come ha detto Brecht, beati i popoli che non hanno bisogno di eroi. Ma se, pur non essendo in guerra, si rischia quasi di patirne i danni; se è in pericolo quell’ideale di unità europea che per oltre mezzo secolo ha reso inverosimili guerre come quella del 1914-18; se dalla promessa prosperità della moneta unica si passa alla rabbia e ai rancori che oggi dominano tanta parte dei popoli europei, come mai il Destino non ci invia l’uomo che ci salverà?

La sensazione, per chi è abituato a ripercorrere i grandi eventi della storia, è che stavolta si vada avanti per inerzia. I vecchi principi che ci erano serviti da guida non funzionano più e tuttavia abbiamo la sfortuna aggiuntiva di non avere nessuno che sia capace di vederne altri. Di guidarci. Di farci traversare il Mar Rosso se non a piedi asciutti senza almeno affogare.

Naturalmente, quando il presente sarà divenuto un passato freddo sul marmo della sala anatomica, gli storici sapranno dirci chi avrebbe potuto essere il nostro Mosè, dove ha scritto la sua soluzione, dove essa è stata ascoltata o per dir meglio dove è rimasta inascoltata. Ma sarà un esercizio sterile. Non solo, se si fanno mille proposte, è fatale che una sia quella buona: ma nella politica e nella storia non vale nulla avere l’idea giusta, se non si riesce ad imporla. De Gaulle, che pure alla lunga si dimostrò uno straordinario profeta, non riuscì ad evitare la débâcle della Francia nel 1940.

Il presente è quello che è, e chi lo vive non può far altro che subirlo. Ma è triste sentirsi inseriti nel mondo più sviluppato che la Terra abbia conosciuto e nel contempo vedere che esso è fra i più privi di idee della storia.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

8 gennaio 2014

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