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UE e India: un accordo commerciale “strategico”, ma parziale. Tra dazi ridotti (non azzerati) e l’incognita carbone

Dopo quasi due decenni di negoziati intermittenti e complessi, l’Unione Europea e l’India hanno finalmente trovato un punto d’incontro, annunciando a Nuova Delhi un accordo commerciale che i protagonisti non esitano a definire storico. Le celebrazioni, con la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il Presidente del Consiglio Europeo António Costa ospiti d’onore alla parata della Festa della Repubblica indiana, testimoniano la volontà politica di chiudere una partita aperta da troppo tempo.
Il primo ministro indiano Narendra Modi ha parlato enfaticamente della “madre di tutti gli accordi”, sottolineando come il patto copra un quarto dell’economia globale. Da parte europea, si sottolinea il segnale di una “cooperazione basata su regole” che funziona ancora. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni di rito e dei brindisi diplomatici, è necessario analizzare con la consueta lente tecnica cosa comporti realmente questo accordo, che appare più come una necessità geopolitica che come una rivoluzione liberista.
This agreement will drive trade, investment and innovation while strengthening our strategic relationship.
It reflects our shared resolve to shape a stable, prosperous and future-ready economic relationship. #IndiaEUTradeDeal @EU_Commission @vonderleyen https://t.co/f65vYIamAl
— Narendra Modi (@narendramodi) January 27, 2026
La spinta geopolitica: diversificare lontano da USA e Cina
È evidente che l’accelerazione finale nelle trattative sia figlia del mutato contesto globale. Bruxelles cerca disperatamente di diversificare le proprie catene di approvvigionamento e i propri mercati di sbocco per ridurre la dipendenza dalla Cina, la cui inondazione di merci a basso costo preoccupa non poco. Parallelamente, l’ombra di un ritorno al protezionismo americano – con i ricordi dei dazi dell’era Trump ancora freschi – spinge l’Europa a cercare sponde sicure altrove.
L’India, con i suoi 1,4 miliardi di abitanti e un mercato finora fortemente protetto, rappresenta il “contromodello” ideale, almeno sulla carta. È un matrimonio di interesse in un mondo sempre più fratturato, dove le partnership affidabili scarseggiano. Certo non sarà facile raggiungere la massa del consumo indiano con prodotti costosi e di nicchia come quelli europei.
Cosa ottiene l’Europa: aperture mirate, non totali
L’accordo apre una breccia nel muro protezionistico indiano, offrendo opportunità interessanti per l’export europeo, che già oggi rappresenta il primo partner commerciale del gigante asiatico. Tuttavia, è fondamentale notare che si tratta di un accordo parziale. Non siamo di fronte a un azzeramento totale delle barriere, ma a una loro significativa riduzione in settori specifici.
Ecco i punti chiave delle concessioni indiane:
- Settore Automobilistico: Questo è forse l’esempio più lampante della natura “parziale” dell’intesa. L’India ridurrà i dazi sulle auto europee, attualmente a un proibitivo 110%, portandoli al 10%. È un passo avanti enorme, certo, ma un dazio del 10% rimane comunque una barriera non trascurabile, anche perché i costi delle auto europee non sono sicuramente modici. Inoltre, questa riduzione si applicherà a una quota limitata di 250.000 veicoli all’anno. Bisognerà vedere cosa accadrà all’importazione nella UE di auto indiane.
- Vino e Alcolici: I dazi sul vino europeo, che oggi raggiungono l’astronomico 150%, scenderanno in una forbice tra il 20% e il 30%, a seconda del valore del prodotto.
- Olio d’Oliva: L’olio d’oliva europeo potrà entrare in India in esenzione di dazi, evitando l’attuale tariffa del 45%.
È bene notare che gran parte del delicato settore agricolo è stato tenuto fuori dall’accordo, una mossa necessaria per rassicurare gli agricoltori europei, già sul piede di guerra per timori di concorrenza sleale. Si sono fatti interventi mirati settoriali, non generalizzati come per il Mercosur. Non è un’area di libero scambio, per essere ben chiari.
Cosa ottiene l’India e il nodo cruciale del CBAM
Per Nuova Delhi, l’accordo rappresenta un’opportunità per incrementare le esportazioni nei settori tessile, chimico e farmaceutico, oltre a rafforzare la fiducia degli investitori internazionali.
Ma il vero punto critico, quello dove l’economia incontra la diplomazia climatica, riguarda l’acciaio e l’energia. L’India è un grande esportatore di acciaio, ma la sua produzione è fortemente dipendente dal carbone. Questo la mette in rotta di collisione diretta con il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), il meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alle frontiere, appena entrato in vigore.
Come si concilia un paese dal mix energetico “sporco” con le ambizioni verdi di Bruxelles? La soluzione trovata appare come un classico compromesso tecnico-politico:
- Quote sull’Acciaio: L’UE prevede di concedere all’India una quota significativa dei 18,3 milioni di tonnellate di acciaio che possono entrare nel blocco in esenzione di dazi, aiutando così i produttori indiani a navigare le nuove tariffe europee sull’acciaio.
- Assistenza Tecnica sul CBAM: Bruxelles si è impegnata a fornire “assistenza tecnica” agli operatori indiani per una “introduzione agevole” del CBAM. In sostanza, l’UE aiuterà l’India a gestire burocraticamente il meccanismo che essa stessa ha creato per penalizzare le produzioni ad alte emissioni. L’UE ha anche segnalato la disponibilità ad assistere le aziende indiane nei loro percorsi di decarbonizzazione, ma non è ben chiaro come questo, al di là dell’espressione della volontà, possa aiutare l’industria indiana. Non è un’esenzione completa come quella trattata per le piccole aziende USA.
Tempi lunghi
Non aspettiamoci cambiamenti dall’oggi al domani. L’accordo dovrà ora superare una revisione giuridica di cinque o sei mesi. L’entrata in vigore effettiva è prevista entro un anno, sempre che non subentrino altri problemi. Inoltre il Consiglio dovrà approvare l’accordo a maggioranza e in quel consesso si sentiranno le voci dei paesi più colpiti.
Si tratta di un accordo pragmatico, figlio dei tempi incerti che viviamo. L’Europa ottiene un accesso migliore, seppur contingentato e non libero da dazi, a un mercato immenso. L’India ottiene legittimazione e un salvacondotto parziale per il suo acciaio di fronte alle normative climatiche europee. È un passo avanti nella cooperazione, ma definirlo “la madre di tutti gli accordi” forse richiede un eccesso di ottimismo che lasciamo volentieri ai politici.







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