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Trump interviene: dazi del 25% su chiunque commerci con l’Iran. È la “fine dei giochi” per l’export in Iran?

Il Presidente USA vara la “responsabilità nazionale”: se un Paese vende a Teheran, paga dazi su ogni bene inviato in America. Un colpo mortale per l’ambiguità di UE e Cina, mentre il Rial vale zero e le rivolte covano sotto la cenere.

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Donald Trump non usa il fioretto. Non l’ha mai fatto e, a quanto pare, nel 2026 ha deciso di posare anche il bisturi per imbracciare direttamente la clava. Con un post sul suo social Truth, il Presidente degli Stati Uniti ha appena sganciato quella che, in termini economici e geopolitici, equivale a una bomba termobarica.

Niente giri di parole, niente diplomazia felpata stile Dipartimento di Stato. Il messaggio è brutale nella sua semplicità:

“Con effetto immediato, qualsiasi Paese che intrattenga rapporti commerciali con la Repubblica Islamica dell’Iran pagherà una tariffa del 25% su tutte le transazioni commerciali effettuate con gli Stati Uniti d’America. Il presente ordine è definitivo e conclusivo. Grazie per l’attenzione dedicata alla questione!”

 

Tradotto per chi ancora sperava nel bon ton istituzionale: chiunque faccia affari con l’Iran, pagherà un dazio del 25% su tutto ciò che esporta negli Stati Uniti. Non solo sui beni legati all’Iran, ma su tutto. Avete letto bene. Se la Germania vende un tornio a Teheran, la BMW pagherà il 25% in più per vendere un SUV a New York.

La “Nuclear Option” delle sanzioni secondarie

Analizziamo tecnicamente cosa significa. Fino a ieri, le sanzioni secondarie colpivano le singole aziende o i settori specifici. Questa mossa, invece, applica un principio di “responsabilità nazionale” che farebbe impallidire i giuristi del WTO (ammesso che il WTO esista ancora come entità rilevante, cosa di cui dubitiamo da tempo).

Trump sta applicando una leva commerciale totale. Il mercato americano è il consumatore di ultima istanza del mondo. L’Iran è un mercato marginale per l’Occidente, ma fondamentale per l’energia di paesi come Cina e India. La scelta posta da Washington è binaria:

  • O stai con noi (e continui a vendere nel mercato più ricco del mondo).

  • O stai con loro (e ti tieni il petrolio iraniano, ma dimentichi i dollari americani).

Quindi solo paesi  con export praticamente nullo verso gli USA possono permettersi di esportare verso l’Iran, a questo punto.  Per fare un esempio, al limite, la Russia, che ha un interscambio attuale molto limitato con l’America. Però non l’India, non la  Cina. Resta la possibilità del contrabbando o di pericolose triangolazioni.

Il contesto: Rivolte, repressione e la “manina” tesa

Perché ora? L’Iran è in fiamme. Le rivolte interne sono state represse con una durezza che Trump definisce, con un cinismo quasi ammirevole, “piuttosto moderata” se confrontata con l’alternativa che lui stesso ha sul tavolo: l’intervento militare.

Intanto il valore della valuta iraniana, il Rial, verso Dollaro ed euro, è una  frazione talmente bassa da approssimare lo zero, come si può vedere anche da Tradingeconomics:

Questo rende i dazi quasi inutili: anche se si potesse importare qualcosa, non potrebbe essere pagato dai  cittadini iraniani che hanno una valuta con valore, letteralmente, zero.

Fonti d’informazione  suggeriscono che Teheran, strangolata dalle proteste e dalla crisi valutaria, vorrebbe riaprire le trattative. Trump, annusando la debolezza della preda, ha deciso di alzare la posta al massimo prima di sedersi al tavolo. Non ha ancora dato il  via a un attacco militare, anche perché non ci sono portaerei nell’area. L’opzione militare non è stata scartata.

Chi piangerà (e chi riderà meno)

Ecco una rapida lista di chi passerà una brutta giornata domani mattina all’apertura delle borse:

  • L’Unione Europea: Come sempre, il vaso di coccio. Germania, Italia e Francia hanno sempre cercato di tenere un piede in due scarpe con l’Iran (ricordate INSTEX?) Quel meccanismo  per aggirare le sanzioni USA fuznionante dal 2019 al 2023?). Ora è finita. Se l’ENI o la Total muovono un dito verso Teheran, l’intero export nazionale verso gli USA diventa fuori mercato. Bruxelles emetterà note indignate, ma alla fine si allineerà. Non abbiamo la forza per fare altrimenti.

  • La Cina: Qui il gioco si fa duro. Pechino è il maggior acquirente di petrolio iraniano. Trump sta dicendo a Xi Jinping: “Se vuoi vendermi qualcosa, chiudi i rubinetti persiani”. Sarà interessante vedere se la Cina accetterà il bluff o risponderà (magari svalutando lo Yuan, scatenando un’altra guerra valutaria).

  • L’India: Nuova Delhi compra energia dall’Iran ma vuole essere partner strategico degli USA contro la Cina. Si troverà in una posizione scomodissima.

  •  Sud Africa: se vuole esportare negli USA dovrà rivedere le proprie politiche

Un pasticcio,  se la norma sarà applicata in modo serio.

Sarà sufficiente?

Sarà sufficiente questa norma a piegare l’Iran? Difficilmente causerà qualcosa nel breve periodo, ma sicuramente aumenterà la tensione economica sul regime di Teheran. Anche se il governo afferma di aver piegato le rivolte non potrà continuare in eterno a schiacciare le rivolte causate da un’economia in pezzi. I missili saranno utili per dissuadere Israele, ma non producono benessere.

Domande e risposte

In che modo questa sanzione è diversa da quelle del passato? La differenza sostanziale sta nel principio di “responsabilità nazionale”. Fino a ieri le sanzioni colpivano la singola azienda che violava l’embargo. La nuova regola di Trump, invece, colpisce l’intero Paese di origine: se un’azienda tedesca vende a Teheran, tutto l’export tedesco verso gli USA (dalle auto alla chimica) subisce un dazio del 25%. È una leva commerciale totale che costringe i governi a fare da “poliziotti” per Washington, ponendoli di fronte a una scelta binaria: o il piccolo mercato iraniano o il gigantesco mercato americano.

L’Iran può resistere a questa nuova ondata di pressione economica? La situazione interna è già critica. Come evidenziato nell’articolo, il Rial iraniano ha un valore prossimo allo zero, rendendo quasi impossibile per i cittadini pagare le importazioni anche senza dazi. Le rivolte sono state represse, ma il malessere economico rimane esplosivo. Questa mossa americana serve più a isolare politicamente il regime e a tagliare le sue rendite petrolifere (vendute a Cina o India) che a bloccare un import iraniano che, di fatto, è già paralizzato dalla svalutazione monetaria.

Esistono paesi che possono ignorare l’ultimatum di Trump? In teoria, solo chi non ha nulla da perdere sul mercato americano. La Russia, ad esempio, ha un interscambio con gli USA ormai ridotto ai minimi termini, quindi potrebbe continuare a commerciare con l’Iran senza temere dazi rilevanti. Discorso diverso per giganti come Cina, India o i paesi dell’UE: per loro il mercato americano è vitale. L’unica via d’uscita per questi attori resterebbero il contrabbando o complesse “triangolazioni” commerciali, rischiose e costose, per mascherare l’origine delle merci.

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