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Tagli storici a Redmond: Microsoft scarica 60.000 dipendenti per inseguire il miraggio dell’Intelligenza Artificiale
Piano di tagli choc in casa Microsoft: 60.000 dipendenti di fronte al bivio dell’uscita volontaria. L’azienda sacrifica un quarto della forza lavoro per finanziare la febbre dell’intelligenza artificiale.

La scure di Redmond si abbatte con una violenza inaudita sulla forza lavoro. Microsoft ha annunciato ufficialmente l’avvio di un piano di uscite volontarie colossale, destinato a coinvolgere circa 60.000 lavoratori in tutto il mondo. Parliamo di quasi un quarto dell’intera pianta organica del colosso tecnologico.
Una mossa drastica e calcolata, concepita per alleggerire i costi fissi operativi e dirottare ogni singolo miliardo disponibile verso la forsennata corsa agli investimenti in intelligenza artificiale. La manovra non risparmia la struttura tradizionale dell’azienda.
L’offerta di uscita è rivolta a team selezionati negli Stati Uniti, in Canada, in India e nel Regno Unito, limitatamente ai ruoli pari o inferiori al livello di vicepresidente. Al contempo, la direzione ha blindato i reparti strategici ritenuti indispensabili: chi lavora sui data center, sulle attività commerciali di vendita e sul marketing resta escluso dai tagli.
È la prova tangibile che l’infrastruttura fisica e la monetizzazione aggressiva dell’IA richiedono risorse finanziarie talmente voraci da sacrificare interi segmenti aziendali consolidati.
A giustificare la manovra sul piano comunicativo ci ha pensato Amy Coleman, vicepresidente esecutivo e responsabile del personale. In una nota interna inviata ai dipendenti, la dirigente ha parlato di “maggiore flessibilità” e di un modo per consentire alle persone di “plasmare il proprio prossimo capitolo”. Una formula aziendale che edulcora una realtà economica ben più dura: la ristrutturazione permanente è ormai la regola aurea del capitalismo digitale contemporaneo.
Si tratta della seconda operazione di questo tipo nel giro di pochi mesi.
Già nello scorso mese di aprile, la multinazionale aveva spinto verso il pensionamento anticipato circa il sette percento della forza lavoro statunitense. Un’emorragia silenziosa che trova conferma nei dati ufficiali depositati: alla fine di giugno i dipendenti globali erano scesi a 223.000 unità, in calo rispetto ai 228.000 registrati alla fine del 2025.
Ora la percentuale dei lavoratori potenzialmente coinvolti sale vertiginosamente al ventisette percento.
Le implicazioni strutturali di questa transizione forzata sono evidenti. La concentrazione del capitale finanziario in un unico settore ad altissimo rischio, guidato dalle promesse (ancora da tradurre in margini stabili) dell’IA generativa, sta smantellando la stabilità occupazionale dei colossi tech.
Le grandi aziende non assumono più per espandere i mercati reali, ma tagliano la base salariale per rassicurare i mercati finanziari sulla redditività a breve termine. Il tempismo dell’annuncio non è affatto casuale.
La mossa arriva a poche ore dalla pubblicazione dei risultati finanziari trimestrali, attesa per la fine della settimana. La finanza globale osserva con attenzione famelica, pronta a premiare la contrazione dei costi del lavoro a scapito della sicurezza occupazionale.
Per le migliaia di dipendenti coinvolti, la scelta si riduce a un bivio obbligato: accettare il pacchetto di uscita o rimanere all’interno di un’arena aziendale sempre più ostile e imprevedibile, nella quale, prima o poi, saranno comunque sacrificati.







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