Seguici su

AttualitàBrasilePolitica

Svolta in Brasile: Flávio Bolsonaro sfiora il colpo al primo turno e mette all’angolo Lula. Il Sud America gira a destra

Disastro al primo turno per Lula: Flávio Bolsonaro vola al 49,6% e sfiora l’elezione immediata. Conti pubblici fuori controllo e tassi alle stelle spingono il Brasile verso la svolta di destra che trascina l’intero continente sudamericano.

Pubblicato

il

Il Brasile si è risvegliato stamattina con la possibilità di un cambiamento che può seppellire definitivamente vent’anni di egemonia della sinistra lulista. I risultati del primo turno delle elezioni presidenziali rappresentano un vero e proprio shock per il palazzo del Planalto: il senatore Flávio Bolsonaro, erede designato dell’ex presidente, ha sfiorato la vittoria immediata al primo turno incassando il 49% dei voti validi, relegando il presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva a un pericolante 42%.

A ottant’anni compiuti e alle prese con un consenso in rapida erosione, Lula si trova ora costretto a una rimonta disperata di oltre sette punti percentuali in appena tre settimane. La sensazione diffusa nella capitale federale è che il modello politico imperniato sul Partito dei Lavoratori abbia esaurito la propria spinta propulsiva, schiacciato tra promesse assistenziali non più sostenibili e una crescente insofferenza popolare verso l’ingerenza giudiziaria.

Il tracollo delle speranze governative si misura anche nella totale evaporazione del cosiddetto “terzo polo”, che avrebbe dovuto offrire un’alternativa moderata e centrista alla polarizzazione radicale. Nessuno dei candidati alternativi è riuscito a superare la soglia del rumore di fondo, confermando come l’elettorato brasiliano pretenda scelte nette e senza compromessi.

Candidato e listaArea politicaVoti validi (%)
Flávio Bolsonaro (PL)Destra conservatrice49,6%
Luiz Inácio Lula da Silva (PT)Sinistra progressista42,3%
Augusto Cury (Avante)Centro / Outsider3,0%
Ronaldo Caiado (PSD)Centrodestra moderato2,3%
Renan Santos (Missão)Centrodestra liberale2,3%
Romeu Zema (Novo)Destra liberale0,3%

Sul terreno prettamente economico emergono le cause strutturali di questa disfatta per la sinistra. Nel corso dell’ultimo biennio, l’amministrazione federale ha puntato su un’espansione aggressiva della spesa corrente nel tentativo di drogare il consenso elettorale, culminata nel frettoloso rincaro del 15% del programma Bolsa Família e nel blocco d’urgenza delle scommesse online per arginare l’indebitamento delle famiglie periferiche.

Tuttavia, quando le risorse pubbliche vengono distribuite senza un corrispondente rafforzamento della base produttiva reale e delle infrastrutture logistiche, i nodi vengono inevitabilmente al pettine. Il deterioramento dei conti pubblici e il deficit primario fuori controllo hanno costretto la banca centrale a mantenere i tassi di riferimento (il tasso Selic) a livelli proibitivi, superando la doppia cifra per contenere le vampate inflattive.

Questo muro monetario ha strozzato il credito per le piccole imprese manifatturiere e congelato gli investimenti industriali privati. Nemmeno i dati apparentemente positivi su disoccupazione e occupazione aggregata hanno convinto il ceto medio e l’operoso settore dell’agroalimentare, che vedono il potere d’acquisto reale eroso da un costo della vita insostenibile e da una pressione fiscale sempre più predatoria.

Flávio Bolsonaro ha capitalizzato questa frustrazione gestendo la campagna elettorale con abile pragmatismo: ha evitato il confronto nei dibattiti televisivi, si è smarcato dagli attacchi sul dossier Banco Master e ha saputo canalizzare la rabbia per lo strapotere del Supremo Tribunale Federale, percepito da una parte maggioritaria del Paese come un braccio politico ausiliario del governo petista.

Se il ballottaggio del prossimo 25 ottobre dovesse confermare la supremazia della destra, l’esito andrà ben oltre i confini del Brasile, sancendo il tramonto definitivo della seconda “marea rosa” in Sud America. La traiettoria dell’intero continente sta infatti virando verso una direttrice conservatrice e di drastica apertura al mercato, dopo il rapido esaurimento delle promesse stataliste.

Il cambio di paradigma è già evidente a ogni latitudine dell’America Latina:

  • Argentina: la terapia d’urto ultra-liberista ha rotto i tabù della spesa pubblica, richiamando per radicalità e deregolamentazione la stagione di Carlos Menem negli anni Novanta.
  • Cile e Colombia: i governi progressisti di Gabriel Boric e Gustavo Petro sono paralizzati da indici di gradimento ai minimi storici, bloccati da crisi di sicurezza interna e fuga di capitali esteri.
  • Perù: il collasso dell’avventura radicale ha riconsegnato il baricentro decisionale alle forze conservatrici e parlamentari.

In questo mosaico geopolitico, un Brasile a guida liberale e conservatrice agirebbe da traino continentale. Gli operatori finanziari e il settore esportatore guardano già con favore a un’agenda incentrata su deregolamentazione, tutela della proprietà privata, riduzione dell’ipertrofia burocratica e salvaguardia della valuta nazionale, in netta controtendenza rispetto all’interventismo redistributivo di Brasilia.

A questo punto, a Lula rimangono pochissime carte da giocare per invertire l’inerzia. Il potente cartello del “Centrão”, che controlla le camere legislative ed è storicamente incline a salire sul carro del vincitore per gestire le poste di bilancio, sta già ammiccando a Flávio. La storia politica del gigante sudamericano insegna che recuperare un divario di quasi dieci punti è un’impresa disperata quando il vento economico ha già deciso da che parte soffiare.

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento