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Sull’imposta sugli extra utili e sul perché ha una sua logica

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Spediamo qualche parola sull’imposta sugli extra utili delle banche, che ha mobilitato il sistema informativo in un’improbabile difesa del capitalismo finanziario, non costituito  tanto da piccoli azionisti, ma piuttosto da grandi fondi esteri o grandi imprendtori.

Prima di tutto diciamo chiaramente che, dopo gli ultimi aggiustamenti del MEF e il pressing di tanti politici. la norma si è trasformata in una tigre di carta: il Sole 24 Ore ha  valutato che le analisi  contenute in alcuni report di alcuni analisti non dovrebbero far paura agli azionisti delle banche: “Secondo le stime di Jefferies, l’impatto medio del prelievo dovrebbe aggirarsi attorno ai 30 punti base del patrimonio di qualità (CET1 ratio) per le prime 10 banche italiane, la metà di quanto previsto nello scenario precedente in cui il tetto non era stato previsto». 30 pb è lo 0,3 % non proprio un impatto fortissimo.

Gli analisti di Ubs mettono in conto un salasso complessivo attorno agli 1,9 miliardi in termini aggregati per le principali otto banche italiane, ognuna delle quali è destinata a fare caso a sè, perché bisogna vedere l’impatto dell’aumento degli interessi sui singoli bilanci bancari. Comunque 1,9 miliardi è una cifra veramente piccola se spalmata su tutto il sistema.

Qualcuno ha detto che, con questa norma, si rompe il sistema di libera concorrenza e si punisce chi fa utili in modo corretto. Fandonie. il problema è che l’aumento dei tassi di interessi ha permesso alle aziende di credito, che agiscono in un sistema oligopolistico, di fare utili agendo, praticamente, come un cartello. Dato che la concorrenza è oggettivamente limitata nessuno ha abbassato i tassi, o aumentato i rendimenti sui depositi, per attrarre nuovi clienti. Tutti hanno fatto finta di niente, perché potevano permetterselo, e quindi hanno realizzato degli utili in più

Non si colpiscono le società perché efficienti e quindi in grado di realizzare utili, ma perché approfittano della situazione di un mercato con barriere all’antrata (voi non potete aprire la vostra banca domani, anche se l’attività appare redditizia) per realizzare degli utili che, in un mercato più concorrenziale, non avrebbero mai potuto permettersi di realizzare. Certo, poteva esserci un’altra soluzione al problema, cioè una maggiore apertura al mercato, magari con forme di credito differente (ad esempio quello sociale), ma il governo ha preferito fare un po’ di cassa. Si colpiscono le banche come conniventi, non come efficienti.

Comunque la mossa ha funzionaato e qualche banca ha deciso, alla fine di muoversi. Ad esempio Credem ha iniziato a offrire conti risparmio al 4% e canoni zero, una prima offerta che migliora la posizione dei risparmiatori. Vedremo se altre si aggregheranno.


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