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Economia

Studio del Mes: Italia prima in Europa nel rientro dal deficit

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Mentre le tensioni geopolitiche in Medio Oriente provocano gravi perturbazioni nei mercati globali del petrolio e del gas, crescono nuovamente le preoccupazioni circa la vulnerabilità dell’area euro agli shock dei prezzi energetici. L’Europa rimane fortemente dipendente dalle importazioni di energia, il che espone la sua economia e la sua stabilità finanziaria alle fluttuazioni dei prezzi globali. Rispetto allo shock innescato dall’invasione russa dell’Ucraina, l’economia dell’area euro affronta questo episodio in una posizione migliore, sebbene non immune. La sfida politica ora è duplice: stabilizzare l’economia in un contesto di rinnovata turbolenza dei prezzi e promuovere le riforme strutturali necessarie per rafforzare la resilienza energetica a lungo termine dell’Europa.

Con quasi il 60% del fabbisogno energetico dell’area euro importato dall’estero (e circa il 90% per gas e petrolio), l’aumento dei prezzi dell’energia non solo porterà a un’inflazione più elevata, ma trasferirà anche reddito dai cittadini dell’area euro residenti all’estero ai paesi esportatori di energia.

La situazione attuale, fanno notare molti analisti economici, è simile a quella del 2022, ma si distingue per diversi aspetti: la struttura dei consumi energetici attenua l’impatto dell’attuale shock energetico. Allo stesso tempo, le conseguenze di un aumento più prolungato dei prezzi dell’energia comprometteranno ulteriormente la competitività dei settori ad alta intensità energetica e dell’economia nel suo complesso.

Il Mes, il meccanismo europeo di stabilità, che tante discussioni ha creato nel nostro paese, sul suo utilizzo o meno, ha realizzato un approfondito studio ” Euronomics: Déjà vu? How the euro area confronts another energy shock” su come l’Europa ha reagito e potrà reagire al grande shock energetico determinati dalla guerra in Iran, facendo anche un rapporto con il 2022 dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina.

“Lo shock energetico del 2022 ha colpito duramente l’area dell’euro. La crisi ha messo in luce una vulnerabilità esterna fondamentale: l’eccessiva dipendenza dell’Europa dalla Russia come unico fornitore di energia e i rischi che derivano dal suo utilizzo come arma. Nel primo trimestre del 2022, i prezzi del petrolio sono aumentati di oltre il 35% e i timori di carenze di gas hanno spinto i prezzi all’ingrosso del gas a livelli record.” si legge nel report.

La lezione evidentemente è servita se è vero che la situazione adesso è certamente migliore rispetto a quel vero e proprio shock energetico. Lo shock ha spinto, spiegano gli esperti del Mes,  l’Europa ad adattarsi rapidamente, e molti di questi aggiustamenti hanno rafforzato la sua capacità di affrontare la situazione attuale. “In primo luogo, la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia è diminuita drasticamente. Oggi i fornitori di gas e petrolio sono ben diversificati. Nella situazione attuale, l’esposizione diretta è limitata, con circa il 12% delle importazioni europee di petrolio e il 6% delle importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) provenienti da fornitori mediorientali.”

I paesi europei insomma hanno diversificato i loro approvvigionamenti ( in questo senso il nostro paese è certamente stato uno dei più attivi, basti pensare anche l’ennesimo viaggio nel Golfo di settimana scorsa da parte della premier Giorgia Meloni). Dal 2022, la capacità di rigassificazione del GNL nell’UE è aumentata del 32%, e la transizione energetica ha contribuito a rafforzare la sicurezza energetica. La capacità eolica e solare è cresciuta del 58% dal 2021, e nel 2024, per la prima volta, le energie rinnovabili hanno generato più elettricità del gas.

Nonostante questi progressi, l’Europa è ancora vulnerabile alle interruzioni energetiche globali e alle fluttuazioni dei prezzi. Sebbene le energie rinnovabili rappresentino ora una quota maggiore della produzione di elettricità, il gas rimane un fattore determinante per la determinazione dei prezzi in questi mercati, con differenze tra i vari paesi.

“Per le industrie ad alta intensità energetica – chimica, metallurgia di base, tra le altre – le conseguenze del 2022 non si sono ancora completamente rimarginate. Queste imprese rimangono fortemente esposte ai picchi dei prezzi dell’energia e molte stanno ancora adattando i propri modelli di business e i processi produttivi. I prezzi dell’elettricità per l’industria in Europa sono da due a tre volte superiori rispetto a quelli degli Stati Uniti o della Cina.” Secondo i calcoli degli esperti del meccanismo di stabilita europeo, che utilizzano un approccio basato su modelli che esamina come i prezzi dell’energia influenzino direttamente i costi di produzione e le ragioni di scambio, un aumento dei prezzi del petrolio e del gas rispettivamente del 100% e del 200% rispetto ai livelli pre-conflitto tra Stati Uniti e Iran potrebbe ridurre il PIL dell’area euro dello 0,3% nel 2026 in caso di una breve interruzione delle forniture energetiche e dell’1,2% entro la fine del 2027 in caso di un’interruzione più prolungata.

 

Ecco perchè di fronte a questi shock è importante agire da parte dei paesi con azioni di stimolino la crescita e su maggiori avanzi primari. Ed ecco che qui arriva la sorpresa, perche da una analisi sul rientro del deficit dei paesi europei, il nostro è quello senza dubbio messo in una posizione maggiore, essendo riuscito grazie alla politica prudente del ministro Giancarlo Giorgetti ad effettuare per primo un rientro dal deficit importante ( dal 7,4 nel 2022 al 3 di quest’anno). E sempre o studio mostra come il nostro paesi guidi la classifica dei paesi piu virtuosi, che comprende tutti quelli, come Spagna, Grecia e Portogallo, erano stati considerati delle cicale, mentre in fondo alla classifica ora ci sono finiti tutti i paesi del nord, Germania in testa, considerati da sempre come quelli invece frugali.

“Dal 2022, alcuni governi dell’area euro hanno registrato una crescita robusta e consolidato le proprie finanze, creando margini di bilancio per attutire l’impatto di un’eventuale nuova crisi. Altri, invece, hanno accumulato ingenti deficit – in parte dovuti a maggiori impegni per la difesa – e pertanto dispongono di una minore capacità fiscale per assorbire un’altra crisi.” si legge nel report del Mes.

 

 

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