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Sovranità a geometria variabile: il patriottismo selettivo degli italiani

L’Italia si riscopre nazione sovrana bloccando gli USA a Sigonella e piangendo per la Nazionale esclusa dai Mondiali. Ma intanto, sui vincoli economici imposti dall’Europa, domina il silenzio. L’analisi di un patriottismo a intermittenza che maschera il reale declino del Paese.

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C’è qualcosa di profondamente stonato – e, a tratti, persino ipocrita – nel clima che stiamo vivendo in queste ore. Due fatti, apparentemente lontani tra loro, hanno scosso l’opinione pubblica italiana: da un lato, la decisione del ministro della Difesa Crosetto di negare l’utilizzo della base di Sigonella agli Stati Uniti, rivendicando gli accordi del 1954 e riaffermando un principio di sovranità nazionale; dall’altro, l’ennesima, umiliante esclusione dell’Italia dai Mondiali di calcio, la terza consecutiva. Due episodi diversi, certo. Ma uniti da un filo rosso: l’orgoglio nazionale. O meglio, la sua rappresentazione intermittente.

Quando si tratta di dire “no” agli Stati Uniti – potenza alleata, ma comunque percepita come esterna – improvvisamente l’Italia riscopre sé stessa. Il Parlamento si compatta, l’opinione pubblica applaude, il dibattito si accende di dignità e autonomia. Finalmente, si dice, un gesto di sovranità. Poi arriva il calcio, e con esso il trauma collettivo: una nazione che non riesce più nemmeno a qualificarsi per il torneo più importante del mondo. E lì esplode il rammarico, la frustrazione, la ferita identitaria. Non è solo sport: è la percezione di un declino, di una perdita di peso, di una marginalizzazione.

Fin qui, tutto comprensibile. Il problema nasce quando si allarga lo sguardo. Perché lo stesso popolo che si indigna per Sigonella e si deprime per la Nazionale, mostra una totale indifferenza – quando non un entusiasmo acritico – verso una ben più profonda e sistematica cessione di sovranità: quella nei confronti delle istituzioni europee. Ed è qui che la contraddizione diventa insostenibile.

Ogni giorno, da anni, l’Italia subisce vincoli, direttive, imposizioni che incidono direttamente su bilancio pubblico, politica economica, sistema produttivo, mercato del lavoro. Decisioni che non vengono prese a Roma, ma altrove. Decisioni che spesso si rivelano dannose, o comunque lontane dagli interessi nazionali. Eppure, tutto questo avviene nel silenzio più totale. Anzi: con il consenso. Dov’è, in questi casi, l’orgoglio nazionale? Dov’è la fermezza dimostrata con Sigonella? Dov’è la stessa emotività che si scatena per una partita di calcio?

La risposta è scomoda, ma evidente: esiste un patriottismo a geometria variabile. Una sovranità “a consumo”, che si attiva solo quando è facile, quando non costa nulla, quando non mette in discussione gli equilibri reali del potere. Dire no agli Stati Uniti su una base militare è un gesto simbolico, forte ma circoscritto. Mettere in discussione l’architettura europea, invece, richiede coraggio politico, visione strategica, capacità di andare controcorrente. E soprattutto implica il rischio di rompere un consenso costruito negli anni su narrazioni rassicuranti. Così si preferisce il primo gesto al secondo. Si celebra l’episodio, si ignora il sistema.

Ma c’è di più. Questa schizofrenia collettiva rivela un problema culturale profondo: l’incapacità di riconoscere dove si esercita realmente il potere. Gli italiani percepiscono ancora la sovranità in termini novecenteschi, legata ai rapporti bilaterali, ai simboli, agli atti visibili. Non vedono – o non vogliono vedere – che oggi il vero controllo si esercita attraverso regole, vincoli, parametri, procedure. È una sovranità meno appariscente, ma molto più pervasiva. Ed è proprio per questo che passa inosservata.

Nel frattempo, il Paese arretra. Non solo nel calcio, ma nell’economia, nella competitività, nel peso internazionale. E continua a raccontarsi una storia rassicurante: quella di una nazione ancora padrona del proprio destino. La verità è un’altra. L’Italia reagisce quando è emotivamente coinvolta, ma abdica quando dovrebbe ragionare. Si indigna per ciò che vede, ma accetta ciò che conta davvero.

E allora la domanda resta lì, inevitabile: cosa scatta nella mente degli italiani? Perché questa cecità selettiva? Forse perché è più facile difendere un simbolo che affrontare una realtà. Più semplice esultare per un “no” episodico che mettere in discussione un intero sistema. Più comodo indignarsi per una sconfitta sportiva che interrogarsi sulle cause profonde del declino. Ma finché questa contraddizione non verrà sciolta, ogni slancio di orgoglio nazionale resterà incompleto. E, soprattutto, inefficace. Perché una sovranità che si esercita solo a giorni alterni, in fondo, non è sovranità. È solo una sua illusione.

Antonio Maria Rinaldi

 

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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