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SI AL RECOVERY FUND, MA SENZA AUSTERITA’. INTERVISTA ESCLUSIVA A PINO CABRAS, ONOREVOLE A CINQUE STELLE

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Pino Cabras, esponente del Movimento Cinque Stelle con posizioni molto interessanti dal punto di vista economico. Ve la proponiamo per un anntenta analisi. 

Buona lettura. 

 

  1. Onorevole Cabras, abbiamo letto con interesse il suo documento, firmato anche dai numerosi colleghi. Fra le vostre richieste vi è quella dell’elezione di un capo politico al posto dell’auto prorogato Vito Crimi. Anche se i vostri toni non sono ultimativi, che pensate di fare se nulla cambiasse nei prossimi mesi?

In realtà i toni ultimativi non li diamo noi, bensì lo statuto, che impone che la direzione politica non sia occupata da un ‘facente funzioni’ oltre le date prescritte. Chi dirige deve essere rappresentativo non solo di se stesso e dei suoi fidati e dovrà tener conto del cambiamento richiesto da migliaia di iscritti. Aggiungo che c’è un ultimatum molto più importante da leggere nelle cose del mondo, non nel dibattito interno: dati economici e sociali drammatici, nodi che vengono al pettine nella crisi delle imprese e del lavoro, in un quadro internazionale di crisi sistemica che rende poveri interi settori e intere generazioni. La scala dei problemi è talmente grande da pretendere che i progetti politici nati da una grande spinta popolare non siano ridotti a routine burocratica, mancette e visioni ristrette, né retti da dirigenti debolissimi e ripiegati sul Palazzo, qualunque sia la loro retorica stereotipata sul “bene del Paese”.

  1. La vostra proposta di utilizzare solo la parte “a fondo perduto” del RRF è interessante, ma va in contrasto con le cifre sinora proclamate sia dal ministro Gualtieri sia dal Presidente del Consiglio Conte. Intendete far porre questo punto nel programma di un eventuale nuovo governo, anche nell’ottica della bozza di regolamento, estremamente restrittiva e colma di richiami al semestre europeo?

Dobbiamo innanzitutto salutare gli elementi positivi del cosiddetto Recovery Fund: il ritorno di un concetto perduto da decenni, ossia il voler fare una vasta programmazione economica che coordina e pianifica le scelte prioritarie per il futuro e mette in campo centinaia di miliardi di euro. Veniamo da un’epoca interminabile in cui le manovre economiche erano una striminzita gestione dell’esistente che ad ogni bilancio scontava “riforme” che tagliavano via via ospedali, scuole, servizi, tutela ambientale, pensioni, investimenti. Se usato bene, il piano è una svolta proprio perché è un piano. Sono stati identificati dei fabbisogni speciali, e questo va bene. Non importa il colore del gatto, purché acchiappi i topi, dicono i cinesi. Ma non è secondario discutere sulle risorse con cui coprire i fabbisogni. In questo caso infatti il colore del gatto può fare la differenza. Il gatto color Blu Europa, ad esempio, per acchiapparli ti chiede di rafforzare il tuo “vincolo esterno” pronto a far scattare di nuovo la dittatura dello spread. Il gatto tricolore ti sollecita invece solo una ‘normale’ emissione di titoli di Stato che non rientrano nelle tagliole bruxellesi. Bisogna impedire che gli sforzi siano vanificati dalla solita vecchia austerity. Su questo serve una battaglia egemonica aperta e coraggiosa, da spiegare bene a tutti, in Italia e in Europa, dove il “tutti” comprende il popolo, che può conoscere i fatti e gli interessi in gioco e così dare sostegno alla nostra battaglia.

  1. Vari esponenti di Italia Viva, fra cui Renzi e Marattin, hanno più volte evidenziato che, dal loro punto di vista, sarebbe necessario utilizzare il cosiddetto “MES sanitario”, anche se sino ad ora il problema non è finanziario, ma di progettazione. Voi intendete porre come punto fermo del programma di governo il non utilizzo del Meccanismo europeo?

Sì, perché il ricorso al MES proposto dai suoi agguerriti piazzisti è innanzitutto un elemento di instabilità da rimuovere una volta per tutte. Ci avevano detto che col MES risparmiavamo sugli interessi e abbiamo scoperto che invece stiamo tranquillamente emettendo dei Bot con tassi zero o sottozero. Persino Cottarelli è costretto ad ammetterlo.

Ci avevano detto e ridetto che non c’erano condizionalità, e poi le ritrovavamo nelle righe incancellabili dei trattati, pronte a marchiarci a fuoco la schiena con lo stigma dei cattivi pagatori.

Ci avevano promesso fiumi di denaro, un lungo Nilo, un Rio delle Amazzoni, un MESsissippi di euro, e poi scoprivamo che le sorgenti erano aride come quei sassosi torrenti tirrenici dove prendono il sole le lucertole. Solo che qui erano pazienti coccodrilli.

E fin dall’inizio ci volevano dare a bere che a Madrid, Parigi volevano il MES e non dovevamo certo fargli la scortesia di negarglielo, e poi scoprivamo che nessuno lo voleva. E allora non si comprendeva perché diamine dovevamo negoziarlo sino a notte fonda per intere sessioni dei vertici europei. Tutte quelle occhiaie per una cosa che non voleva e non vuole nessuno? Capite che non quadra.

I renziani vogliono il “vincolo esterno” che serve a un settore protetto dei ceti dominanti per cavarsela ancora mentre il popolo sprofonda. Prima si toglie dal tavolo il MES, più stabile sarà il governo e prima potremo occuparci di cose serie.

  1. Il commissario Dombrovskis voleva reintrodurre i vincoli di bilancio, dal “Semestre europeo”, ai vincoli di Maastricht, ai famosi “Two pack” e “Six pack” fin dal 2021. Per fortuna la situazione complessa lo ha convinto che non era il caso di proseguire su questa strada. Quale dovrebbe essere l’atteggiamento del Governo in caso di imposizione di ulteriori vincoli fiscali esterni?

Semplice: avere una visione incentrata sugli interessi della nostra Repubblica. Serve una banca centrale che faccia la banca centrale. Serve mobilitare il risparmio, serve una leva fiscale e monetaria slegata dagli ingranaggi dell’austerity. E una banca pubblica che aiuti le nostre istituzioni a fare una vera politica economica senza chiedere il permesso a un eurocrate lettone.

I Paesi nordici insistono nel legarci alla “colpa” del debito pubblico e nel tarpare le ali al più efficace strumento che farebbe volare la ripresa, la BCE, mentre a questa consentono ogni acrobazia per finanziare direttamente le loro grandi imprese o coprire con dollari le voragini delle loro banche, veri campioni del debito privato e del dumping fiscale (come per l’Olanda). Finché non cambiano queste pretese, il rischio di uno stallo è serio.

Così come servirà immaginare uno scenario post-pandemia in cui ristabilire non solo la piena gerarchia costituzionale delle libertà, ma una gerarchia dei bisogni economici completamente nuova.

  1. In attesa di una riforma della BCE, tra le misure che proponete c’è il rafforzamento del sistema dei crediti fiscali da attivare come l’equivalente di una moneta elettronica. Lo scopo è far circolare nuova liquidità nel sistema per cento miliardi di euro l’anno con una sorta di moneta complementare. Come funzionerebbe?

Nel momento in cui registriamo i primi notevoli successi del Superbonus al 110%, pensiamo a quanto sarebbe innovativo e decisivo estenderne il concetto e semplificare la circolazione delle compensazioni fiscali in un sistema unico e integrato. Proponiamo da tempo il ricorso a una sorta di moneta fiscale, uno strumento che, come il suo stesso nome suggerisce, ha natura tanto “monetaria” (perché genererebbe nuovo potere d’acquisto che consentirebbe nuova spesa pubblica senza creare nuovo debito), quanto “fiscale” (perché il suo uso risponderebbe a criteri allocativi e distributivi che spetterebbe al governo stabilire). Una forte iniezione di moneta fiscale a favore dei settori economici che presentano esigenze prioritarie ridarebbe fiato alla domanda, aiuterebbe famiglie e imprese in questa fase drammatica, rilancerebbe la produzione e impiegherebbe lavoro oggi disoccupato. Tutto questo, rendendo la nostra Repubblica meno assoggettata a mercati finanziari e centri decisionali europei. Se ci dotiamo della moneta fiscale, possiamo evitare di attivare nuovi strumenti di debito, che finiscono inevitabilmente per rendere l’Italia ancora più dipendente da creditori esterni e da interessi politici di altri paesi. I vincoli esterni saranno inevitabili se continueremo a far crescere il debito. Dobbiamo evitarlo in tutti modi, ma dobbiamo, d’altra parte, sostenere l’economia di un paese in estreme difficoltà. Questa equazione altrimenti impossibile può risolversi soltanto con il ricorso alla moneta fiscale. Se l’Italia si fosse dotata già da tempo di questo strumento, avremmo affrontato la crisi Covid con ben altre forze e non saremmo al dramma economico che oggi viviamo. Oggi parliamo dei morti di Covid, ma il calcolo sulla salute è più vasto. C’è un effetto strutturale dovuto a una “retroazione” della crisi economica anche sulla crisi sanitaria: il crollo economico fa crollare le aspettative di vita, garantite fin qui, negli ultimi sessant’anni, dal benessere che sorreggeva il sistema. Immettere liquidità nel sistema è il modo più completo di salvare benessere e salute.

  1. Cosa ne pensate delle trattative fra il Presidente del Consiglio Conte ed il gruppo di senatori organizzato da Clemente Mastella?

Conte ha scelto di “parlamentarizzare” la crisi di governo. Si trova a farlo in un parlamento molto frammentato, anche per effetto della legge elettorale vigente, il Rosatellum, che rende possibile formare una maggioranza solo unendo forze molto diverse. All’inizio della legislatura il M5S poteva certo congelare il suo 33 per cento (che lo rendeva abbastanza forte da essere indispensabile, ma abbastanza debole da non poter fare da solo) ma avrebbe assai probabilmente inaugurato un ciclo di elezioni ripetute e inconcludenti senza una maggioranza autosufficiente. Il Movimento 5 Stelle ha scelto invece di misurarsi con la sfida del governo alleandosi con forze inevitabilmente molto distanti e diverse, con il Parlamento che era così com’era e non come lo avrebbe desiderato. Abbiamo approvato buone leggi non gradite dai partiti con cui ci siamo coalizzati: con la Lega, con il PD, con Italia Viva, sotto gli occhi insofferenti dei loro parlamentari. Non sarebbero diversi gli occhi di Mastella, in questo contesto e con un nuovo contratto di governo in cui scandire molti nostri cavalli di battaglia. Il punto non è Mastella, che è un vecchio democristiano inossidabile con la sua piccola eterna nuvola di ‘clientes’ (e che peraltro dice di sfilarsi dal nuovo governo). Il punto è non accettare ricatti ed essere sempre disposti ad affrontare le conseguenze della fermezza. Se sei grande e deciso, gli altri scendono a patti.


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