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SE IL MATRIMONIO SIA OBSOLETO

 

Nella specie umana le cure parentali durano a lungo, sono gravose e sarebbero difficilmente sostenibili da una persona sola. Il matrimonio è radicato nell’interesse della specie e nasce da un accordo: la donna si impegna a farsi fecondare soltanto da un uomo – che così è certo di tramandare i propri geni – l’uomo si impegna a sostenere la donna nella cura dei figli. Un tempo la vita era più breve e precaria e non è strano che la Chiesa abbia dichiarato scopo del matrimonio e del sesso la procreazione (per la sopravvivenza della specie), abbia definito questo “accordo” indissolubile (per proteggere i figli fino alla pubertà), senza seriamente interferire con la libertà dei coniugi (la vita media era di quarant’anni).

Tutte queste caratteristiche oggi vanno nella direzione dell’obsolescenza dell’istituzione. Se ha un buon lavoro, una donna può benissimo affrontare da sola le cure parentali. L’uomo ha la possibilità di sapere se ha tramandato i propri geni o no senza segregare in casa la moglie. La fedeltà rimane un dovere – perché l’istinto non è cambiato e la gelosia è ancora di moda – ma la prova delle conseguenze dell’infedeltà non è più lasciata al giudizio degli interessati, basta un’analisi del dna. Inoltre molte coppie non vogliono avere figli, o non vogliano averne più di uno o due, sicché, dopo, la fedeltà diviene un optional, dal punto di vista dei geni. Comunque l’eventuale tradimento non è più, come un tempo, una tragedia che poteva concludersi nel sangue. Quanto al divorzio, ormai esiste persino in Paesi cattolici e tradizionalisti come l’Italia o la Spagna. La stessa Chiesa sembra propensa a tollerarlo.

Si direbbe che oggi il matrimonio è sentito come l’unione di un uomo e di una donna che vogliono vivere insieme, e che ciò faranno finché gli piacerà. Avranno dei figli se ne hanno voglia, non ne avranno se non ne hanno voglia. La  costituzione della coppia è vista come un fenomeno del tutto privo di connotati sacri e irripetibili, e infatti molte persone non si sposano neppure: se i due “partner” hanno voglia di fare coppia fissa non vedono perché devono darne conto ai terzi. Dunque convivono senza ricavarne nessuno speciale biasimo sociale.

Il matrimonio e la famiglia di un tempo non esistono più. Oggi una madre può non riconoscere il proprio figlio già al momento del parto. I genitori possono scegliere fra loro due quale cognome imporre al figlio. Possono rimanere insieme tutta la vita senza essere sposati, o possono ripetutamente divorziare, magari dopo appena qualche anno di matrimonio. L’istituzione non è più vista come il pilastro centrale della comunità e il presidio fondamentale della specie: è soltanto un contratto fra gli interessati, solennizzato da una festa.

Tutto ciò ha notevoli conseguenze. Se la ragione per stare insieme è la voglia di stare insieme, e nient’altro, e se questo “stare insieme” è correntemente considerato “matrimonio”, perché non bisognerebbe chiamare matrimonio la voglia di stare insieme di due omosessuali?

La domanda a prima vista non è insensata. Ma ciò di cui molti non si accorgono è che, se del matrimonio si può fare perfettamente a meno, non si capisce perché bisognerebbe spasimare per averlo. Sulle ragioni che militano a favore del matrimonio fra omosessuali prevalgono le ragioni che militano a sfavore del matrimonio fra eterosessuali. In altri termini, non sarebbe ragionevole estendere il matrimonio agli omosessuali, sarebbe ragionevole abolirlo per tutti.

Poiché però l’unione di due persone ha conseguenze economiche e di altro genere (la possibilità di visitare il “coniuge” in carcere, per esempio, o il dovere degli alimenti, o la possibilità di ereditare a speciali condizioni ecc.), è necessario registrare questi “contratti”, assicurare loro validità e cogenza, regolamentarne dunque la conclusione e lo scioglimento, chiamandoli in un modo qualunque, con un nome che li allontani dalla tradizione e dalla religione. In inglese sarebbe facile usare partnership, in italiano si potrebbe azzardare “unione”, e i due membri si potrebbero chiamare “uniti”, ma andrebbe bene quasi qualunque termine. Comunque ci libereremmo da un mare di problemi.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

21 ottobre 2014

 

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