Economia
Se la BCE fosse la FED
Perché l’Europa cresce meno degli Stati Uniti? Le profonde differenze tra il mandato “duale” della FED e quello unico della BCE spiegano il divario economico e i costi per l’occupazione.
Se la Banca Centrale Europea fosse la Federal Reserve, l’Europa non sarebbe oggi un’area economica strutturalmente più fragile degli Stati Uniti, né costretta a inseguire la crescita americana con anni di ritardo. La divergenza tra le due sponde dell’Atlantico non è frutto del caso, né di una diversa “virtù” dei mercati: è il risultato di un’architettura monetaria profondamente diversa, fondata su visioni economiche e politiche incompatibili.
La FED nasce con un mandato comunemente definito duale, incentrato sulla stabilità dei prezzi e sulla massima occupazione. Due obiettivi posti sullo stesso piano, da bilanciare lungo il ciclo economico con ampi margini di discrezionalità. A questi si è aggiunto nel tempo un terzo pilastro sostanziale: la tutela della stabilità finanziaria e, in ultima istanza, dell’economia reale. È una banca centrale che tende ad agire con maggiore discrezionalità operativa, accetta il rischio dell’azione e valuta i propri risultati anche in termini di costi sociali evitati.
La BCE, al contrario, è costruita intorno a un obiettivo primario gerarchicamente superiore, la stabilità dei prezzi, affiancato da un mandato secondario subordinato. Crescita, occupazione e coesione economica compaiono solo come obiettivi condizionati e privi di autonomia. Non sono diritti dell’economia europea, ma concessioni eventuali, attivabili solo se non interferiscono con l’obiettivo primario. È una differenza che può apparire lessicale, ma che in realtà riflette una distanza profonda di paradigma e di filosofia economica.
Questo assetto produce una politica monetaria strutturalmente asimmetrica e spesso prociclica. La BCE tende a intervenire in modo rapido e restrittivo quando l’inflazione accelera, ma si muove più lentamente, con maggiore cautela e sotto vincoli giuridici stringenti, quando l’economia rallenta. Ne deriva un’azione che finisce per amplificare il ciclo, più che stabilizzarlo: ogni crisi viene trattata non come un problema macroeconomico da gestire in modo anticiclico, ma come un’eccezione giuridica da giustificare. Al contrario, la Federal Reserve opera sulla base di una funzione di reazione esplicitamente anticiclica, orientata a contenere le recessioni e a ridurne i costi in termini di occupazione e capacità produttiva. Non a caso, gli strumenti più efficaci introdotti negli ultimi anni – dal quantitative easing al Transmission Protection Instrument – sono stati presentati dalla BCE come temporanei, condizionati e accompagnati da un continuo sforzo di legittimazione formale.
Un ruolo centrale in questa rigidità è svolto dal divieto di finanziamento monetario degli Stati, sancito dall’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Alla BCE è precluso un ruolo esplicito e incondizionato di prestatore di ultima istanza sul debito sovrano, trasformando i mercati finanziari nell’arbitro ultimo della sostenibilità dei conti pubblici. Negli Stati Uniti, al contrario, il coordinamento tra Tesoro e banca centrale, pur nel rispetto delle rispettive autonomie, è considerato fisiologico nelle fasi di crisi sistemica. In Europa, invece, lo stesso meccanismo viene percepito come una deviazione pericolosa, se non come una violazione morale.
La FED tende ad agire con maggiore discrezionalità e a fornire successivamente le proprie giustificazioni. La BCE, invece, opera in un contesto in cui la legittimazione giuridica è parte integrante dell’azione: spiega, si difende e solo alla fine agisce. E spesso lo fa sotto la minaccia di ricorsi, sentenze e ammonimenti morali. È il prezzo di uno statuto concepito non per governare un’area monetaria esposta a shock asimmetrici, ma per disciplinare gli Stati, impedendo che la politica monetaria diventi uno strumento di stabilizzazione attiva.
Se la BCE avesse davvero il mandato della FED, dovrebbe cambiare profondamente.
Introdurre un mandato duale pieno, riconoscere la stabilità finanziaria come obiettivo autonomo e superare il tabù ideologico del finanziamento pubblico, prevedendo un ruolo chiaro e regolato di prestatore di ultima istanza anche per gli Stati. Servirebbe inoltre una accountability democratica sostanziale, oggi ridotta a un confronto prevalentemente rituale.
Le conseguenze macroeconomiche di questa impostazione sono evidenti. Negli ultimi quindici anni, l’area euro ha accumulato ritardi strutturali in termini di crescita potenziale, investimenti e dinamica salariale rispetto agli Stati Uniti. L’output gap si è chiuso più lentamente, la disoccupazione è rimasta più elevata e la politica monetaria ha spesso accentuato, anziché attenuare, le divergenze cicliche tra i Paesi membri. Non si tratta di un esito accidentale, ma del risultato coerente di un assetto istituzionale che privilegia la stabilità nominale rispetto alla stabilità reale.
Il nodo decisivo resta politico e culturale. La BCE non è così per errore: riflette in larga misura la cultura ordoliberale tedesca, che diffida della discrezionalità, teme l’intervento pubblico e considera l’inflazione il male assoluto. In questa visione, la politica monetaria non deve stabilizzare il ciclo, ma imporre regole; non deve proteggere l’occupazione, ma garantire la “credibilità” della moneta.
La Federal Reserve, al contrario, riflette una tradizione pragmatica e keynesiana, nella quale l’economia è per definizione instabile e l’intervento pubblico è uno strumento legittimo per ridurre i costi sociali delle crisi. Non esistono tabù, ma valutazioni di efficacia.
In questo quadro, la politica monetaria europea ha finito per assumere un carattere implicitamente restrittivo anche nelle fasi in cui sarebbe stata necessaria una funzione espansiva. La priorità assegnata alla disinflazione, indipendentemente dal contesto ciclico, ha spesso compresso domanda interna, investimenti pubblici e dinamica del credito, aggravando la debolezza strutturale dell’economia reale.
Non è un limite tecnico. È una scelta politica. E come tutte le scelte politiche, ha vincitori e vinti. E finora, a perdere, sono sempre la crescita e l’occupazione.
Antonio Maria Rinaldi
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