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Scorte a Hormuz: Trump presenta il conto all’Europa. La NATO ha davvero le navi per farlo?

Trump vuole che l’Europa protegga da sola le petroliere nello Stretto di Hormuz. Ma la NATO ha abbastanza navi per sfidare droni e missili senza l’aiuto americano? L’analisi tecnica della flotta europea, i costi esorbitanti dell’operazione e il rischio di un coinvolgimento diretto dell’Italia

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Il ritorno del pragmatismo “transazionale” di Donald Trump alla Casa Bianca non si è fatto attendere. Questa volta, il mirino dell’amministrazione americana è puntato dritto sul collo di bottiglia più sensibile dell’economia mondiale: lo Stretto di Hormuz. La richiesta del Presidente americano è tanto semplice nella forma quanto complessa nella sostanza: volete che il petrolio e il gas naturale liquefatto continuino a scorrere verso le vostre industrie? Allora dovete provvedere voi stessi alla sicurezza dei vostri mercantili.

Trump ha chiesto esplicitamente la partecipazione di tutti i Paesi interessati, includendo persino la Cina, ma sta facendo pressioni fortissime soprattutto sulla NATO. In questo caso ha detto chiaramente che “Ce ne ricorderemo”, un non tanto sottile avvertimento sul futuro atteggiamento USA:

Se l’obiettivo di Washington è smettere di pagare il conto per la sicurezza globale, la reazione degli alleati è stata prevedibile. Giappone e Australia hanno già declinato l’invito, almeno per il momento, trincerandosi dietro le proprie priorità strategiche locali. La Cina tace, probabilmente in una situazione di stallo interno. A questo punto, il cerino acceso rischia di rimanere in mano all’Europa. La domanda tecnica, prima ancora che politica, è una sola: la NATO, esclusi gli Stati Uniti, ha i mezzi navali sufficienti per organizzare e mantenere un sistema di scorte efficace in uno degli specchi d’acqua più pericolosi del mondo?

I numeri della flotta europea: un gigante dai piedi d’argilla

Per proteggere navi mercantili, petroliere e gasiere in un ambiente saturo di minacce asimmetriche servono unità navali molto specifiche. Parliamo di navi militari veloci, dotate di sistemi radar avanzati e armamenti capaci di intercettare droni, missili balistici antinave e sciami di piccole imbarcazioni d’assalto. Le unità adatte a questo “sporco lavoro” sono essenzialmente due: i cacciatorpediniere e le fregate missilistiche.

Se escludiamo l’immenso arsenale della US Navy, i restanti Paesi della NATO (Europa e Canada) possiedono sulla carta un numero rispettabile di scafi, stimabile tra le 130 e le 150 unità complessive.

Germania: fregata classe Baden Wurttenberg – fonte Wikipedia

Ecco come sono distribuite queste navi tra le principali marine militari dell’Alleanza:

NazioneNumero stimato di fregate e cacciatorpediniereDettagli
Turchia~16Fregate
Regno Unito~146 cacciatorpediniere, 8 fregate
Francia~15Navi di prima linea
Italia~144 cacciatorpediniere, 10 fregate
Grecia13Fregate
Canada12Fregate
Spagna11Fregate / Cacciatorpediniere
Germania11Fregate
Altri Paesi2-6 per nazioneOlanda, Danimarca, Norvegia, ecc.

A prima vista, una flotta di 150 navi moderne sembrerebbe più che sufficiente per blindare il Golfo Persico, ma la realtà logistica e navale è profondamente diversa da quella contabile.

La dura legge del mare: perché i conti non tornano

Anche se il totale aggregato appare imponente, il numero di navi che possono essere realmente e costantemente proiettate a Hormuz è drammaticamente inferiore. In ambito navale non si può ragionare come se ogni nave varata fosse sempre pronta a combattere. Questo accade per tre fattori strutturali invalicabili:

  • La regola del tre (i turni di manutenzione): Per avere una nave sempre operativa in teatro, una marina militare deve possederne tre. Una è in mare a pattugliare, la seconda è ferma in bacino di carenaggio per le indispensabili manutenzioni periodiche, e la terza è utilizzata per l’addestramento dell’equipaggio o per il transito verso la zona di operazioni. Questo abbatte immediatamente la flotta teorica a un terzo del suo potenziale. Quindi le 150 anvi disponibili non sono tali, ma, al massimo  un 50-60.
  • Gli impegni domestici: Le nazioni europee non vivono in un vuoto geopolitico. Molte di queste unità sono già rigidamente impegnate a difendere le acque territoriali o le aree di interesse strategico primario. Pensiamo al Mar Mediterraneo, oggi affollatissimo, al Mar Nero blindato dal conflitto russo-ucraino, o al Mar Baltico, dove la tensione è ai massimi storici.
  • Il peso economico e logistico del dispiegamento: Inviare un gruppo navale nel Golfo Persico e mantenerlo operativo a migliaia di chilometri dalle proprie basi ha costi spaventosi. Significa organizzare treni logistici navali (navi rifornimento flotta), gestire usure meccaniche accelerate dal clima estremo e pagare indennità operative elevate. Per i Paesi NATO più piccoli, sostenere una missione del genere per più di un semestre è economicamente insostenibile.

    mezzi della Marina dei Paesi Bassi, che potrebbe essere chiamata a partecipare.

Alla luce di questi vincoli, in caso di reale necessità, la NATO “de-americanizzata” riuscirebbe probabilmente a mantenere attive nello Stretto di Hormuz solo un modesto contingente, composto da circa 10-20 navi in totale. Un numero sufficiente per una scorta episodica, ma difficilmente in grado di sigillare l’intera area senza un logoramento rapido dei mezzi.

Il precedente degli Houthi: un lavoro sporco, costoso e asimmetrico

L’idea di scortare i mercantili non è una romantica passeggiata marittima, ma un rischio tattico ed economico colossale. La recente missione nel Mar Rosso contro le milizie Houthi dello Yemen ha rivelato la natura profondamente asimmetrica di questo tipo di conflitti navali.

Da un lato abbiamo attori che utilizzano droni commerciali modificati o missili balistici relativamente economici (poche decine di migliaia di dollari). Dall’altro, abbiamo navi europee costrette a difendersi lanciando sofisticati missili intercettori Aster o Standard, il cui costo per singola unità può superare agevolmente i 2 o 3 milioni di euro. Contro gli Houthi, anche per motivi economici, sono stati utilizzati i cannoni da 76 mm proprio per limitare i costi.

Si tratta quindi di un intervento costoso e rischioso che nasce soprattutto per facilitare il transito petrolifero, con costi di assicurazione limitati, verso certi paesi che, magari, non parteciperanno alle operazioni (vedi Giappone e Cina); Nello stesso momento il prezzo del petrolio e del GNL valgono per tutti, non solo per i paesi asiatici.  L’intervento a riduzione delle assicurazioni, almeno per ora, ha funaionato relativamente poco.

Fregata francese classe Admiral Ronarc’h – Fonte Navalnia

Il ruolo dell’Italia:  coinvolgimento inveitabile?

E l’Italia? Il nostro Paese si troverebbe in prima linea, volente o nolente. L’economia italiana, fortemente trasformatrice e basata sull’export, dipende in modo vitale dall’energia e dalle materie prime in transito da Oriente. Se la NATO decidesse di intervenire per colmare il vuoto lasciato (o minacciato) da Washington, la Marina Militare Italiana sarebbe chiamata a fornire uno dei contributi principali.

Con i nostri 4 moderni cacciatorpediniere (classi Doria e Durand de la Penne) e le 10 fregate (tra cui le eccellenti FREMM), abbiamo le piattaforme tecnologiche più adeguate d’Europa per la difesa antiaerea di flotta. Tuttavia, un nostro impiego in forze a Hormuz sguarnirebbe inevitabilmente il “Mediterraneo Allargato”, proprio nel momento in cui la sponda sud e il Nord Africa richiedono massima attenzione strategica. Inoltre i costi e i rischi dell’intervento non sarebbero

La questione, a questo punto, cessa di essere militare e diventa politica: partecipare alle scorte, sicuramente non in solitudine, ma in coordinamento e cooperazione con altre forze, può portare a un ammorbidimento della situazione sui mercati internazionali, a un calo dei costi energetici e alla riapertura anche di mercati di sbocco delle nostre merci, oltre al miglioramento delle condizioni di una larga fetta della popolazione mondiale, ora in grave difficoltà per la ristrettezza di questa via commerciale. Nello stesso tempo la decisione sarebbe costosa e comporterebbe dei rischi da considerare con attenzione. Una scelta non facile, a cui si rischia di essere chiamati molto presto.

 

L’autore Fabio Lugano è laureato con il massimo dei voti alla Bocconi , Fabio Lugano è un esperto di mercati, criptovalute e intelligenza artificiale. In passato è stato consulente al Parlamento Europeo e al Ministero per gli Affari Europei. Oggi aiuta le aziende a creare piani di sviluppo per l’innovazione tecnologica e per l’energia.

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