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SCISSIONE NEL M5S. Non c’è nulla di strano, un discorso puramente economico

 

 

Oggi il Messaggero parla della possibilità di una scissione anche nel Movimento Cinque Stelle, tanto per fare da contraltare a quella avvenuta nel PD, con la nascita del gruppo renziano, e per ridurre il peso eccessivo di Di Maio, che combina la carica politica di portavoce del M5s e quella governativa di ministro degli esteri.

Ora dato che ormai non c’è nessun freno nè morale nè ideale a quello che succede nella maggioranza, non possiamo che studiare il fenomeno dal punto di vista meramente economico, per prevedere quello che può succedere a Camera e Senato.

Avere un gruppo parlamentare significa godere dei contributi della Camera e del Senato per le iniziative di governo e per le attività politiche, e parliamo di diversi milioni, circa 52 per anno. Una cifra che fa gola a molti e che viene distribuita ai gruppi ma, ovviamente, avere un proprio gruppo significa gestirselo in proprio. Questo è però controbilanciato dai regolamenti di Camera e Senato sulla formazione dei gruppi stessi:

  • alla Camera sono necessari 20 deputati per formare un gruppo;
  • al Senato 10 senatori, ma devono rappresentare un gruppo politico che si sia presentato alle elezioni.

Renzi ha assorbito un senatore che rappresentava i Socialisti Italiani, quindi non ha avuto problemi al Senato, ma in caso di scissione dei M5s dovrebbero finire come “Componente” del gruppo misto, molto meno vantaggiosa. Certo potrebbero godere del loro stipendio pieno, il che è un incentivo non indifferente. Quindi per concludere:

  • alla Camera potremmo avere tranquillamente fino ad una decina di gruppi parlamentari;
  • al Senato è meno probabile, ma potremmo avere un super-gruppo misto.

Politicamente poi ogni gruppo potrebbe chiedere il proprio spazietto di nomine ministeriali e nei vari enti, con un fiorire di “Generi” e di “Cugini”. Tanto, alla fine, cosa cambia? Tutti vivrebbero felici e contenti.

 


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