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Scatta l’operatività del patto militare della Mecca tra missili sui pozzi e minacce ai luoghi santi. Ma chi andrà davvero a combattere?

Riad chiama alle armi Ankara e Islamabad dopo gli attacchi ai siti energetici e ai luoghi santi: scatta l’accordo di difesa congiunta, ma tra deterrenza politica e soldati sul campo resta il nodo dei costi e della reale volontà militare.

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Di fronte all’escalation di attacchi missilistici che mettono a ferro e fuoco le infrastrutture economiche e sfiorano persino i luoghi sacri dell’Islam, Riad ha deciso di suonare la campana d’allarme.

Lunedì 5 ottobre 2026, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno formalmente attivato le clausole di difesa collettiva del Patto della Mecca. Il comitato strategico riunitosi d’urgenza nella capitale saudita ha annunciato il dispiegamento immediato di forze e capacità militari congiunte per blindare il Regno.

Sulla carta nasce una sorta di “NATO islamica”: l’articolo 5 in salsa mediorientale stabilisce che un attacco a uno dei tre Paesi equivale a un attacco a tutti. Per dare concretezza all’apparato burocratico, è stato nominato primo segretario generale il generale pachistano a riposo Numan Mahmud, con un mandato triennale.

Tuttavia, tra i saloni di marmo di Riad e le aride montagne dello Yemen del Nord, la distanza rimane abissale.

Il nodo operativo: vedremo davvero soldati turchi e pachistani nello Yemen?

La domanda sorge spontanea: vedremo davvero reparti scelti di Ankara o battaglioni di fanteria di Islamabad marciare al fianco delle forze lealiste yemenite per snidare i ribelli Houthi?

La risposta più realistica, al netto dei comunicati roboanti, è un secco no.

Il Pakistan possiede uno degli eserciti più numerosi al mondo e l’arma atomica, ma ha una memoria storica precisa. Già nel 2015 il parlamento di Islamabad votò all’unanimità contro l’invio di truppe nella coalizione anti-Houthi, preferendo non farsi risucchiare in una guerra asimmetrica per conto terzi.  Del resto il 10%-15% della popolazione pakistana è sciita, come gli houthi e un confronto diretto potrebbe causare dei problemi interni.

La Turchia di Erdogan, dal canto suo, è membro della NATO e preferisce vendere tecnologia e droni Bayraktar piuttosto che sacrificare i propri fanti nelle gole della Penisola arabica. Ankara schiera volentieri sistemi di difesa aerea, addestratori e consiglieri tecnici, ma mandare truppe da combattimento in prima linea contro le milizie sciite sostenute da Teheran rischierebbe di far saltare equilibri diplomatici preziosi.

Intanto le esplosioni scuotono la capitale saudita:

Petrodollari, rotte marittime e spesa per la difesa

Se la presenza sul terreno rischia di restare un miraggio, le conseguenze economiche dell’operazione sono invece tangibili e immediate.

La prima riguarda la sicurezza energetica. Gli impianti di Saudi Aramco e i centri nevralgici lungo il Mar Rosso vivono sotto il costante ricatto dei raid. Ogni sirena d’allarme a Ras Tanura o Jeddah scarica un premio al rischio immediato sul barile di greggio, gonfiando i prezzi del carburante e alimentando l’inflazione nei mercati occidentali.

C’è poi la rotta di Bab el-Mandeb: finché la minaccia missilistica persiste, le navi commerciali circumnavigano l’Africa, facendo lievitare i costi dei noli marittimi e allungando i tempi delle catene di fornitura.

Diplomazia d’alta quota e trincea

L’attivazione del Patto della Mecca rappresenta un’abile mossa di deterrenza psicologica: serve a mostrare all’Iran e agli insorti yemeniti che Riad non è isolata e non dipende esclusivamente dai mutevoli umori della politica statunitense, ma la deterrenza teorica non intercetta i droni a bassa quota. Fino a quando i soldati alleati resteranno confinati nei centri di comando e nelle sale radar, il peso dello scontro continuerà a gravare sulle spalle della difesa aerea saudita.

Costruire un’alleanza militare è questione di una firma e di un banchetto; vincere una guerra asimmetrica sul terreno richiede scarponi impolverati che né Ankara né Islamabad sembrano avere troppa voglia di allacciare.

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