Opinioni
Sánchez sfida Washington per calcolo politico: la strategia della rottura
Sánchez sfida gli USA e nega l’uso delle basi spagnole per colpire l’Iran. Non è solo questione di pace, ma un astuto calcolo politico per salvare il suo governo, strizzare l’occhio al Sud Globale e guidare la sinistra europea anti-NATO. Ecco i veri motivi dietro lo strappo di Madrid.
Le dichiarazioni del premier spagnolo Pedro Sánchez contro l’attacco statunitense-israeliano in Iran hanno colpito per la loro durezza e, soprattutto, per il tono apertamente polemico nei confronti di Washington. In un momento in cui la maggior parte dei governi europei ha scelto una postura prudente — oscillando tra sostegno implicito agli Stati Uniti e richiami formali alla de-escalation — Madrid ha imboccato una strada diversa, arrivando a negare l’utilizzo di alcune infrastrutture militari sul proprio territorio e accompagnando tale decisione con una retorica insolitamente severa verso il principale alleato occidentale.
Dietro questa scelta non vi è soltanto una valutazione geopolitica o un richiamo al diritto internazionale, come sostenuto ufficialmente dal governo spagnolo. Piuttosto, la posizione di Sánchez appare il risultato di un calcolo politico articolato nel quale la dimensione interna pesa almeno quanto quella internazionale.
Il primo fattore riguarda la fragile architettura parlamentare che sostiene l’esecutivo. Il governo guidato dal Partito Socialista Operaio Spagnolo sopravvive grazie a una coalizione eterogenea nella quale la componente della sinistra radicale — oggi rappresentata da Sumar e da altre formazioni minori — esercita un’influenza politica tutt’altro che marginale. Questi partiti hanno costruito una parte rilevante della propria identità sull’opposizione alle politiche estere occidentali considerate “interventiste” e mantengono una posizione fortemente critica nei confronti di Israele e della strategia americana in Medio Oriente.
Per Sánchez, che governa con una maggioranza parlamentare estremamente risicata, ignorare questa sensibilità significherebbe esporsi al rischio concreto di una crisi politica immediata. La linea dura contro l’operazione militare in Iran risponde quindi anche alla necessità di preservare l’equilibrio della coalizione, offrendo ai partner più radicali un segnale di discontinuità rispetto all’atlantismo tradizionale che per decenni ha caratterizzato la politica estera spagnola.
Vi è però anche una dimensione strategica più ampia. Da tempo la diplomazia di Madrid tenta di ridefinire il ruolo internazionale della Spagna valorizzando la propria posizione geografica e culturale come ponte naturale tra Europa, Mediterraneo e America Latina. In questa prospettiva, l’assunzione di una postura critica verso Washington può essere interpretata anche come un tentativo di accreditarsi presso il cosiddetto “Sud globale”, un’area geopolitica nella quale la diffidenza verso le iniziative militari occidentali resta particolarmente diffusa.
La Spagna, a differenza di altri grandi paesi europei, dispone infatti di un capitale politico specifico in queste regioni: una rete storica di relazioni con l’America Latina e una proiezione naturale verso il Mediterraneo e il Nord Africa. Sánchez sembra voler utilizzare questo patrimonio per costruire un profilo internazionale distinto, presentando Madrid come interlocutore privilegiato di quei paesi che guardano con sospetto alle scelte strategiche degli Stati Uniti.
A questo disegno si aggiunge un ulteriore elemento, spesso trascurato, che riguarda gli equilibri politici interni all’Unione Europea. Nel panorama comunitario le forze della sinistra tradizionale e, ancor più, quelle della sinistra radicale attraversano una fase di evidente arretramento elettorale. In diversi paesi membri il loro peso politico si è ridotto sensibilmente e lo spazio politico alla sinistra dei socialisti appare sempre più frammentato.
In questo contesto Sánchez sembra voler occupare proprio quel vuoto, proponendosi come punto di riferimento di un’area politica europea critica verso l’atlantismo tradizionale e verso il ruolo predominante della NATO nella gestione delle crisi internazionali. Le sue prese di posizione sul Medio Oriente, così come le critiche esplicite alle operazioni militari guidate dagli Stati Uniti, parlano non soltanto all’opinione pubblica spagnola ma anche a quell’universo politico europeo composto da movimenti, partiti e gruppi parlamentari che contestano la subordinazione strategica dell’Europa a Washington.
Non è un caso che su temi come Gaza, la politica verso Israele o l’intervento in Iran Madrid abbia spesso adottato toni più duri rispetto alla media dei governi europei. Questa postura consente al premier spagnolo di presentarsi come un possibile polo di attrazione per quella galassia di forze progressiste che, in diversi paesi membri, cercano una leadership capace di dare visibilità politica a un’agenda internazionale alternativa.
Il rischio, tuttavia, è che questa ricerca di visibilità diplomatica finisca per trasformarsi in una forma di equidistanza difficilmente sostenibile nel quadro delle alleanze occidentali. L’architettura di sicurezza europea resta infatti fondata, piaccia o meno, sul rapporto transatlantico e sulla cooperazione con gli Stati Uniti. Mettere apertamente in discussione questo equilibrio per ragioni di politica interna o di posizionamento politico europeo può produrre un dividendo immediato, ma rischia di generare costi ben più elevati nel lungo periodo.
La postura assunta dal governo spagnolo sembra dunque riflettere meno una strategia europea condivisa e più un’operazione di politica interna proiettata sulla scena globale. Sánchez tenta di tenere insieme esigenze diverse: consolidare la propria maggioranza parlamentare, rafforzare il ruolo della Spagna nel Mediterraneo, accreditarsi presso il Sud globale e ritagliarsi al tempo stesso uno spazio di leadership nella galassia delle sinistre europee più critiche verso l’atlantismo.
Il problema è che, in un sistema internazionale sempre più instabile, la ricerca di autonomia simbolica rischia di scivolare in una politica estera costruita soprattutto per consumo domestico. E quando la politica interna diventa la bussola della diplomazia, anche gli equilibri delle alleanze più consolidate possono trasformarsi in terreno di frizione.
Antonio Maria Rinaldi
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