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Rutte gela Parigi: “L’Europa senza USA? Un sogno”. La brutale Realpolitik della NATO tra i conti di Macron e l’ombrello di Trump
Mark Rutte gela l’UE: “Difesa senza USA? Un sogno costoso”. Ecco quanto ci costerebbe l’addio alla NATO.

C’era una volta l’intesa cordiale tra l’establishment liberale olandese e l’Eliseo. Mark Rutte ed Emmanuel Macron, un tempo alfieri di un europeismo pragmatico, sembravano marciare all’unisono, uniti contro le derive di bilancio ma solidali nella visione politica. Oggi, quella chimica sembra essersi dissolta come neve al sole, o meglio, evaporata sotto la pressione della nuova architettura atlantica.
Mark Rutte ha cambiato cappello. Non è più il custode dei frugali conti olandesi, ma il Segretario Generale della NATO. E in questo nuovo ruolo, il pragmatismo batave ha incontrato il “software” di Donald Trump, creando una miscela che risulta indigesta, se non tossica, per le ambizioni strategiche francesi. Il passaggio dal “Caro Emmanuel” al deferente rispetto per il Presidente USA è stato rapido, brutale e accompagnato da un realismo che a Parigi suona come un tradimento.
La doccia fredda a Bruxelles: “Continuate a sognare”
La rottura si è consumata lunedì scorso a Bruxelles, in un confronto che definire teso è un eufemismo. Davanti alla Commissione Difesa del Parlamento Europeo, Rutte non si è limitato a smorzare gli entusiasmi francesi sull’autonomia strategica: li ha demoliti con la freddezza di un contabile.
Con il suo solito sorriso franco, Rutte ha lanciato un monito che non ammette repliche:
“Se qualcuno qui pensa ancora che l’Unione Europea o l’Europa nel suo insieme possa difendersi senza gli Stati Uniti, continuate a sognare. Non potete, non possiamo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri”.
Per il Segretario della NATO, l’idea di un “pilastro europeo” autonomo è una discussione sul sesso degli angeli. Senza il comando e il controllo americani, e soprattutto senza l’ombrello nucleare a stelle e strisce, l’Europa è nuda. Anzi discutere di un pilastro europeo è una perdita di tempo che creerebbe solo distrazione. Anche perché un “Comando militare europeo” non esiste. O c’è il comando unificato, praticamente USA, o ci sono i comandi nazionali.
La risposta di Parigi e la calcolatrice di Rutte
La reazione francese non si è fatta attendere, orchestrata direttamente dall’Eliseo. I ministri Jean-Noël Barrot e Benjamin Haddad sono scesi nell’arena mediatica per difendere l’onore del progetto europeo. “L’Europa non è debole, abbiamo gli strumenti”, tuona Haddad, mentre Barrot insiste che anche gli USA vogliono un’Europa capace di farsi carico della propria sicurezza.
Tuttavia, Rutte risponde con la calcolatrice. L’ex premier olandese ha messo sul tavolo cifre che fanno tremare i polsi ai ministri delle finanze europei, già alle prese con patti di stabilità e crescita anemica.
- L’obiettivo attuale: I membri NATO puntano al 5% del PIL per la difesa, di cui il 3,5% per spese militari pure.
- Il costo dell’autonomia: Secondo Rutte, sostituire l’ombrello americano e creare una dissuasione nucleare totalmente europea costerebbe il 10% del PIL.
Una cifra “faraonica”, politicamente insostenibile per un continente che fatica a finanziare il proprio welfare. Per Rutte, il dibattito finisce qui: perseguire l’autonomia significa perdere la garanzia di sicurezza americana per imbarcarsi in un’avventura dal costo proibitivo.
Bisogna dire che queste cifre sono tutte da dimostrare: la Francia mantiene una dissuasione nucleare con una cifra ben inferiore di spesa militare. Se i paesi europei non hanno velleità espansive, piuttosto fuori luogo, vista la crisi demografica, Rutte sta esagerando, pro domo sua, et domo americana.
La divisione del lavoro: l’UE come intendente
Ciò che più irrita Parigi, e che dovrebbe far riflettere tutti i primi minsitri europei, è la visione che Rutte ha del ruolo dell’Europa. Nel suo schema, c’è una divisione del lavoro quasi umiliante per le ambizioni di Bruxelles:
- La NATO (leggasi USA): Detiene il comando, il controllo, gli standard e la potenza di fuoco reale. Decide la strategia.
- L’Unione Europea: Fa da “intendenza”. Il suo compito è trovare i soldi, fluidificare il mercato interno per la logistica militare e spostare i carri armati da un confine all’altro.
Ogni tentativo di creare strutture parallele o eserciti europei viene liquidato da Rutte con un sarcasmo tagliente: “Buona fortuna… Putin adorerebbe una cosa del genere”. L’argomento è semplice: qualsiasi autonomia crea una distanza da Washington, e quella distanza è lo spazio di manovra che Mosca sfrutterebbe immediatamente. Non è ben chiaro come, dato che, alla fine, l’espansionismo tedesco si è sinora limitato all’Ucraina, e anche qui ha impiegato 4 anni per conquistare territori limitati. Come può essere una minaccia non per l’Europa intera, ma anche per un singolo paese ben armato e di discrete dimensioni. Certo, manca il deterrente nucleare, ma fu una scelta degli USA negli anni settanta del secolo scorso, mantenere molti apesi europei senza l’arma strategica.
Trump come “Coach” e il realismo tedesco
Mentre Macron vede in Trump un pericolo esistenziale e un motivo per accelerare l’integrazione, Rutte ha adottato una Realpolitik spregiudicata. Vede il presidente americano non come una minaccia, ma come un “coach” efficace che ha costretto gli europei a smettere di essere parassiti della sicurezza altrui. “Senza Trump, non avreste mai raggiunto il 2%. Senza di lui, non avreste mai accettato il 5%”, ha ricordato ai deputati di Renew Europe.
E la Germania? Berlino sembra aver già metabolizzato il lutto della Pax Americana. Il Cancelliere Friedrich Merz, insediatosi nel maggio 2025, glissa e decide di non prendere gli USA di petto sulla questione militare, puntando su forti investimenti militari interni. Pur riconoscendo che l’era della protezione americana automatica è finita e che gli USA difendono i propri interessi “in modo molto duro”, Merz evita lo scontro frontale.
La Germania, e l’Europa silenziosa, lasciano che sia Rutte a gestire “Daddy” Trump, mentre nel retrobottega cercano di far partire i programmi industriali comuni come i prestiti SAFE e lo strumento EDIP. Si tratta di iniziative che mirano a una preferenza europea del 65% negli acquisti militari, una mossa che Rutte (e l’Olanda) hanno tentato invano di sabotare.
Un risveglio tardivo
La realtà, al netto delle schermaglie verbali, è tecnica e industriale. I programmi di difesa europea richiedono dai 5 ai 10 anni per diventare operativi. L’autonomia strategica non si costruisce con i discorsi alla Sorbona, ma con capacità produttiva, standard comuni e budget enormi che al momento non ci sono.
Rutte ha ragione sui numeri, Macron ha ragione sulla necessità politica a lungo termine, ma il tempo gioca a sfavore di entrambi. L’europa militare non c’è e se esistesse avrebbe la stessa efficienza operativa della UE, cioè nulla, o controproducente. Ha invece senso fare investimenti equilibrati nella difesa e creare strutture di collaborazione e cooperazione bi o multilaterali, ma sempre nell’autonomia dei singoli paesi.









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