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Roma capitale d’imprese. La città che osa imprendere

Perché a Roma chiudono le imprese? Un’analisi lucida smonta l’alibi del “libero mercato”: il vero nemico è l’incertezza burocratica e politica.

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Ideato da Mauro Antonini, con il contributo di Marco Travaglini, Stefano Cocco, Giada Giorgia Mattei, Stefano Maina e Valerio Savaiano, “Roma capitale d’Imprese” è un testo raro nel panorama italiano non perché proponga tesi sorprendenti, ma perché rimette ordine in ciò che da tempo è sotto gli occhi di tutti e che raramente viene affrontato in modo sistematico.

Non è un saggio accademico, non è un manifesto politico, né un esercizio nostalgico. È una diagnosi lucida e documentata dello stato produttivo di Roma e della sua provincia, letti come un unico sistema economico oggi frammentato, indebolito e scarsamente governato.

Il punto di partenza è volutamente concreto: una serranda abbassata in via Frattina, nel cuore del cosiddetto “salotto buono” della Capitale. L’immagine è semplice, ma potente. Quando iniziano a chiudere attività in luoghi che dovrebbero reggere per definizione, il problema non è più congiunturale. È strutturale. Ed è proprio questa la tesi di fondo del libro: Roma non perde imprese perché il mercato cambia, ma perché non riesce a governare il cambiamento.

Il volume smonta con pazienza uno degli alibi più ricorrenti del dibattito pubblico, ossia l’idea che la crisi dell’impresa urbana sia un fatto naturale, inevitabile, figlio di dinamiche globali incontrollabili. Gli autori mostrano invece come, a Roma, il mercato si trasformi mentre le istituzioni restano ferme, producendo una combinazione dannosa di rendita, incertezza normativa e assenza di visione. Non è il mercato a espellere l’impresa, ma un contesto che rende l’attività produttiva fragile, discontinua e imprevedibile.

Uno dei contributi più convincenti del libro è la rivalutazione della microimpresa come infrastruttura economica e sociale. La microimpresa non viene trattata come residuo folkloristico o come sopravvivenza romantica del passato, ma come presidio produttivo, distributivo e relazionale. Quando una microimpresa chiude, non scompare solo un’attività economica: si perde una competenza, si interrompe una filiera, si impoverisce un quartiere. La serranda abbassata diventa così un indicatore dello stato di salute del territorio.

Centrale è anche la critica alla distanza cronica tra regola scritta e regola applicata, una distanza che a Roma assume caratteri sistemici. L’incertezza amministrativa non è solo un fastidio burocratico: è un costo economico diretto. Colpisce in modo asimmetrico, penalizzando soprattutto le micro e piccole imprese, che non dispongono di strutture in grado di assorbire ritardi, ambiguità e continui cambi di interpretazione. Quando l’incertezza diventa normalità, l’investimento si blocca, la produttività cala e il lavoro si precarizza.

Particolarmente solida è l’insistenza sul metodo come vera leva di sviluppo. Il libro non invoca nuovi aiuti o interventi emergenziali, ma chiede tempi certi, procedure leggibili, competenze accessibili. Propone sportelli di metodo anziché sportelli bandi, accompagnamento operativo anziché consulenze episodiche, filiere produttive anziché politiche fondate sugli eventi. È un approccio che chiama in causa sia le istituzioni sia il sistema produttivo, spostando l’attenzione dal sostegno passivo alla costruzione di capacità.

Merita attenzione anche la lettura integrata di Roma e della sua provincia. La formula “Roma senza provincia è un poster” sintetizza efficacemente una realtà spesso rimossa: la provincia non è margine, ma spazio produttivo, logistico e occupazionale. Separare i due ambiti significa indebolire entrambi; considerarli un unico sistema consente invece di ragionare in termini di filiere, mobilità del lavoro, distribuzione del valore.

“Roma capitale d’imprese” non offre soluzioni miracolistiche e non promette scorciatoie. Offre qualcosa di più utile: una griglia di priorità realistiche e misurabili. In un contesto pubblico dominato da slogan e narrazioni consolatorie, il merito principale del libro è quello di riportare il discorso sul terreno della responsabilità, della competenza e della scelta.

La domanda finale che lascia al lettore è semplice e insieme decisiva: siamo ancora in grado di governare una città complessa, oppure ci limitiamo ad amministrarne l’inerzia? Se la risposta è la seconda, la città non crollerà tutta insieme. Continuerà a sfarinarsi, una serranda alla volta.

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