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Rio Tinto e Glencore: il matrimonio da 260 miliardi salta (ancora). Ecco perché i giganti delle materie prime restano soli
Niente accordo sul prezzo e sulla governance: il gigante delle miniere non nasce. Crolla Glencore in borsa, mentre Rio Tinto resta troppo legata alla Cina. L’analisi del fallimento e gli scenari futuri del rame.

Il sipario è calato nuovamente, e questa volta con un tonfo che si è sentito distintamente alla Borsa di Londra. Per la terza volta in quasi vent’anni, il “matrimonio del secolo” nel settore minerario tra Rio Tinto e Glencore è saltato. Niente fiori d’arancio, niente brindisi, e soprattutto niente colosso globale da 260 miliardi di dollari.
Alla scadenza fissata dalla regolamentazione britannica, Rio Tinto ha scelto di non formalizzare l’offerta, archiviando un dossier che avrebbe ridisegnato la geografia mondiale delle commodities. La motivazione ufficiale? Quella di sempre: “Impossibile raggiungere un accordo che creasse valore“. Tradotto dal “finanziaria” all’italiano: non si sono messi d’accordo sul prezzo, e qualcuno voleva comandare più dell’altro.
Il Diavolo (e il valore) sta nei dettagli
La trattativa, iniziata in sordina a gennaio e naufragata il 5 febbraio, si è incagliata su due scogli che, storicamente, affondano le fusioni più ambiziose: valutazione e governance.
Secondo le indiscrezioni che filtrano dalla City, Glencore non si è accontentata di fare la parte del socio di minoranza. Il gigante anglo-svizzero puntava a un premio sostanzioso che avrebbe garantito ai suoi azionisti il 40% della nuova entità post-fusione. Una richiesta che Rio Tinto, consigliata dai suoi banchieri, ha giudicato eccessiva.
Dall’altra parte del tavolo, c’era la questione delle poltrone. Glencore sembrava disposta a cedere le posizioni di Presidente e CEO (lasciandole a Rio Tinto) in cambio di quel premio economico, ma Rio ha chiuso i cordoni della borsa. Il risultato? Un nulla di fatto che i mercati avevano già iniziato a “prezzare” nelle settimane precedenti.
La reazione in borsa è stata immediata e spietata, specialmente per la “sposa rifiutata”:
Glencore: ha visto le sue azioni crollare di oltre il 10% intraday, chiudendo poi a -7%.
Rio Tinto: ha limitato i danni con un calo del 2,5%.
La corsa al Rame: l’oggetto del desiderio
Ma perché questa fusione è così ossessivamente ricercata, tanto da ripresentarsi ciclicamente nel 2008, 2014, 2024 e 2026? La risposta ha un nome chimico preciso: Cu (Rame).
In un’economia globale che spinge verso l’elettrificazione, i data center per l’Intelligenza Artificiale e le reti energetiche, il rame è il nuovo petrolio. E qui sta il paradosso delle due aziende, che da sole sono forti, ma insieme sarebbero state invincibili:
| Caratteristica | Rio Tinto | Glencore |
| Punto di Forza | Re del Ferro (Iron Ore) | Gigante del Rame e Trading |
| Punto Debole | Troppo esposta alla Cina e al ferro | Esposta al Carbone (ESG risk) |
| Obiettivo | Diversificare verso metalli “verdi” | Monetizzare gli asset strategici |
Glencore è il sesto produttore mondiale di rame e controlla gioielli come la miniera Collahuasi in Cile. Rio Tinto, seduta su una montagna di liquidità derivante dal ferro, ha un disperato bisogno di quel rame per non dipendere quasi esclusivamente dai capricci della domanda cinese di acciaio, che è strutturalmente in calo. Glencore lo sa, e per questo ha alzato il prezzo. Rio, conservatrice e prudente, non ha abboccato.
Soli e con i propri problemi
Ora che il polverone si è posato, entrambi i giganti si trovano a dover navigare in solitaria in un mare agitato, con problemi che la fusione avrebbe potuto (forse) risolvere.
Per Rio Tinto, il futuro è una strada in salita fatta di tagli ai costi e di efficienza. Con una capitalizzazione di 115 miliardi di sterline, resta pericolosamente legata al minerale di ferro. Inoltre, ha un problema geopolitico non indifferente: il suo principale azionista (14,5%) è la Chinalco, un’azienda di stato cinese. Una fusione avrebbe diluito questa quota, rendendo Rio più “occidentale” e libera di riacquistare le proprie azioni. Ora, invece, si ritrova con una costosa e incerta diversificazione nel litio e lo spettro della sovraccapacità produttiva in Africa.
Per Glencore, la situazione non è più rosea. Ivan Glasenberg, l’ex CEO e maggiore azionista, ha sempre criticato i progetti greenfield (costruire miniere da zero) come pozzi senza fondo di denaro e tempo. Eppure, ora Glencore dovrà fare proprio questo in Argentina, senza le spalle larghe di Rio. Inoltre, resta l’esposizione al carbone: una “vacca da mungere” quando i prezzi salgono, ma un asset tossico per gli investitori attenti ai criteri ESG nel lungo termine.
Un arrivederci, non un addio?
Le regole britanniche sui takeover impongono ora un periodo di raffreddamento (cooling-off) di sei mesi, durante il quale Rio Tinto non può lanciare un’altra offerta ostile. Ma nella finanza, come in certi amori tormentati, mai dire mai.
La logica industriale di creare un colosso capace di dominare i minerali critici del futuro rimane intatta, forse addirittura rafforzata dalle debolezze dei singoli. Il gap di valutazione si era ridotto a circa 10 miliardi di dollari: tanti per noi comuni mortali, ma uno “spread” colmabile per aziende di questa taglia.
È probabile che tra sei mesi, o forse un anno, i banchieri d’affari torneranno a bussare alle porte di Londra e Baar. Fino ad allora, i due giganti continueranno a guardarsi in cagnesco, ognuno prigioniero delle proprie contraddizioni strategiche.









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