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LA RICCHEZZA DISTRUTTA DELL’ITALIA

 

In materia di economia i fatti hanno il posto che Allah occupa nell’Islàm. Qualunque teoria che sbatta contro un fatto è erronea. È inutile stare a discutere delle idee di Marx, se dovunque hanno provocato miseria, sono sbagliate. Qualcuno dirà che ciò è dipeso dal fatto che sono state applicate male, ma dal momento che a mettere in pratica le teorie economiche sono chiamati gli uomini, e che non abbiamo un’umanità di ricambio, ciò dimostra che il tentativo di adottare l’economia marxista produce disastri.

Un articolo di Luca Ricolfi (1) ci ricorda un fatto, dinanzi al quale, in quanto tale, bisogna prosternarsi fino a toccare il terreno con la fronte: tolta Cipro (in recessione), tolte Francia, Italia e tolti altri due Paesi, che sono in stagnazione, “tutti gli altri, e sono ben 14 su 19, crescono a un tasso medio del 2% (con punte del 4%), un ritmo che non è da economia in crisi, e meno che mai da economia in recessione”; e attenzione alle parole seguenti: “fra i Paesi che crescono di più, ossia fra il 2 e il 4%, ci sono tutti i cosiddetti PIGS tranne noi: Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna”. Citiamo Ricolfi per avere un’affidabile testimonianza per quanto riguarda i dati numerici. E se questi sono incontestabili, l’Europa e le sue istituzioni saranno sbagliate quanto si vuole, ma non è vero che abbiano provocato dovunque disastri economici irreparabili. Non che l’Unione Europea le abbia azzeccate tutte: e infatti lo stesso Ricolfi enumera i suoi errori. Non che l’euro prima dell’unificazione politica sia stata una buona idea. Non che altri provvedimenti non avrebbero potuto essere migliori di quelli adottati: ma – visti i dati – manca il rapporto diretto di causa ed effetto fra istituzioni europee e crisi economica italiana. Le geremiadi sulle responsabilità di Bruxelles per quanto riguarda la nostra incapacità di far ripartire l’economia sono infondate. La causa del fenomeno va cercata qui da noi, non altrove.

Probabilmente tutto dipende da un accumulo di  distruzioni di ricchezza, che bisogna ben distinguere dai consumi. Se un ricco signore impiega molta acqua per alimentare la fontana del suo giardino, si ha consumo, e non distruzione di ricchezza, perché la vista di quella fontana è un godimento per lui (che paga la bolletta) e per i suoi ospiti. Se viceversa si ha una perdita nell’acquedotto, anche di proporzioni equivalenti al consumo della fontana, si ha distruzione di ricchezza: perché di quell’acqua non gode nessuno. Non è l’unica differenza. Nel caso della fontana, lo “spreco” dell’acqua produce comunque il pagamento di una bolletta e dunque il rientro in circolo dell’utilità. Infatti il ricco signore quel denaro se lo è procurato fornendo a qualcun altro beni o servizi. Viceversa il buco nella conduttura è una perdita secca e senza ritorno. Questo esempio magari metterà tutti d’accordo, mentre nasceranno contestazioni per il seguente, che pure è concettualmente lo stesso.

Immaginiamo un’impresa che dà lavoro a mille operai e che vada fuori mercato perché non competitiva. Economicamente essa è fallita e dovrebbe chiudere. Se invece, per motivi politici, lo Stato interviene per salvare quei posti di lavoro, finanziando l’industria, questa continuerà ad operare in perdita e su cento euro di salario di ogni operaio venti ce li metterà l’erario. Ma poiché la produttività dell’impresa consente soltanto il pagamento di ottanta, quei venti – corrispondenti ad una percentuale di “ricchezza vera” creata dai contribuenti – sono gettati a fondo perduto, esattamente come se fossero incanalati nel buco dell’acquedotto. E c’è di peggio: una volta intervenuto lo Stato, si sarà sicuri che non c’è più il rischio del fallimento, e gli sprechi aumenteranno senza limiti: si pensi all’Alitalia.

È vero, quel denaro ha salvato economicamente mille famiglie, ma quel sussidio non è diverso da quello versato agli infiniti beneficiari della carità di Stato: gli indigenti assoluti, i disoccupati, i minorati, le persone che ricevono ricchezza senza averla mai prodotta in passato. O avendone prodotto una piccola parte, come gli immortali pensionati su base retributiva. È questo il problema dell’Italia. Per motivi politici, per motivi ideologici (cattocomunisti in particolare), per motivi umanitari e ideali, l’Italia a poco a poco si è caricata di tali e tanti pesi, da avere creato un fisco di rapina, una società asfittica e infine la paralisi della nazione.

La logica vorrebbe che si dicesse: se questa è la causa, eliminiamola e tutto sarà risolto. Ma nulla si può contro le convinzioni più viscerali di un Paese. Mentre siamo in piena crisi, mentre le imprese chiudono a migliaia, il M5S parla di reddito di cittadinanza e tutti sono del parere che bisogna salvare le acciaierie di Terni e qualunque altra grande impresa che rischia di chiudere. Anzi, che dovrebbe chiudere. Dunque non cambierà nulla.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

16 novembre 2014

(1)http://www3.lastampa.it/fileadmin/mobile/editoriali.php?articolo=1

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