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LA RESPONSABILITA’ DI GRUPPO

C’è un concetto che nei Paesi sviluppati è sentito come primitivo ed esotico: la responsabilità di gruppo. Si pensa subito a usanze arcaiche, a costumanze medievali come la faida, o infine all’orrore dei crimini trasversali della mafia. Il principio del moderno diritto penale, secondo cui la responsabilità è sempre personale, appare indefettibile. Perfino il detto per il quale “le colpe dei padri ricadono sui figli”, che intende indicare soltanto un dato di fatto, è sentito come ingiusto. E tuttavia quella forma di responsabilità che si credeva d’avere eliminato dalla realtà attuale è viva e vegeta: perché dipende da una necessità obiettiva.

Immaginiamo l’estrema frangia della Frontiera americana, descritta in tanti film western. Se un giovane uccide un altro giovane, la famiglia dell’ucciso può sperare che lo sceriffo vada ad arrestare il colpevole. Se questi non lo fa – per esempio per paura – si può ancora concepire che sia la sua stessa famiglia a consegnarlo alla giustizia. Ma se non avviene né l’una né l’altra cosa, i congiunti della vittima hanno soltanto la scelta fra rassegnarsi o attaccare l’intera famiglia dell’assassino e farsi giustizia da sé.

Questo passaggio è fondamentale. Se il gruppo si dissocia, la responsabilità è soltanto del colpevole; se invece il gruppo lo protegge, malgrado ciò che ha commesso, con ciò stesso rende comune la responsabilità e la famiglia della vittima ha il diritto sia di uccidere il colpevole, sia di vendicarsi/fare giustizia su uno o più membri del gruppo dell’offensore.

Ma sorgono altri problemi. Se si dice che “l’intera famiglia è responsabile”, bisogna poi precisare chi ne faccia parte. E certo bisogna escludere i consuoceri o i cugini, anche se portano lo stesso cognome, a meno che non partecipino attivamente alla contesa. La responsabilità di gruppo autorizza una reazione violenta, ma è teoricamente legittima soltanto entro certi limiti. E nel caso che i gruppi in contrasto siano numerosi, si rende necessario, per evitare di colpire degli estranei, che essi si rendano riconoscibili, cosa che di solito si ottiene con la divisa militare. Sicché si uccide qualcuno soltanto perché vestito diversamente, anche se non lo si è mai visto prima, e anche senza avere nulla contro di lui personalmente. La guerra è oggi la massima forma di responsabilità di gruppo.

La riconoscibilità, se da un lato rende lecito/doveroso uccidere il soldato avversario, dall’altro serve ad evitare di uccidere i civili inermi, del proprio o dell’altrui gruppo: la loro salvezza dipende infatti dalla lealtà dello scontro.

Questo principio ha un corollario. Se non è lecito uccidere i civili disarmati, per contro è lecito ucciderli appena avvistati, se prendono le armi. Se un civile,  senza portare nessuna uniforme, si mostra armato ad un esercito regolare, non soltanto è lecito ucciderlo nello scontro, ma è passibile, se catturato, di fucilazione sul posto, senza nessun processo, e senza diritto a considerarsi prigioniero di guerra. Per le Convenzioni di Ginevra egli è soltanto un fuorilegge. Del resto, è vero che il suo caso è “al di fuori della legge” di guerra. La salvezza dei civili è a questo prezzo.

Queste tesi giuridiche sembrano astratte e invece hanno un risvolto di tremenda attualità. Se un musulmano commette un atto terroristico in nome dell’Islàm, i musulmani hanno la scelta tra dissociarsi pubblicamente da lui – e all’occasione consegnarlo alla forza pubblica – oppure tacere e proteggerlo. Ma se fanno ciò si caricano della responsabilità dell’azione e con ciò stesso dichiarano guerra al gruppo attaccato, e devono attendersene la reazione. Quando all’aggredito non viene data la possibilità di ottenere giustizia, con ciò stesso gli si concede il diritto  di guerra di rifarsi sull’intera comunità dell’assassino, anche se le Convenzioni cercano di imporre limiti alla severità della rappresaglia. Comunque, nel caso di un fatto di sangue, un “omicidio mirato” è già un atto di clemenza.

Alla luce di queste considerazioni si ha il diritto di chiedere se, quando il Primo Ministro francese Manuel Valls afferma che la Francia combatte una guerra contro il terrorismo, si renda conto di ciò che dice. Se la sua è soltanto un’immagine retorica, la Francia non è in guerra e dovrà attenersi alla legalità repubblicana. Dunque se qualcuno ucciderà in nome dell’Islàm e tutti i musulmani approveranno più o meno apertamente la cosa, ciò non autorizzerà una reazione contro l’intero gruppo. Se invece è effettivamente una guerra, e la Francia non è disposta a combatterla secondo le sue leggi, si può ipotizzare qualunque esito, salvo la vittoria.

Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it

15 gennaio 2015

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