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Regno Unito: il governo Burnham archivia l’iper-ambientalismo di Starmer e punta su 500 milioni di barili nel Mare del Nord. Ma è scontro nell’esecutivo
Svolta pragmatica a Londra: per finanziare spesa sociale e difesa, il Tesoro britannico spinge per estrarre 500 milioni di barili di petrolio dal giacimento di Rosebank, archiviando i dogmi ambientalisti del passato ma scatenando una rivolta interna ai ministri ecologisti.

Il pragmatismo economico bussava da tempo alle porte di Downing Street e ora rischia di mandare in frantumi gli equilibri interni al Partito Laburista. Il Cancelliere dello Scacchiere, John Healey, ha deciso di sostenere l’apertura dell’enorme giacimento petrolifero di Rosebank, al largo delle isole Shetland, innescando una dura frattura nel gabinetto del Primo Ministro Andy Burnham e segnando un netto cambio di passo rispetto all’ortodossia verde dell’era Starmer.
In gioco ci sono 500 milioni di barili di petrolio, il più grande giacimento non ancora sfruttato del Regno Unito. Quando i conti pubblici piangono e bisogna trovare miliardi di sterline per finanziare la difesa e l’assistenza sociale, i dogmi ideologici sul clima tendono improvvisamente a diventare negoziabili.
La svolta realista del governo britannico procede però tra mille contraddizioni: da un lato c’è il Tesoro, disperatamente a caccia di gettito fiscale reale e pronto a incassare le entrate dell’oro nero, dall’altro c’è l’ala più intransigente dell’esecutivo, guidata dalla titolare dell’Energia, Miatta Fahnbulleh, e dal Ministro degli Esteri Ed Miliband, che in passato aveva bollato il progetto Rosebank come puro “vandalismo climatico”. Purtroppo le posizioni ideologiche prese dai Laburisti sul tema dellr risorse petrolifere viene a pesare ancora molto sulle decisioni del governo britannico.
Proprio in questi giorni il governo Burnham ha compiuto il primo passo concreto verso il ritorno alle fonti fossili nazionali, approvando l’estrazione nel giacimento di gas di Jackdaw, a est di Aberdeen. La produzione partirà già a fine mese, giustificata dalla necessità impellente di garantire la sicurezza energetica nazionale.
Jackdaw will start to supply gas to British homes and businesses "from as early as the end of this month", the government says.
The chancellor will also announce today the launch of a "energy wealth fund" which will "use tax revenues from North Sea oil and gas to invest in… pic.twitter.com/IFkFSiya6b
— BBC Scotland News (@BBCScotlandNews) October 21, 2026
Sul dossier Rosebank, però, la Fahnbulleh minaccia il blocco. La sua tesi è, più che altro, burocratica: poiché gran parte di quel greggio verrebbe esportato sui mercati internazionali anziché essere raffinato in patria, il progetto non aiuterebbe la sicurezza energetica britannica e produrrebbe emissioni sette volte superiori a quelle di Jackdaw.
Un ragionamento che ignora un dettaglio macroeconomico fondamentale: le esportazioni generano valuta, profitti tassabili e posti di lavoro qualificati in un settore, quello del Mare del Nord, che dal 2000 a oggi ha visto la produzione crollare da oltre 120 milioni di tonnellate a meno di 40 milioni.
Per aggirare l’ostacolo ideologico, Healey ha già pronta una mossa dal sapore squisitamente politico: dirottare i profitti fiscali di petrolio e gas in un nuovo fondo sovrano energetico destinato a finanziare i progetti di transizione ecologica. In sostanza, usare il vecchio e vituperato petrolio per pagare le costose tecnologie verdi che altrimenti lo Stato non potrebbe permettersi.
| Giacimento | Posizione | Risorsa principale | Stato attuale | Impatto economico previsto |
| Jackdaw | 241 km a est di Aberdeen | Gas naturale | Approvato (avvio a fine mese) | Sicurezza energetica domestica e gettito per il fondo sovrano |
| Rosebank | 128 km a ovest delle Shetland | Petrolio (500 mln di barili) e gas | In attesa di decisione (avvio previsto 2027) | Forti entrate fiscali da export, tutela occupazionale, scontro politico |

Jackdaw e Rosebank, da BBC
La spaccatura non attraversa solo i ministeri, ma spacca in due anche il fronte sindacale, tradizionale bacino elettorale laburista:
- I sindacati industriali (GMB e Unite): spingono con forza per le trivellazioni a Rosebank, consapevoli che senza estrazione domestica si distruggono migliaia di posti di lavoro veri sull’altare di promesse occupazionali “verdi” ancora tutte da dimostrare. A guadagnare del loro sviluppo sono proprio i membri del sindacato, e quindi c’è una particolare sensibilità verso il problema.
- Il sindacato dei servizi pubblici (Unison): si oppone fermamente, sostenendo che vendere petrolio sul mercato globale non abbasserà le bollette dei cittadini e aggraverà la crisi climatica. Queste organizzazioni rappresentato dei lavoratori tutelati che comunque percepiscano lo stipendio, qualasiasi sia la decisione in merito.
Ufficialmente Downing Street prova a tenere Andy Burnham fuori dalla mischia, lasciando intendere che la decisione finale spetti esclusivamente alla Fahnbulleh attraverso una procedura tecnica e “quasi giudiziaria”.
Nella realtà della politica britannica, però, nessuno crede che il Primo Ministro possa restare a guardare. Secondo diverse fonti interne all’esecutivo, sia Burnham che Healey hanno già deciso che Rosebank deve andare avanti. Dopo anni di politiche iper-ambientaliste che hanno compresso l’offerta energetica e indebolito l’industria nazionale, Londra sembra aver riscoperto che la ricchezza, prima di poter essere redistribuita o investita nella transizione, deve pur essere prodotta.







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