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Rapporto deficit/Pil: se sfora Macron, dobbiamo poterlo fare anche noi. Basta trattative a ribasso con Bruxelles! (di Giuseppe PALMA)

L’Unione europea è una barzelletta. Peccato che, invece di ridere, qui c’è da piangere.

Il governo italiano aveva presentato in ottobre alla Commissione europea una prima versione della legge di bilancio che stimava, per il 2019, una previsione del 2,4% del rapporto deficit/pil.

Apriti cielo! Il commissario europeo agli affari economici Pierre Moscovici ci ha messi al muro e, insieme a Juncker e agli altri commissari, ci ha bocciato la manovra paventando la procedura di infrazione se non ci fossimo adeguati ai loro diktat, cioè scendere quantomeno sotto il 2%. Spread oltre i trecento punti base e tutti i media contro. Stava per ripetersi la stessa sceneggiatura da colpo di stato in stile 2011.

Ma poi il governo Conte ha iniziato ad ammorbidire i toni (inizialmente Salvini e Di Maio si erano invece detti più volte inamovibili) e lo spread è sceso. Ora il ministro dell’economia Giovanni Tria sta trattando con la Commissione un 0,2% in meno, ma Moscovici ci vuole comunque sotto il 2%.

Nel frattempo la Francia di Macron, che per il 2019 aveva previsto un rapporto deficit/pil del 2,8%, si è vista travolta dalla rabbia popolare dei gilet gialli. Dopo due settimane di proteste alla fine Macron ha ceduto ad alcune delle richieste economiche e sociali avanzate  dal suo popolo, e molto probabilmente il rapporto deficit/pil della Francia sarà – per il 2019 – ben superiore al 3% (si parla di 3,4%).

Cosa farà la Commissione europea di fronte allo sforamento francese? Assolutamente nulla. E non perché il commissario europeo agli affari economici sia francese, ma perché la Francia è il cuore politico della Ue e Macron è un prodotto di Attali e dei Rothschild. Insomma, è uno di loro. Non sentiremo mai esponenti della Commissione minacciare la Francia che “i mercati insegneranno ai francesi come votare”. Tra cani non ci si mozzica mai!

Ora, di fronte al trattamento “figli e figliastri”, l’Italia dovrebbe interrompere le trattative con gli aguzzini di Bruxelles e mantenere la linea del Piave del rapporto deficit/pil al 2,4%. La legge di bilancio è già stata approvata dalla Camera dei deputati a saldi e misure invariate (cioè prevede ancora il 2,4%), quindi eventuali accordi a ribasso con Bruxelles troverebbero ingresso nelle modifiche al Senato.

Ma, a questo punto, il governo italiano non deve più trattare. Se la Francia non rispetta le regole allora non dobbiamo rispettarle neppure noi. Non possiamo continuare a fare la figura del pollo da spennare, anche perché di mezzo ne vanno i diritti fondamentali dei cittadini italiani.

Economisti e commentatori del mainstream bacchettano il governo Conte invitandolo a sottostare ai voleri della Commissione, giustificando lo sforamento di Macron col fatto che il rapporto debito pubblico/Pil francese è del 97% mentre quello italiano del 131,8%.

Eh no, cari i miei “eco-commentatori” da strapazzo. Il Fiscal compact prevede, per i Paesi che hanno un rapporto debito pubblico/Pil superiore al 60% (quindi sia Italia che Francia), la possibilità di indebitamento pari allo 0,5% del rapporto deficit/pil (il pareggio di bilancio in altre parole). Il Fiscal compact è certamente un trattato capestro e, in quanto incompatibile coi trattati istitutivi della Ue, nullo. Frutto dell’esasperazione ordoliberista e monetarista, sta uccidendo l’Europa intera tra gli applausi della servitù. Ma visto che esiste, e che la Commissione ce ne chiede annualmente il rispetto (tant’è che il Governo Gentiloni ci aveva legati per il 2019 ad un 0,9% del rapporto deficit/pil), occorre fare i conti con la realtà.

E se questo vale per l’Italia, alla quale si chiede di scendere sotto il 2% del rapporto deficit/pil, deve valere anche per la Francia. Diversamente, non c’è più alcuna ragione per restare all’interno di questa gabbia di tiranni.

E non è affatto una questione di principio, ma di carne e sangue. Il governo Conte non riesce a trovare 2 miliardi di euro per disattivare l’obbligatorietà della fatturazione elettronica tra partite Iva, che entrerà in vigore da gennaio. Certo, è un “regalo” che ci ha lasciato in eredità il Partito democratico, ma questo non impedisce all’attuale esecutivo di abrogarla o di rinviarne l’introduzione. Se ciò non avvenisse, le nefaste conseguenze travolgeranno imprenditori e professionisti, elettorato di riferimento soprattutto della Lega. Trattare a ribasso con Bruxelles non aiuta certo a reperire quella copertura utile alla disattivazione dell’ennesimo strumento invasivo da parte del fisco. E questo non corrisponde al voler fare – PRIMA – gli interessi degli italiani.

Avv. Giuseppe PALMA

 

 


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