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Questa “democrazia” è un sistema di governo per ricchi

Michael Bloomberg è un miliardario sfondato. A 77 anni, è il titolare di un impero mediatico dove non tramonta mail il sole. Ora punta anche al trono più ambito del mondo contemporaneo: quello di Presidente degli Stati Uniti d’America. In effetti, se ci è riuscito Trump, perché non dovrebbe riuscirci Bloomberg? Il nostro ha speso qualcosa come 314 milioni di dollari per finanziare la sua campagna elettorale alle primarie del partito democratico.

La più grande “democrazia” del mondo, davvero, ultimamente ha un debole per gli ultraricchi. Anzi, la più grande democrazia del mondo –  il modello “platonico”, per così dire, di ogni sedicente democrazia del globo – vuole solo gli ultraricchi al vertice. La “democrazia” –  viene il sospetto –  si è ridotta a una sorta di foglia di fico, per gli ingenui, stesa come un velo pietoso su una realtà deprimente.

Per la precisione,  su un modello di governo in cui si sa già in partenza chi vince: o un super ricco oppure un rappresentante di super ricchi, debitamente finanziato da questi. Il ruolo delle classi medie e medio basse è quello di fare da claque ai pochi privilegiati destinati a disputarsi le briglie del comando e le leve del potere. Vuoi vedere che la democrazia, intesa come criterio egualitario di selezione delle classi dirigenti – in grado di garantire persino al quisve de populo (all’uomo qualunque) la possibilità di competere alle elezioni più varie e alle cariche più alte – è oramai una pia illusione?

In effetti, in America il processo di far finta di essere una democrazia mentre si è una cosa totalmente diversa è in corso da decenni, forse da sempre. Ma da noi, che siamo una “democrazia” più giovane? Da noi lo abbiamo accelerato, per non farci mancare niente. Forse per essere sempre più “uguali” rispetto alla madre di tutte le uguaglianze che ci scruta, veglia e sorveglia aldilà dell’Atlantico. E lo abbiamo fatto, negli ultimi anni, con alcuni provvedimenti autolesionisti al massimo grado; quantomeno se visti dalla prospettiva di chi miliardario non è. Se, cioè, visti dal basso, da una angolatura “popolare”.

Due su tutti: l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e la riduzione del numero dei parlamentari. Con la prima mossa abbiamo consegnato la possibilità di fare agevolmente politica solo agli straricchi (tipo Bloomberg) o ai “corrotti”. E non parliamo di corruzione in senso stretto, ma in senso lato: di corruzione delle coscienze, in primis. Della serie che sei in grado di “spesarti” una carriera politica solo se ti adegui alla linea, agli interessi, agli obbiettivi di chi è sufficientemente ricco per finanziartela. Quanto alla riduzione del numero dei parlamentari, è quello che è; e che solo i Robespierre cretini non riescono a vedere: riduzione drastica della possibilità di contare qualcosa per chi non ha risorse per contare qualcosa.

Ma l’aspetto stupefacente dell’intera faccenda è che i più infoiati nell’esigere queste misure evidentemente anti-popolari sono proprio i movimenti e i partiti dichiaratamente populisti o simil tali. Siamo immersi in un sistema dove solo ai Paperoni è permesso comandare a bacchetta – ma in modo sedicente “democratico” – i paperini. Tuttavia, hanno fatto in modo che fossero i paperini a volerlo. È il sublime paradosso  della magnifica età della “democrazia” universale.

Francesco Carraro

www.francescocarraro.com


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