Francia
Quando Macron supera anche il Marchese del Grillo
Le recenti dichiarazioni di Macron contro l’Italia svelano l’ipocrisia dell’Eliseo: tra ingerenze europee, spread in bilico e la sindrome del Marchese del Grillo.
Le parole pronunciate dal presidente Emmanuel Macron – “ciascuno resti a casa propria e le pecore saranno ben sorvegliate” – non sono soltanto una replica infelice a un intervento del presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni. Esse rappresentano piuttosto la manifestazione plastica di una doppia morale che da anni caratterizza l’atteggiamento francese nei confronti dell’Italia e, più in generale, dell’assetto politico dell’Unione Europea.
Se davvero il principio invocato dall’Eliseo è quello della non ingerenza e del rispetto della sovranità altrui, allora sarebbe opportuno ricordare a Parigi che la Francia è stata, negli ultimi decenni, tra gli attori più attivi – e spesso più invasivi – nel condizionare la vita politica e istituzionale italiana. Altro che “restare a casa propria”.
Il caso più emblematico resta quello delle celebri risatine tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, consumate in pubblico e indirizzate contro un presidente del Consiglio italiano legittimamente eletto, Silvio Berlusconi. Non si trattò di un episodio folkloristico, ma del simbolo di una pressione politica internazionale che anticipò e accompagnò una vera e propria delegittimazione dell’Italia nelle sedi europee e nei mercati finanziari. In quell’occasione, il rispetto per la sovranità democratica italiana non figurava tra le priorità.
Più di recente, all’indomani dell’insediamento del governo Meloni, una ministra francese responsabile per gli Affari europei dichiarò che la Francia e l’Europa “avrebbero vigilato” sull’operato del nuovo esecutivo italiano. Una formula solo apparentemente neutra, che traduce in linguaggio diplomatico un concetto assai chiaro: sorveglianza politica preventiva su un governo democraticamente eletto. Anche in quel caso, nessun imbarazzo nel superare apertamente il confine dell’ingerenza.
È in questo contesto che la frase di Macron assume un significato ben più ampio del contingente botta e risposta. Perché se il principio è davvero “ognuno a casa propria”, esso dovrebbe valere anche – e soprattutto – per l’Unione Europea. Un’Unione che negli anni si è trasformata da spazio di cooperazione tra Stati sovrani a meccanismo di interferenza sistematica nelle politiche fiscali, industriali, energetiche e sociali dei Paesi membri.
La domanda è dunque inevitabile: Macron rivolge lo stesso monito anche a Bruxelles quando le decisioni europee toccano interessi strategici francesi? Oppure la non ingerenza è un principio a geometria variabile, da invocare solo quando serve a difendere la propria sfera di influenza?
La realtà è che la Francia rivendica per sé una sorta di eccezione permanente. Difende senza esitazioni i propri campioni nazionali, pratica un dirigismo industriale che verrebbe immediatamente stigmatizzato se adottato da altri, e utilizza l’architettura europea come moltiplicatore dei propri interessi geopolitici ed economici. Quando però un altro Stato membro prova a fare altrettanto, scatta puntualmente la lezione morale.
Non può essere ignorato, inoltre, il contesto interno in cui maturano le parole di Macron. La Francia vive da molti mesi una fase di profonda precarietà politica: governi che si succedono senza stabilità, maggioranze fragili, tensioni sociali ricorrenti e una leadership sempre più contestata. In questo scenario, la postura muscolare sul piano esterno appare anche come il riflesso di difficoltà interne crescenti.
Il confronto con l’Italia, sotto questo profilo, è inevitabile. Mentre a Parigi si moltiplicano le incertezze, Roma esprime da tempo un governo stabile, con una maggioranza chiara, che sta svolgendo il proprio mandato con continuità e credibilità. I risvolti non sono solo politici, ma anche finanziari: i titoli di Stato francesi hanno registrato un deterioramento tale da essere superati, in alcune fasi, da quelli italiani, con uno spread che racconta una realtà impensabile fino a pochi anni fa. Parallelamente, il ruolo internazionale dell’Italia si è rafforzato sensibilmente sotto il governo Meloni, mentre la capacità di influenza francese appare meno solida e meno riconosciuta.
In questo contesto, la frase sulle “pecore” non è soltanto maldestra: è rivelatrice. Rivela una concezione gerarchica dell’Europa, in cui alcuni Paesi si sentono autorizzati a parlare, giudicare e intervenire, mentre altri dovrebbero limitarsi ad adeguarsi.
Non sorprende allora che in Italia quelle parole abbiano evocato un riferimento culturale immediato: il personaggio interpretato dal magistrale Alberto Sordi nel film Il Marchese del Grillo. Con una differenza sostanziale: qui non siamo più nel cinema, ma nella politica europea contemporanea.
E così, quando Macron invoca il rispetto delle sovranità dopo averle più volte ignorate, quando predica il “restare a casa propria” continuando a interferire negli affari altrui, finisce per superare persino il Marchese del Grillo. Perché il messaggio sottinteso, oggi come allora, resta lo stesso: io so io e voi non siete un…
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