Automotive
Quando il PD predica male e razzola peggio: il caso delle auto elettriche a Roma
A Bruxelles votano per lo stop ai motori termici, ma nella Capitale la giunta Gualtieri prepara un salasso per chi ha comprato l’auto a spina fidandosi degli incentivi.
Il Partito Democratico sta oggi sperimentando le conseguenze di una scelta compiuta in sede europea con un’impostazione marcatamente ideologica e con una sottovalutazione sistemica delle ricadute economiche, industriali e sociali. Una scelta che, a distanza di poco tempo, viene smentita non dagli avversari politici, ma dalle stesse amministrazioni territoriali guidate dal PD.
Nel febbraio 2023 la delegazione democratica al Parlamento europeo, in linea con il gruppo dei Socialisti e Democratici, ha votato a favore del regolamento UE sulle emissioni di CO₂ dei veicoli leggeri, pilastro del pacchetto Fit for 55, che di fatto sancisce lo stop alla vendita di nuove auto a benzina e diesel dal 2035. Non una transizione tecnologicamente neutra, ma una scelta regolatoria rigida, fondata sull’assunto che l’auto elettrica rappresenti l’unica soluzione possibile.
Una scelta eminentemente ideologica, assunta trascurando una serie di elementi cruciali: i costi significativamente più elevati per i cittadini, la rapidissima obsolescenza tecnologica dei veicoli elettrici – con effetti diretti sulla svalutazione – e la dipendenza strategica dell’Unione Europea da filiere produttive extra-UE, in particolare per batterie, componentistica avanzata e materie prime critiche (litio, cobalto, nickel, terre rare), concentrate in larga parte fuori dal perimetro europeo. A ciò si aggiunge la grave carenza infrastrutturale, che nelle città italiane assume contorni del tutto pragmatici: reti di ricarica incomplete, trasporto pubblico insufficiente, intermodalità inefficace e assenza strutturale di parcheggi di scambio.
Non a caso, già tra il 2024 e il 2025 la stessa Commissione Europea è stata costretta a rivedere l’impostazione originaria, aprendo ai carburanti sintetici, rivalutando gli ibridi e passando da un obiettivo di riduzione del 100% a uno del 90%. Una correzione che equivale a un’ammissione implicita: il bando totale era stato concepito senza sufficiente realismo economico e industriale.
Il PD, tuttavia, non ha mai riconosciuto questo errore di impostazione. Ha mantenuto intatta la narrazione ideologica, adattandosi silenziosamente alla retromarcia europea. Ma il vero cortocircuito emerge a livello locale.
A Roma, amministrata dal PD con il sindaco Roberto Gualtieri, l’assessore alla mobilità Eugenio Patanè ha firmato direttive di indirizzo che saranno sottoposte a fine febbraio al vaglio dell’Assemblea capitolina. Tra queste, la misura politicamente ed economicamente più dirompente: le auto a trazione esclusivamente elettrica che vorranno continuare ad accedere alla ZTL dovranno versare 1.000 euro l’anno. Di fatto, viene smantellato l’intero impianto incentivante che aveva orientato le scelte di acquisto di migliaia di famiglie.
Ed è qui che emerge il punto forse più grave. A Roma circa 75.000 cittadini hanno acquistato un’auto full electric non per adesione ideologica alle istanze dei movimenti green, ma per convenienza complessiva: accesso facilitato alla ZTL, agevolazioni sulla sosta, minori vincoli regolatori e incentivi fiscali. In una città dove il trasporto pubblico è carente e le alternative reali sono limitate, questi elementi rappresentavano un incentivo determinante. Se il quadro fosse stato diverso, è del tutto plausibile che molte di quelle scelte non sarebbero mai state compiute.
La motivazione formale addotta dal Campidoglio è la necessità di “decongestionare” il centro storico, ma Roma non si decongestiona penalizzando ex post i cittadini che hanno già sostenuto scelte onerose: Roma si decongestiona a monte, con politiche di mobilità realmente efficienti, con il potenziamento del trasporto pubblico, con parcheggi di cintura e vere aree di scambio ai margini della ZTL. La congestione non è un fenomeno improvviso: Roma è decenni che è congestionata, scoprirlo oggi e utilizzarlo come giustificazione per cambiare radicalmente il regime autorizzativo, equivale ad ammettere un grave ritardo di pianificazione. Prima si realizzano le infrastrutture necessarie a offrire alternative concrete ai cittadini, poi – eventualmente – si ritarano gli incentivi. Fare il contrario non è governo della mobilità: è improvvisazione amministrativa.
Oggi, invece, le regole vengono cambiate a partita iniziata. Si è giocato con la fiducia dei cittadini, con il loro portafoglio e con la credibilità delle politiche pubbliche. Quando la fiducia viene meno, la credibilità istituzionale si erode, e ciò avviene in un momento particolarmente delicato: a circa un anno dal rinnovo delle cariche capitoline. L’amministrazione sarà chiamata a presentare un piano di governo per i prossimi cinque anni, ma dopo questo ripensamento è inevitabile che una parte rilevante dei cittadini guardi con scetticismo non solo alle promesse sulla mobilità, ma all’intero impianto programmatico.
Il danno per il Campidoglio, e in particolare per il sindaco Gualtieri, non è circoscritto alla ZTL. È un danno reputazionale complessivo: quando un’amministrazione dimostra di poter modificare radicalmente il quadro regolatorio dopo aver indirizzato scelte economiche rilevanti, ogni progetto futuro appare instabile e revocabile.
Il PD predica la rivoluzione green in Europa, la corregge nei fatti a Bruxelles e la smentisce apertamente nei territori che amministra. Non è transizione ecologica. È incoerenza politica. E il boomerang rischia di estendersi ben oltre il tema della mobilità.
Antonio Maria Rinaldi
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