Seguici su

AttualitàEconomiaEuropa

Quando gli algoritmi decidono quanto dobbiamo pagare

I prezzi di treni e aerei sono sempre più fuori controllo a causa del “dynamic pricing”. Mentre le piattaforme usano algoritmi segreti per massimizzare i profitti su infrastrutture pubbliche, l’Unione Europea resta a guardare. Un’analisi sulle derive del libero mercato digitale.

Pubblicato

il

Viviamo in un’epoca nella quale gli algoritmi non sono più semplici strumenti tecnologici ma veri e propri regolatori invisibili della vita economica. Non si limitano a ordinare informazioni o a suggerire contenuti online: sempre più spesso stabiliscono quanto paghiamo per servizi fondamentali della nostra quotidianità.

È il caso del cosiddetto dynamic pricing, il sistema di determinazione dinamica dei prezzi che utilizza modelli algoritmici per incrociare in tempo reale domanda, offerta, disponibilità e numerose altre variabili. Si tratta di un meccanismo ormai diffuso in molti settori: dai biglietti ferroviari ai voli aerei, dalle piattaforme di mobilità urbana fino a una crescente quantità di servizi digitali.

In teoria la logica appare perfettamente coerente con i principi dell’economia di mercato: quando la domanda cresce il prezzo sale, quando diminuisce scende. Ma qui emerge un elemento decisivo. Oggi questa dinamica non è più il risultato di scelte commerciali esplicite o di politiche tariffarie comprensibili, bensì di algoritmi progettati e calibrati all’interno di sistemi informatici che restano, nella maggior parte dei casi, completamente opachi per l’utente.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Lo stesso biglietto ferroviario per una tratta come Roma–Milano può avere un prezzo relativamente contenuto in un determinato momento e moltiplicarsi nel giro di pochi giorni, o addirittura di poche ore. Basta che si avvicinino situazioni che generano una domanda concentrata di mobilità — ad esempio una finale calcistica o una partita di grande richiamo, una grande manifestazione fieristica o congressuale, l’inizio delle vacanze estive, i ponti primaverili, le festività natalizie o i grandi rientri di massa dopo i periodi di ferie — perché le tariffe subiscano improvvisi balzi in avanti, talvolta anche di tre o quattro volte rispetto ai livelli ordinari.

Lo stesso fenomeno si osserva nel trasporto aereo o nei servizi di mobilità intermediati da piattaforme digitali. Tutto dipende da variabili elaborate in tempo reale: quantità di posti disponibili, velocità con cui le prenotazioni vengono effettuate, previsioni di domanda, analisi dei comportamenti degli utenti e molte altre informazioni raccolte ed elaborate automaticamente.

Eppure esiste anche un modello opposto, che dimostra come la determinazione delle tariffe possa seguire criteri completamente diversi. È il caso del servizio taxi. Pur essendo gestito da operatori privati, il prezzo delle corse è stabilito da regolamenti pubblici e da tabelle tariffarie approvate dalle autorità locali. Possono esserci supplementi notturni, festivi o per il trasporto bagagli, ma si tratta di voci codificate e trasparenti. Ciò che non accade è che il prezzo di una corsa raddoppi o triplichi semplicemente perché, in quel preciso momento, la domanda è più elevata.

Il confronto è significativo. In entrambi i casi si tratta di servizi privati che operano grazie a licenze pubbliche. Tuttavia in un caso il prezzo è stabilito secondo criteri noti e regolati, mentre nell’altro viene determinato da modelli algoritmici che reagiscono automaticamente alle oscillazioni della domanda.

Fin qui si potrebbe sostenere che si tratta semplicemente di una sofisticata evoluzione delle logiche di mercato. Un’impresa privata cerca legittimamente di massimizzare i propri ricavi sfruttando la variabilità della domanda. Tuttavia il quadro cambia quando queste dinamiche riguardano servizi che, pur gestiti da operatori privati, svolgono una funzione di interesse pubblico.

Il trasporto ferroviario, ad esempio, non è una qualunque attività commerciale. Si tratta di un servizio che poggia su infrastrutture pubbliche, su concessioni e su autorizzazioni rilasciate dallo Stato. Analogamente il trasporto aereo opera all’interno di un sistema regolato che prevede licenze, diritti di traffico, controlli e vincoli operativi. In altre parole, non siamo di fronte a un mercato completamente libero ma a settori nei quali l’attività privata è resa possibile da un quadro istituzionale pubblico.

Ed è proprio qui che emerge un interrogativo sempre più difficile da eludere: chi decide realmente i criteri con cui gli algoritmi determinano le tariffe? Chi stabilisce le variabili che entrano nel calcolo? E soprattutto con quali logiche vengono programmati sistemi che incidono direttamente sul costo di servizi essenziali per milioni di cittadini?

Oggi la risposta rimane in larga parte nelle mani delle imprese che sviluppano e gestiscono questi modelli. Gli algoritmi sono considerati parte del patrimonio industriale delle aziende e quindi coperti dal segreto commerciale. Tuttavia, quando tali sistemi influenzano servizi che operano grazie a concessioni o autorizzazioni pubbliche, il tema non può essere relegato a una semplice questione aziendale.

Il rischio è che il prezzo di servizi essenziali venga determinato da una vera e propria “scatola nera” tecnologica, nella quale decisioni con un impatto economico e sociale rilevante vengono prese automaticamente senza che vi sia una reale possibilità di comprenderne i criteri o verificarne l’equilibrio.

Eppure proprio qui dovrebbe intervenire la politica economica e, soprattutto, il livello europeo. L’Unione europea ama presentarsi come la grande paladina della tutela dei consumatori e della regolazione dei mercati digitali. Tuttavia su un tema cruciale come l’utilizzo degli algoritmi per determinare i prezzi di servizi essenziali la sua presenza appare, finora, sorprendentemente timida.

Non si tratta di imporre prezzi amministrati né di frenare l’innovazione tecnologica. Gli algoritmi possono migliorare l’efficienza e l’utilizzo delle risorse. Ma quando entrano in gioco servizi che operano in regime di concessione o autorizzazione pubblica, un minimo di trasparenza sulle logiche tariffarie non dovrebbe essere considerato un ostacolo al mercato, bensì una garanzia di equilibrio.

Perché se il costo della mobilità — e di molti altri servizi — viene stabilito da modelli matematici che nessuno può realmente scrutinare, il rischio è evidente: che decisioni con effetti diretti sulla vita quotidiana dei cittadini vengano trasferite a sistemi automatici sottratti a ogni controllo pubblico.

Ed è qui che emerge la vera questione: in un’economia sempre più governata dagli algoritmi, chi controlla davvero le regole del prezzo?

Antonio Maria Rinaldi

Google News Rimani aggiornato seguendoci su Google News!
SEGUICI
E tu cosa ne pensi?

You must be logged in to post a comment Login

Lascia un commento