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Pulizia etica

Dalla faccenda del deep learning e dell’interesse manifestato dalle autorità europee per gli sviluppi dell’intelligenza artificiale c’è veramente molto da imparare. Il fatto che la Commissione europea abbia “reagito” al ritardo scientifico accumulato rispetto a USA e Cina elaborando un papello di “linee guida etiche” elaborato addirittura da “52 esperti” ci fa, intanto, capire una delle tare forse irrimediabili del modello politico inter-statuale in cui si concretizza la UE: la tara della burocratizzazione bizantina, il baco del legislatore folle, l’idea malata che si possa governare una società, il suo immenso territorio e l’avvenire dell’una e dell’altro, attraverso una minuziosa ed esasperante regolamentazione.
 
L’Unione Europea è forse il più riuscito esperimento, nella storia delle istituzioni umane, di colonizzazione della realtà per via di carta bollata. Non c’è ambito e settore della vita collettiva che sfugga all’attenzione occhiuta e vigilante di coloro che, non a caso, hanno meritato l’epiteto di “burocrati di Bruxelles”. Se mai ne aveste l’occasione, vi invito a leggere non dico i trattati – che pure costituiscono un viaggio allucinante nell’iperspazio delle contorsioni linguistiche – ma un regolamento, una direttiva, una sentenza della Corte di Giustizia. Vi smarrireste in un delirio di articoli, commi, richiami, rimandi, “considerato che”, “atteso che”, “rilevato che” e via complessificando in un inestricabile groviglio impossibile da dipanare. Trattasi di paranoia del controllo, è chiaro, tanto più grave quanto più è assoluta, nelle istituzioni europee, la carenza di legittimazione democratica.
 
Ma questa tara si accompagna ad un’altra (forse peggiore) di cui, pure, ci parla la notizia sulla pretesa di “disciplinare” il deep learning, da cui siamo partiti. L’idea un po’ hegeliana e un po’ hobbesiana che gli uffici europei abbiano una missione “etica” da adempiere. Idea priva di fondamento. L’Unione europea è, in sé, una costruzione elettivamente “immorale” giacché il suo principio ispiratore (consolidato addirittura nel cruciale articolo 3 del Trattato di Maastricht) è la “competitività”, vale a dire la negazione della “solidarietà” (cristallizzata, invece, nell’articolo 2 della nostra Costituzione). Laddove l’etica, intesa come dimensione (e dottrina) del bene, si regge in primis proprio sulla solidarietà interindividuale in cui si procede e ci si salva insieme: il contrario della guerra, militare o economica che sia, vale a dire di quella competizione dove uno vince e l’altro perde.
 
E quindi perché le autorità regine in Europa si ammantano di eticità? Perché l’etica declamata è un formidabile strumento di manipolazione del consenso e di controllo del dissenso, tipicamente e debitamente sfruttato dai regimi totalitari. Però, siccome il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, lorsignori finiscono sempre per tradire le proprie autentiche intenzioni. “L’etica e la competitività sono intrecciate”, ha spiegato Pekka Ala-Pietila, capo del gruppo di esperti UE, “dobbiamo creare un ambiente in cui l’utilizzo della intelligenza artificiale è considerato affidabile. Se questa necessità si consoliderà, le aziende saranno incentivate a creare prodotti e servizi in cui l’etica è parte del loro vantaggio competitivo”. Ed eccoli stanati: l’etica applicata alle macchine per vendere meglio e farci diventare più competitivi. Capite perché affrancarci da questo modello è diventato (quasi) l’unico imperativo etico, se vogliamo preservare il nostro futuro di uomini liberi?
 
Francesco Carraro
www.francescocarraro.com

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