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Prima del grande gelo: il DNA riscrive la storia degli europei dell’Era Glaciale
Nuove analisi genomiche e l’estrazione di DNA dalla polvere delle caverne svelano un’inattesa migrazione da est a ovest 32.000 anni fa: ecco come i clan dell’Era Glaciale sconfissero il gelo e l’isolamento.

Trentamila anni fa l’Europa stava per scivolare nel congelatore dell’Ultimo Massimo Glaciale. Chilometri di ghiaccio avanzavano da nord, cancellando risorse e costringendo le tribù di cacciatori-raccoglitori a una lotta silenziosa per la sopravvivenza.
Fino a ieri eravamo convinti che queste comunità umane vivessero isolate nei loro rifugi regionali, chiuse in compartimenti stagni genetici.
Un nuovo studio pubblicato su Science Advances da un consorzio internazionale guidato dal paleogenetista Pere Gelabert e da Ron Pinhasi ribalta completamente lo scenario: prima che il ghiaccio sigillasse il continente, gli europei viaggiavano, commerciavano e si incrociavano da un capo all’altro dell’Europa.
Due mondi che non dovevano incontrarsi
Durante la cultura Gravettiana (tra 34.000 e 25.000 anni fa), l’archeologia ha sempre documentato manufatti incredibilmente simili dalla Spagna alla Russia: statuette femminili in avorio (le celebri “Veneri”), punte di selce raffinate e complesse sepolture rituali.
Venere gravettiana
Eppure, la genetica sembrava raccontare un paradosso insormontabile. I dati genomici mostravano due popolazioni distinte e reciprocamente estranee:
- Il ramo occidentale (Fournol): radicato tra Francia e penisola iberica, erede dei cacciatori aurignaziani.
- Il ramo centro-orientale (Věstonice): diffuso tra Repubblica Ceca, pianure orientali e penisola italiana.
Come potevano condividere la stessa identità culturale senza essersi mai incontrati sul piano biologico?
La risposta è emersa dall’analisi genomica di tre individui: una donna adulta dalla grotta di Isturitz (Pirenei francesi), un dente dalla grotta di Chufín (Cantabria spagnola) e un feto maschile (Ostuni1b) rinvenuto in Puglia accanto alla celebre madre paleolitica “Ostuni 1”.
Isturitz: il primo grande “nodo” transcontinentale
Il genoma femminile di Isturitz, datato a circa 26.000-30.000 anni fa, è stato sequenziato con oltre 450.000 marcatori genetici (SNP). Il risultato ha sorpreso i ricercatori.
Pur appartenendo principalmente al ceppo occidentale, il suo DNA contiene un segnale evidente e inequivocabile di ascendenza orientale, strettamente imparentata con i cacciatori di mammut di Dolní Věstonice.
Gli algoritmi temporali collocano questo impulso migratorio tra 32.500 e 31.500 anni fa. Non si trattò di una dispersione casuale.

Caverna di Isturiz
La grotta di Isturitz, posizionata strategicamente sul varco occidentale tra la Francia e la penisola iberica, funzionava come un vero e proprio “sito di aggregazione”: un mercato preistorico in cui clan distanti si riunivano periodicamente per cacce collettive, scambi di materie prime, alleanze e matrimoni esogamici.
| Individuo / Campione | Sito e Regione | Datazione stimata | Lignaggio Genetico principale | Segnale chiave emerso |
| Isturitz | Pirenei, Francia | ~30.000 – 26.000 anni fa | Cluster Fournol (Occidentale) | Flusso genico da Est (Věstonice) |
| Ostuni1b | Puglia, Italia | ~27.500 anni fa | Cluster Věstonice (Orientale) | Figlio di Ostuni 1; bassa consanguineità |
| Chufín | Cantabria, Spagna | ~26.000 – 23.000 anni fa | Cluster Fournol | Continuità genetica iberica pre-LGM |
| El Mirón (Layer 122) | Cantabria, Spagna | ~22.000 anni fa (Solutreano) | sedaDNA (DNA da sedimento) | Persistenza del ceppo Fournol senza ossa |
Leggere il genoma nella polvere delle caverne
Il secondo colpo di scena dello studio risolve un limite storico dell’antropologia: la cronica assenza di scheletri risalenti al picco dell’era glaciale (il Solutreano).
Quando il clima raggiunse il culmine del gelo, tra 24.000 e 19.000 anni fa, le popolazioni umane si ritirarono nella penisola iberica. Mancando i fossili, non sapevamo chi fossero davvero i superstiti.
I ricercatori hanno aggirato l’ostacolo analizzando il DNA sedimentario (sedaDNA) estratto dalla terra del livello 122 della grotta di El Mirón, in Cantabria.
Senza un singolo frammento di scheletro umano a disposizione, gli scienziati hanno isolato oltre 14.000 marcatori nucleari umani dispersi nel suolo. I risultati confermano che il ceppo occidentale è sopravvissuto indenne all’interno della sacca iberica per millenni, custodendo l’eredità genetica che avrebbe poi ripopolato l’Europa al ritiro dei ghiacci.
Identikit e vitalità biologica: un mito da sfatare
L’analisi dei tratti fisici ha fornito dettagli nitidi: sia gli individui occidentali sia il feto pugliese presentavano carnagione scura, capelli scuri e occhi castani, tratti dominanti dell’Europa paleolitica ben prima dell’arrivo delle mutazioni per la pelle chiara e gli occhi azzurri.
C’è un ulteriore dato fondamentale: l’analisi dell’omozigosi (i segmenti di DNA identici ereditati da entrambi i genitori) ha rivelato tassi di inbreeding sorprendentemente bassi sia a Isturitz che a Ostuni.
Le dimensioni effettive della popolazione erano più ampie e connesse di quanto si credesse: questi gruppi avevano una rigida organizzazione sociale che preveniva l’accoppiamento tra consanguinei, cercando partner anche attraverso itinerari di centinaia di chilometri.
Lezioni preistoriche di sopravvivenza
La mobilità geografica e le reti di scambio intergruppo non erano semplici abitudini culturali, ma una precisa strategia di gestione del rischio ecologico ed economico. Anche senza sapere nulla di biologia i vari gruppi, anche messi sotto pressione, sapevano che gli scambi fra le varie comunità erano necessari.
Chiudere i contatti avrebbe significato la degenerazione genetica e l’estinzione al primo inverno prolungato. Mantenere aperti canali di scambio commerciale, genetico e tecnologico attraverso l’intero continente ha permesso alla nostra specie di superare indenne la peggiore crisi climatica dell’era quaternaria. Anche se non sappiamo come , i primi cacciatori dell’epoca glaciale riuscirsono a commerciare, comunicare e incrociare il proprio DNA, evitando l’estinzione.







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