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PNRR senza manutenzione: la falla strutturale nel disegno del Recovery. 

PNRR: il rischio “cattedrali nel deserto” è reale. L’Europa finanzia la costruzione ma non la manutenzione. Ecco perché i costi di gestione rischiano di mandare in dissesto i Comuni italiani.

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L’architettura del Next Generation EU – e, al suo interno, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza italiano – è stata concepita per finanziare investimenti, riforme e transizione, non per assicurare la sostenibilità nel tempo delle opere realizzate. È un dettaglio solo apparentemente tecnico. In realtà, rappresenta una lacuna politica e istituzionale destinata a produrre effetti strutturali sui bilanci pubblici.

Il regolamento europeo privilegia la spesa in conto capitale, scandita da milestone e target, coerente con la natura straordinaria e temporanea del programma varato dall’Unione europea. Non contempla, se non in misura residuale, una copertura stabile dei costi di esercizio e delle manutenzioni – ordinarie e straordinarie – delle infrastrutture finanziate. Si finanzia la costruzione di asili, ospedali di comunità, impianti sportivi, reti digitali, interventi di rigenerazione urbana; non si finanzia la loro gestione lungo l’intero ciclo di vita.

Per l’Italia, principale beneficiaria in valore assoluto, la questione assume dimensioni sistemiche. Una parte rilevante delle opere realizzate graverà sui bilanci di Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni, enti già compressi da vincoli di finanza pubblica e da una dinamica della spesa rigida. L’investimento iniziale è coperto da risorse europee; la gestione pluriennale no. E la gestione comporta costi ricorrenti: personale, energia, assicurazioni, manutenzione tecnica, adeguamenti normativi, aggiornamenti tecnologici. Ogni nuova infrastruttura genera spesa corrente permanente, che si somma a quella esistente, riducendo ulteriormente i margini di manovra.

Dal punto di vista contabile si determina una frattura evidente tra spesa in conto capitale – straordinaria e una tantum – e spesa corrente strutturale, destinata a incidere stabilmente sui documenti programmatici degli enti territoriali. L’assenza di un fondo europeo dedicato alla manutenzione implica che tali oneri debbano essere integralmente assorbiti nei quadri finanziari nazionali e locali. In un contesto di ritorno a regole fiscali più rigorose e di persistente elevato debito pubblico, la combinazione rischia di diventare esplosiva. L’opera viene inaugurata sotto i riflettori; la sua sostenibilità resta confinata nelle pieghe meno visibili del bilancio.

Il rischio è duplice. Da un lato, infrastrutture sotto-utilizzate o progressivamente degradate per carenza di manutenzione, con perdita di valore economico e sociale dell’investimento iniziale e con effetti negativi sulla produttività del capitale pubblico. Dall’altro, la compressione di altre voci di spesa. Se un Comune deve destinare milioni di euro annui alla gestione di nuove strutture, sottrarrà risorse a servizi sociali, cultura, trasporto pubblico locale, manutenzione del patrimonio esistente. In alternativa, potrà ricorrere all’aumento della fiscalità locale – IMU, addizionali IRPEF, tariffe – trasferendo sui cittadini l’onere di un’impostazione regolatoria che ha privilegiato l’annuncio rispetto alla sostenibilità.

In termini semplici, è come piantare alberi in una città e poi non provvedere a innaffiarli negli anni successivi. La piantumazione produce consenso immediato e risultati visibili; la manutenzione è meno appariscente ma decisiva. Senza irrigazione costante, gli alberi si seccano e l’investimento iniziale si disperde. Così rischiano di diventare le opere finanziate dal Recovery: strutture nuove e inaugurate con enfasi, ma prive delle risorse necessarie per restare vive, efficienti e realmente utili alla collettività.

La questione è, in ultima analisi, di coerenza intertemporale delle politiche pubbliche. L’Europa ha mutualizzato il debito per finanziare investimenti, ma ha lasciato agli Stati membri la copertura integrale della spesa corrente futura. In presenza di nuove regole fiscali che impongono percorsi di rientro e contenimento strutturale del deficit, ciò significa scaricare sui livelli nazionali e locali l’intero costo della fase di esercizio. Senza una rigorosa valutazione dei costi di ciclo di vita e senza un meccanismo europeo di accompagnamento finanziario, l’investimento rischia di trasformarsi in una passività implicita destinata a riemergere nei conti pubblici.

Come colmare questa lacuna? Le opzioni sono limitate. La prima consiste nella riallocazione interna della spesa, con tagli selettivi ad altri capitoli. Ma ciò presuppone una revisione profonda della spesa e una capacità amministrativa che storicamente l’Italia fatica a esprimere. La seconda è l’aumento della pressione fiscale, nazionale o locale, con effetti potenzialmente recessivi in un’economia già caratterizzata da elevata imposizione e crescita modesta. La terza è il ricorso sistematico a partenariati pubblico-privati, trasferendo parte dei costi di manutenzione a soggetti privati in cambio di canoni o tariffe: soluzione praticabile, ma non neutrale in termini di equilibrio contrattuale, controllo pubblico e accessibilità dei servizi.

Sullo sfondo emerge una responsabilità politica che non può essere elusa. Un impianto europeo che finanzia l’opera ma non la sua manutenzione riflette una visione episodica dello sviluppo, centrata sull’impatto immediato e sulla contabilizzazione degli obiettivi, meno attenta alla sostenibilità gestionale. Le infrastrutture non sono eventi, sono processi. Senza risorse dedicate alla loro cura, si rischia di costruire un patrimonio formalmente moderno ma finanziariamente fragile.

Il nodo emergerà con evidenza quando i costi di esercizio delle opere PNRR entreranno stabilmente nei bilanci territoriali. Allora sarà chiaro che la vera sostenibilità non è soltanto ambientale o digitale, ma anche finanziaria. E che senza una revisione dell’impianto regolatorio europeo – o senza una strategia nazionale esplicita di copertura strutturale – l’opportunità storica del Recovery potrà trasformarsi in un nuovo vincolo permanente per la finanza pubblica italiana.

Antonio Maria Rinaldi

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