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Petrolio sulle montagne russe: l’apertura a 120 dollari, lo stallo di Hormuz e l’effetto Trump

Giornata di estrema volatilità per il petrolio: il WTI sfiora i 120 dollari per il blocco a Hormuz, ma crolla sotto i 90 dopo l’intervento del G7 e le parole di Trump sulla fine imminente del conflitto con l’Iran.

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Giornata di ordinaria follia per i mercati energetici, in cui il mondo ha trattenuto il fiato per poi tirare un improvviso sospiro di sollievo. Il prezzo del petrolio ha vissuto fluttuazioni che definire estreme è un eufemismo: le quotazioni sono partite intorno ai 90 dollari, sono schizzate fino a sfiorare i 120, per poi crollare nuovamente verso quota 85.

L’apertura dei mercati ha visto i futures sul WTI (West Texas Intermediate) registrare un balzo iniziale del 29%, toccando i livelli più alti dal 2022, ovvero dai giorni immediatamente successivi all’invasione russa in Ucraina. La causa scatenante è da ricercarsi nelle forti limitazioni al traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Con le petroliere che apparivano  impossibilitate a transitare regolarmente, produttori chiave come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq sono stati costretti a iniziare un taglio della produzione, a causa del rapido riempimento delle strutture di stoccaggio. ecco come appariva il grafico del WTI da Tradingeconomics:

Questa interruzione dell’offerta ha immediatamente riacceso i timori di gravi carenze energetiche globali e di una nuova fiammata inflazionistica che andrebbe a colpire duramente l’economia reale,  ma i mercati finanziari, si sa, tendono spesso a reagire d’impulso prima di analizzare i fondamentali, e molta gente era pronta aspeculare su questa crisi.

Il ridimensionamento dei prezzi è avvenuto grazie a una convergenza di fattori stabilizzanti:

  • L’intervento del G7: I ministri delle finanze dei paesi membri hanno dichiarato che il gruppo è “pronto” a rilasciare petrolio dalle riserve strategiche per calmierare i prezzi. Si tratta di un classico, e sempre utile, intervento statale per stabilizzare le fluttuazioni asimmetriche del mercato.
  • Le dichiarazioni di Donald Trump: Il crollo del Brent sotto i 90 dollari al barile è stato innescato dalla reazione dei mercati alle parole di Trump. In un’intervista telefonica a CBS News, ha suggerito che il conflitto tra Stati Uniti e Iran potrebbe presto esaurirsi.
  • La realtà logistica: Nonostante le tensioni geopolitiche, un certo flusso di navi continua comunque a transitare per lo Stretto di Hormuz, riducendo l’impatto del blocco totale temuto inizialmente. Oggi i siti che seguono i segnali delle navi hanno visto navi in fila indiana prima scomparire e poi ricomparire dal nulla. Ovviamente transitavano a transponder spenti.

Trump ha esplicitamente affermato che l’operazione militare è “molto completa” e procede in netto anticipo rispetto alla tabella di marcia iniziale di quattro o cinque settimane. Ha inoltre aggiunto che l’Iran ha, di fatto, perso la propria marina, le reti di comunicazione e l’aviazione.

Queste rassicurazioni hanno calmato le acque dopo una settimana in cui il greggio era salito di circa il 35%, segnando il più grande incremento settimanale nel trading dei futures dall’inizio delle rilevazioni nel 1983. L’azionario statunitense ha risposto con un rimbalzo: l’S&P 500 e il Nasdaq Composite sono saliti entrambi di oltre l’1% dopo le perdite iniziali, poiché gli investitori scommettono contro un’ulteriore escalation. Resta da vedere come si evolverà la situazione nei prossimi giorni in un mondo che, oggi più che mai, dipende dal sottilissimo equilibrio di queste dinamiche internazionali.

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