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Petrolio incerto: Teheran e Washington si parlano (forse), e il WTI balla
Teheran conferma i colloqui in Oman e il greggio frena la corsa. Ma tra agende opposte e una Federal Reserve rigida, il mercato resta sul filo del rasoio.

Il mercato dell’energia continua il suo eterno ballo dell’incertezza, stretto tra i venti di guerra (o di pace?) in Medio Oriente e il rigore monetario della Federal Reserve.
Se c’è una cosa che i mercati detestano più delle tasse, è l’incertezza. Eppure, nelle ultime 48 ore, il petrolio ha offerto agli operatori un vero e proprio manuale di volatilità schizofrenica. Dopo aver illuso i rialzisti con due giorni di guadagni, il West Texas Intermediate (WTI) ha fatto marcia indietro, scambiando oltre ai 64 dollari al barile durante la sessione asiatica di giovedì. Ecco il relativo grafico:
Il motivo? Il solito, estenuante “tira e molla” diplomatico. Dopo voci incontrollate su un possibile fallimento dei negoziati, Teheran ha confermato ufficialmente: venerdì si terranno colloqui con gli Stati Uniti in Oman. Una notizia che ha immediatamente sgonfiato il “premio di rischio” geopolitico, allontanando (per ora) lo spettro di un conflitto allargato capace di bloccare le forniture dal Golfo.
Il dialogo tra sordi (o quasi)
La situazione, tuttavia, è ben lungi dall’essere risolta. Sebbene il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e i funzionari della Casa Bianca abbiano confermato l’incontro, le agende delle due parti sembrano viaggiare su binari paralleli che difficilmente si incontreranno all’orizzonte.
Ecco la sintesi delle posizioni, che spiega la cautela degli operatori:
| Attore | Obiettivo dichiarato del tavolo in Oman |
| Iran (Teheran) | Limitare la discussione esclusivamente al programma nucleare, cercando di alleggerire le sanzioni. |
| Stati Uniti (Washington) | Allargare il campo a tutto: missili balistici, milizie regionali e diritti umani. |
È evidente che con premesse così distanti, il rischio di un nulla di fatto è elevato. Gli USa non sembrano disposti ad accettare colloqui che limitino, in teoria, l’arricchimento dell’uranio, lasciando poi mano libera sui missili e sulla repressione, anche perché le operazioni sui materiali radioattive sono difficilmente controllabili in profondità.
. Il mercato ha venduto sulla notizia del “dialogo confermato”, ma resta vigile sul potenziale fallimento dello stesso.
Il fattore Dollaro e la “Falco” Lisa Cook
Non è solo la geopolitica a tenere bassi i prezzi del greggio. A pesare sul barile, denominato in biglietti verdi, c’è un Dollaro USA (USD) rinvigorito dalle prospettive di una Federal Reserve che non ha alcuna fretta di tagliare i tassi.
Le dichiarazioni della Governatrice della Fed, Lisa Cook, sono state una doccia fredda per chi sperava in denaro facile a breve. Cook è stata chiara: non sosterrà ulteriori allentamenti monetari senza prove inconfutabili che l’inflazione si stia raffreddando. Il timore di una “disinflazione in stallo” sta spingendo il Dollaro verso l’alto, rendendo il petrolio più costoso per chi detiene altre valute e deprimendone, di conseguenza, la domanda.
Il paradosso delle scorte EIA
In un contesto normale, i dati rilasciati dall’Energy Information Administration (EIA) avrebbero dovuto far saltare i tappi di champagne ai trader rialzisti.
Le scorte di greggio USA sono crollate di 3,455 milioni di barili la scorsa settimana, una cifra ben superiore ai 2 milioni previsti dagli analisti. Il calo è stato causato in gran parte dalle tempeste invernali che hanno interrotto l’offerta.
Eppure, il mercato ha scrollato le spalle. La combinazione di un Dollaro forte e la speranza (o l’illusione) di una distensione in Medio Oriente hanno avuto la meglio sui fondamentali fisici della domanda e dell’offerta americana.
Siamo in una fase di attesa. Se venerdì dall’Oman uscirà fumo nero, preparatevi a rivedere il WTI correre; se invece prevarrà la linea del dialogo, la macroeconomia e i tassi alti torneranno a dettare legge, tenendo il barile ancorato al basso.










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