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Petrolio alle stelle ma i produttori svendono: la trappola dei noli marittimi e la rotta verso i 140 dollar

I noli navali alle stelle portano il greggio a 140 dollari in Asia: i paesi produttori tagliano i prezzi alla fonte mentre l’India strappa carichi preziosi alla Cina.

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La vera crisi energetica oggi non si combatte sui pozzi, ma sulle rotte marittime. Con i costi di trasporto navale schizzati a livelli mai visti, il greggio consegnato in Asia sta toccando la soglia proibitiva dei 140 dollari al barile. I raffinatori cinesi hanno tirato il freno a mano sugli ordini, costringendo i grandi esportatori a una scelta disperata: tagliare drasticamente i listini alla fonte o farsi carico di spese di trasporto colossali pur di non restare con i barili invenduti nei depositi.

Il Medio Oriente si trova nell’occhio del ciclone. Dopo la fine della tregua tra Stati Uniti e Iran alla fine dell’estate, le tariffe per noleggiare una superpetroliera (VLCC) dal Golfo Persico verso la Cina sono esplose. Se prima della crisi navigare quella rotta costava circa 4 dollari al barile, a fine settembre il conto ha toccato i 33 dollari.

L’impatto sui consumatori asiatici è pesantissimo. Il greggio scaricato nei porti cinesi sfiora ormai i 140 dollari al barile, mentre per Giappone e Corea del Sud ha raggiunto addirittura i 145 dollari. Nemmeno circumnavigare lo stretto di Hormuz offre sollievo: i carichi sauditi in partenza dal porto di Yanbu, sul Mar Rosso, hanno visto le tariffe balzare da 6-7 dollari a 28 dollari al barile a causa degli attacchi Houthi a Bab el-Mandeb. Il risultato? I volumi in uscita da Yanbu si sono dimezzati, scendendo a 1,6-1,8 milioni di barili al giorno.  Parliamo di vero prezzo del petrolio sulle navi, non del prezzo future Brent, ma piuttosto del prezzo a consegna in Cina. Ecco una tabella che mostra l’andamento dei prezzi:

Prezzi del petrolio destinato alla Cina

I numeri della crisi: costi di trasporto e prezzi alla consegna

Tratta / OrigineCosto del Nolo ($/barile)Prezzo Sbarcato ($/barile)Situazione e Impatto
Golfo Persico – Cina (VLCC)33~140Balzo vertiginoso rispetto ai 4 $ pre-crisi
Golfo Persico – Giappone/Corea>33~145Livelli insostenibili per le raffinerie
Yanbu (Mar Rosso) – Cina28~140Carichi dimezzati per gli attacchi Houthi
Brasile (Tupi) – Cina~36~140Export bloccato verso Pechino, rotta su Nuova Delhi
Africa Occidentale – Cina~34–Spedizione 9 $ più cara rispetto alla tratta per l’India
Canada (TMX) – Asia (Aframax)~30–Anche le navi più piccole subiscono rincari record

Per evitare la paralisi, Saudi Aramco ha introdotto uno sconto di 5 dollari al barile sulla qualità Arab Light per le consegne di novembre rispetto al benchmark Oman/Dubai. Serve ad assorbire parte dei 10-15 dollari a barile necessari per spostare il petrolio fuori da Hormuz tramite trasbordi da nave a nave (STS) al largo dell’Oman.

Le raffinerie asiatiche, però, rifiutano di inviare le proprie navi nel Golfo. Riad ha quindi iniziato a bloccare i prezzi con carichi fissati a due mesi di distanza, scommettendo su un calo futuro dei trasporti. Se i noli resteranno a questi livelli, il margine saudita rischia di svanire del tutto. A salvare parzialmente la cassa di Riad resta la compagnia marittima statale Bahri (partecipata al 20% da Aramco), i cui incassi sui trasporti compensano i sacrifici sul prezzo del greggio.

La crisi sta ridisegnando i flussi internazionali a favore dell’India. Portare un barile dal Brasile o dall’Africa Occidentale in Cina costa tra i 34 e i 36 dollari, mentre la rotta verso le coste indiane è più corta e costa 9 dollari in meno. Venditori brasiliani e africani stanno quindi dirottando le petroliere verso Nuova Delhi: le importazioni indiane dall’Angola sono schizzate da 35.000 barili al giorno a settembre a ben 315.000 a ottobre, a cui si aggiungono carichi in arrivo da Gabon e Congo.

A far saltare i bilanci sono anche due spese colossali spesso ignorate:

  • Polizze assicurative contro i rischi di guerra: balzate al 7-8% del valore dello scafo, traducendosi in una stangata tra i 9 e i 10 milioni di dollari a viaggio (pari a 4-5 dollari in più su ogni singolo barile).
  • Penali per ritardo nei porti (demurrage): salite a 1 milione di dollari al giorno per una singola superpetroliera (circa 0,50 dollari al barile per ogni giorno di attesa), a causa degli attacchi di droni iraniani e dei rallentamenti operativi.

In questo scenario, la Russia vede sfumare il premio sul greggio Urals, sceso da +8 dollari a livello pari rispetto al Dated Brent, cioè al prezzo di tutto l’altro petrolio imbarcato. comunque superiore al Brent ordinario, mentre le raffinerie di Stato cinesi hanno blindato in anticipo le forniture di greggio ESPO del Pacifico, evitando le rotte a lungo raggio.

La dura realtà economica si riassume semplicemente: possedere petrolio non basta se trasportarlo costa quanto il greggio stesso. Oggi sul mercato vince chi garantisce consegne vicine, rapide e con costi di sbarco prevedibili, il tutto reso però difficile e costoso dal conflitto che si combatte nel Golfo Persico e in cui sono spesso coinvolte le petroliere.

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