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PERCHE’ E’ STATO IL GOVERNO RENZI A DISTRUGGERE IL FTSE MIB di Luigi Luccarini.

 

(figura 1)

Il nostro indice FTSE, come noto, non è considerato troppo significativo dello stato dell’economia italiana.

Un po’ per la sua composizione, ricca soprattutto di società finanziarie, che nel caso di “onde” di ribasso scontano anche svalutazioni di portafoglio (in questo periodo accentuate dal calo dei prezzi del BTP) e così aumentano in genere l’ampiezza del calo dei prezzi.

Un po’ perché da tempo il mercato italiano appare decisamente “sottopesato” dai grandi investitori istituzionali, che evidentemente non gli hanno mai riconosciuto una prospettiva di rialzo di tipo ciclico o addirittura superciclico.

E’ un indice, perciò, che da tempo si muove, per l’appunto, a “onde”, a partire d quella che si è sviluppata all’inizio del 2009, dopo la crisi dei subprime lo aveva portato a toccare un minimo a 15200 punti.

Di gran lunga superiore a quel “superminimo” fatto registrare a metà 2012 (Governo Monti, eredità del Governo Berlusconi) quando il FTSE arrivò a rompere al ribasso il valore 13000, per poi rimbalzare e dare vita ad un poderoso rialzo che lo portò quasi al raddoppio di valore, raggiunto a metà del 2015, prima che il Governo Renzi lo facesse di nuovo affondare. Durante un anno che provocò perdite che arrivarono a sfiorare il 40%, prima che si sviluppasse l’ultima “onda” di rialzo che prese corpo dopo le sue dimissioni.

L’attuale situazione dell’indice sembra ora suggerire la possibile formazione di un nuovo minimo, estensibile intorno quota 18400, da cui il mercato potrebbe anche tentare un nuovo rimbalzo, ancheabbastanza significativo.

Anzi DEVE se non vuole violare al ribasso la trendline moderatamente rialzista, “ciclica” perché unisce due minimi significativi (quello del 2012 e quello del 2016).

Ma anche se il FTSE dovesse rimbalzare con energia, non bisogna farsi troppe illusioni, perché in realtà il problema della nostra Borsa è diventato ormai strutturale.

Ed Il perché lo iniziamo a vedere proprio dalla figura 1.

La discesa attuale dei valori azionari non è accompagnata da volumi significativi, né da un’accentuata volatilità dei prezzi (misurata dall’indicatore ATR).

Sembra in effetti più che altro dovuta alla sua correlazione con l’andamento del DAX tedesco, che in quanto indice di riferimento di tute le borse europee, è in grado di trascinarle al ribasso per forza inerziale, come si vede abbastanza chiaramente dal grafico in figura 2.