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Ormai il potere logora chi ce l’ha

Il celebre aforisma di Andreotti si è ribaltato: nell’Europa dei vincoli UE e della burocrazia sovranazionale, governare è diventato un fattore di logoramento accelerato, svuotando di significato il voto popolare.

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Il celebre aforisma attribuito a Giulio Andreotti – “il potere logora chi non ce l’ha” – ha rappresentato per decenni una chiave interpretativa efficace della dinamica politica della Prima Repubblica. In quel contesto, il potere era non solo formalmente detenuto, ma sostanzialmente esercitato: complesso, negoziale, spesso instabile, ma comunque capace di produrre decisioni. Governare significava assumersi la responsabilità di scelte concrete, mediare interessi divergenti e tradurre il consenso politico in indirizzi operativi. Anche in presenza di coalizioni eterogenee, la sintesi – la celebre “quadra” – veniva quasi sempre raggiunta, consentendo agli esecutivi di orientare in modo recognoscibile le politiche economiche, industriali e sociali.

Oggi quel paradigma risulta radicalmente mutato, fino a rovesciarsi. Non è più il potere a logorare chi ne è privo, ma chi formalmente lo esercita. La ragione è strutturale: sono profondamente cambiati i perimetri entro cui il potere politico può dispiegarsi. Il progressivo trasferimento di sovranità verso l’Unione Europea – attraverso regole fiscali, parametri macroeconomici, vincoli regolatori e indirizzi di policy – ha ridefinito il ruolo dei governi nazionali, sempre più configurati come esecutori di decisioni assunte in sedi sovranazionali.

In tale contesto, si determina una crescente divaricazione tra titolarità formale del potere e sua effettiva capacità di esercizio. Le decisioni strategiche maturano in ambiti tecnocratici e intergovernativi spesso poco trasparenti, mentre agli esecutivi nazionali spetta prevalentemente il compito di implementazione. Ne deriva una torsione del principio democratico: la responsabilità politica resta in capo ai governi eletti, ma gli strumenti per incidere realmente sulle scelte fondamentali risultano fortemente compressi.

Questo fenomeno non è peculiare al caso italiano, ma attraversa l’intero spazio europeo. In Germania, la crescente difficoltà nel costruire coalizioni coerenti riflette non solo la frammentazione del quadro politico interno, ma anche i limiti imposti da un contesto regolatorio sovranazionale stringente. In Francia, le tensioni sociali ricorrenti e il ricorso a strumenti istituzionali eccezionali segnalano una frizione tra mandato democratico e vincoli sistemici. In Spagna, l’instabilità governativa e la fragilità delle maggioranze parlamentari testimoniano analoghe difficoltà di traduzione politica del consenso elettorale. Anche nei Paesi nordici, tradizionalmente caratterizzati da elevata stabilità istituzionale, emergono segnali di progressivo irrigidimento decisionale.

È paradossale che chiunque acceda al governo in Europa, anche a seguito di un mandato elettorale ampio e inequivocabile, si trovi nell’impossibilità di attuare pienamente il proprio programma, in quanto vincolato da un complesso di regole e indirizzi sovranazionali che ne delimitano rigidamente l’azione. Il paradosso si estende ulteriormente al ruolo delle opposizioni: queste, consapevoli dell’inevitabile scarto tra promesse elettorali e risultati concreti, non sono incentivate a costruire un’alternativa programmatica robusta, potendo invece confidare nel logoramento automatico del governo in carica. In tal modo, la competizione democratica si impoverisce, trasformandosi in una dinamica attendista, nella quale è sufficiente attendere il fallimento altrui per ottenere consenso. Con l’ulteriore implicazione che, una volta al governo, le stesse forze politiche si troveranno intrappolate nei medesimi vincoli, perpetuando un circolo vizioso di impotenza decisionale.

La conseguenza più rilevante è una progressiva crisi di legittimazione dei sistemi democratici europei. I cittadini percepiscono con crescente chiarezza la riduzione dell’efficacia del voto quale strumento di indirizzo politico. I governi, a loro volta, risultano esposti a una duplice pressione: da un lato, le aspettative degli elettori; dall’altro, i vincoli esterni che ne limitano l’azione. Questo squilibrio alimenta instabilità, accorcia l’orizzonte degli esecutivi e favorisce la formazione di coalizioni eterogenee, spesso prive di coerenza strategica.

In tale scenario, l’intuizione andreottiana appare non solo superata, ma invertita nel suo significato originario. Il potere, lungi dal rappresentare una leva di azione, diventa un fattore di logoramento per chi lo detiene, poiché ne mette in luce i limiti strutturali e l’incapacità di rispondere pienamente al mandato ricevuto. Si assiste così a una trasformazione profonda della funzione politica: da ambito della decisione sovrana a spazio di amministrazione condizionata.

Da questa analisi emerge una questione di fondo che interroga direttamente la qualità della democrazia europea. Se i cittadini esprimono attraverso il voto un orientamento politico preciso, è compatibile con i principi democratici che tale volontà venga sistematicamente ridimensionata da un livello decisionale sovraordinato non direttamente riconducibile al suffragio popolare?

Chi esercita, in ultima istanza, il potere in Europa? I governi nazionali legittimati dal voto, oppure un’articolata architettura tecnocratica e burocratica che opera al di sopra di essi, definendo i confini delle politiche possibili?

E soprattutto: fino a quando i cittadini europei accetteranno questa crescente disconnessione tra rappresentanza e decisione, tra legittimazione democratica e capacità effettiva di governo?

Antonio Maria Rinaldi

Antonio Maria Rinaldi è stato direttore generale di SOFID,  capogruppo finanziaria di ENI e presidente di Trevi Holding, oltre che Professore di Finanza aziendale presso l’Università di Pescara e di Politica Economica presso la Link University. Europarlamentare dal 2019 al 2024.

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