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Operazione Ajax 2.0: Trump, la CIA e il possibile ritorno dei Pahlavi a Teheran. La storia si ripeterà?
Oltre 2000 morti nelle proteste in Iran: Trump promette aiuto e Reza Pahlavi si prepara al ritorno. Analogie e rischi di una nuova “Operazione Ajax” a 70 anni dal golpe che cambiò la storia del Medio Oriente.

La storia non si ripete mai uguale a se stessa, diceva qualcuno, ma spesso fa rima. E la rima che risuona oggi tra Washington e Teheran ha un suono metallico, inquietante, che ricorda molto il 1953. Mentre il regime iraniano reprime nel sangue le proteste civili – si parla di migliaia di morti in due settimane secondo fonti interne citate dalla Reuters – alla Casa Bianca Donald Trump sembra sfogliare i vecchi manuali della CIA.
Il Presidente USA ha dichiarato senza mezzi termini che gli Stati Uniti sono “pronti a partire” per soccorrere i manifestanti iraniani. “Aiuto in arrivo”, ha twittato Trump, cancellando ogni incontro diplomatico finché non cesserà l’insensata uccisione dei civili. Ma dietro la retorica della libertà, si staglia l’ombra di un’operazione di regime change che potrebbe riportare un Pahlavi sul Trono del Pavone. Di nuovo.
I fatti: Trump e il “Principe in esilio”
La situazione è incandescente. Trump ha esplicitamente invitato i “patrioti iraniani” a riprendersi le istituzioni, promettendo che i responsabili delle violenze pagheranno un prezzo altissimo. Nel frattempo, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià e residente negli USA dal 1978, scalda i motori per un possibile ritorno trionfale.
Sulle strade iraniane, tra il fumo dei lacrimogeni, lo slogan “Pahlavi ritornerà” ha ripreso a circolare. Se ciò accadesse grazie a un intervento americano, saremmo di fronte a un caso da manuale di corsi e ricorsi storici: la seconda volta che un discendente della dinastia Pahlavi torna al potere grazie a un colpo di mano sponsorizzato dall’Occidente. E, guarda caso, anche questa volta gli interessi petroliferi non sono un dettaglio marginale.

Manifestazioni in Iran
Il precedente: l’Operazione Ajax del 1953
Per capire il presente, bisogna riavvolgere il nastro di oltre settant’anni. All’epoca, Washington e Londra vedevano il Medio Oriente come una scacchiera vitale contro l’Unione Sovietica.
Nell’aprile 1951, Mohammad Mosaddegh divenne Primo Ministro dell’Iran. Nazionalista e popolare, colto, commise il “peccato originale” agli occhi dell’Occidente: nazionalizzò l’industria petrolifera, estromettendo la potente Anglo-Iranian Oil Company (AIOC, l’antenata della BP). La reazione fu immediata e brutale:
- Embargo economico: Londra bloccò le esportazioni di acciaio e merci verso l’Iran, soffocandone l’economia. Erano altri tempi, in cui Londra aveva ancora un peso industriale.
- Pressione militare: Manovre navali nel Golfo Persico.
- Intervento segreto: Quando divenne chiaro che Teheran non avrebbe ceduto, gli inglesi chiesero aiuto agli americani.
Nel 1953 scattò l’Operazione Ajax. La CIA e l’MI6 non badarono a spese: finanziarono agenti provocatori, pagarono proteste di piazza, corruppero ufficiali dell’esercito e leader religiosi. L’obiettivo era creare il caos sufficiente per giustificare un intervento militare interno.
Funzionò? Sì, ma con fatica. Lo Scià Mohammad Reza Pahlavi (il padre dell’attuale pretendente) fuggì inizialmente a Roma – un esilio dorato in Via Veneto – mentre a Teheran si scatenava l’inferno. Il 19 agosto 1953, fazioni dell’esercito leali allo Scià, supportate dai conservatori, rovesciarono Mosaddegh. Il Primo Ministro eletto finì agli arresti (e poi all’ergastolo domiciliare), lo Scià tornò sul trono e, “miracolosamente”, i pozzi di petrolio si aprirono non più solo agli inglesi, ma a un consorzio di cinque compagnie americane.
Le conseguenze inattese
L’operazione fu un successo tattico per Eisenhower, ma un disastro strategico a lungo termine. Reinstallando un monarca percepito come un fantoccio dell’Occidente, gli USA posero le basi per:
- L’odio viscerale anti-americano che covò sotto la cenere per 26 anni.
- La Rivoluzione Islamica del 1979, che spazzò via lo Scià.
- La trasformazione dell’Iran da alleato a spina nel fianco dell’Occidente, spingendolo infine tra le braccia di Russia e Cina.
Oggi come allora?
Oggi la CIA potrebbe tentare un “Ajax 2.0”? Le condizioni sono diverse, ma la tentazione è forte. L’Iran è economicamente in ginocchio, il dissenso interno è ai massimi storici e c’è una figura pronta a subentrare, Reza Pahlavi Jr., ben visto a Washington.
Tuttavia, Trump e i suoi consiglieri dovrebbero ricordare la lezione del 1953: le ingerenze esterne, anche quando riescono nel breve termine, tendono a produrre risultati opposti nel lungo periodo. Sostituire un regime teocratico con uno imposto dall’estero potrebbe non portare la stabilità desiderata, ma solo un nuovo ciclo di risentimento.
Un conto è aiutare un movimento già presente, un conto è formare un colpo di stato da zero. Inoltre l’attuale governo degli ayatollah è molto più spietato di quello di Mosaddegh degli anni 50. Come si può vedere la repressione avrebbe ben pochi limiti e potrebbe risolversi, molto rapidamente, in un massacro.
Inoltre il petrolio iraniano non è più importante come lo era negli anni cinquanta. Ora vi sono molte fonti alternative, Teheran è importante negli euqilibri mediorientali, non più per l’economia occidentale, che l’ha tagliata fuori da tempo. La situazione è diversa, anche se non meno drammatica.
Domande e risposte
È possibile un nuovo colpo di stato organizzato dalla CIA in Iran oggi? Sebbene le capacità di intelligence e guerra ibrida degli USA siano avanzate, il contesto è più complesso rispetto al 1953. Il regime iraniano attuale possiede un apparato di sicurezza pervasivo (i Pasdaran) creato proprio per prevenire golpe interni. Tuttavia, il malcontento popolare è reale e diffuso. Un’azione “coperta” potrebbe sfruttare queste fratture, ma un successo rapido come l’Operazione Ajax è tutt’altro che garantito e comporterebbe rischi enormi di escalation regionale.
Chi è Reza Pahlavi e perché è importante ora? Reza Pahlavi è il figlio maggiore dell’ultimo Scià di Persia, deposto nel 1979. Vive in esilio negli Stati Uniti ed è una figura di riferimento per parte dell’opposizione iraniana all’estero e per i nostalgici della monarchia in patria. La sua importanza risiede nel suo potenziale ruolo unificante e nella sua accettabilità per l’Occidente. Il suo ritorno segnerebbe un ripristino simbolico dello status quo ante-1979, favorevole agli interessi geopolitici americani.
Quali furono le conseguenze a lungo termine del golpe del 1953? Il colpo di stato del 1953 è considerato la radice dell’anti-americanismo in Iran. Rimuovendo un leader nazionalista democraticamente eletto (Mosaddegh) per proteggere interessi petroliferi, gli USA distrussero la loro reputazione presso la popolazione iraniana. Questo risentimento delegittimò lo Scià, visto come un burattino, e alimentò le forze che portarono alla Rivoluzione Islamica del 1979, trasformando l’Iran da alleato strategico a principale avversario degli USA nel Medio Oriente.









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