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OBAMA E LO STATO ISLAMICO

Lo Stato Islamico è una tigre. Non quella vera, col mantello giallo e nero, che uccide solo per sopravvivere. È una tigre nel senso della leggenda, perché pericoloso, aggressivo e crudele. Ma Mao Tse Tung, tanti anni fa, introdusse l’immagine di “tigre di carta”. E parlava degli Stati Uniti, nientemeno. Dunque bisogna chiedersi: lo stato islamico è una tigre della Malesia o una tigre di carta?
Fino ad oggi ha avuto successo in due direzioni: una militare, nel senso che ha sottratto territori alla Siria e all’Iraq, e una d’immagine, a forza di atrocità. Ciò lo ha fatto apparire più forte di quello che è. Per quel che se ne sa, l’esercito di questo famoso “Stato” assetato di conquista è composto soprattutto di fanti armati di armi leggere e di esplosivi. Niente carri armati, per esempio. Poca artiglieria, se c’è. Di aviazione, neanche parlarne. Prova ne sia che – è notizia di ieri – l’attacco vincente alla città di Palmira, in Siria, è stato portato con trenta auto-bomba guidate da kamikaze. Come disse un generale francese, osservando da lontano la carica della Light Brigade (che si faceva massacrare) a Balaclava: “C’est très joli, mais ce n’est pas la guerre” “Tutto ciò è carino, ma non è la guerra”. E sarebbe stato d’accordo con lui il generale Patton, che avvertiva i suoi soldati: “Voi non siete qui per morire per la vostra Patria, voi siete qui per far sì che i figli di puttana dell’altra parte muoiano, loro, per la loro Patria!” Insomma la guerra non si fa con gli atti di eroismo o con le auto-bomba, che a momenti si possono fermare con un cartello di divieto d’accesso: si fa avendo i mezzi per farla.
E tuttavia, lo Stato Islamico suscita tanto orrore e fa tanta paura, che un’amica, di solito realista e intelligente, si indignava: “Ma che fa Obama? Che politica è la sua? Perché non schiaccia questi straccioni assassini?”
Bella domanda, come dicono coloro che intanto non sanno che cosa rispondere. Infatti qualunque risposta sensata richiede una conoscenza approfondita di quel tormentato scacchiere. Qui, praticamente al primo esame, si scopre quanto intricate siano le indicazioni e le controindicazioni di qualunque azione e di qualunque alleanza. Si è al punto che non si possono identificare facilmente i buoni e i cattivi. E gli Stati Uniti si sono addirittura, alleati – se non politicamente, certo nell’azione – con l’Iran contro lo Stato Islamico in Iraq, e con l’Arabia Saudita contro l’Iran, nello Yemen. Ma il tutto senza troppo apparire e senza impegnarsi seriamente. E allora torna valida la domanda di quella signora: “Che fa Obama?”
La risposta non è difficilissima: trae le conclusioni dagli impegni che gli States hanno assunto nel Vietnam del Sud, in Afghanistan e in Iraq. Dopo tante spese e tanti morti, i risultati non sono stati esaltanti. Dunque gli americani ne hanno abbastanza di bare coperte dalla bandiera a stelle e strisce, e di pagare le tasse per gli impegni militari. Così si è passati da una politica imperiale di interventismo a una politica – naturalmente sempre imperiale – ma di isolazionismo. Niente più “boots” (stivali) americani su territori lontani, al massimo una politica fatta di alleanze, di diplomazia, e soprattutto del tentativo di far sì che siano gli interessati locali a risolvere i loro problemi. Washington, sempre senza pagare prezzi troppo alti, può favorire, se non il migliore fra i contendenti, dal punto di vista morale, quello il cui successo è nel suo interesse geopolitico. E così, da anni in cui gli Stati Uniti sono stati criticati per la loro invadenza, siamo passati agli anni in cui gli Stati Uniti sono criticati per la loro inerzia.
C’è ancora da citare un particolare sapido. È vero, l’esercito americano spazzerebbe via questo tonitruante Stato Islamico in qualche giorno, forse in qualche ora, se ne bastarono cento per Saddam Hussein. Ma – mancando un loro preciso interesse – gli Stati Uniti dovrebbero farlo per motivi ideali. Ne vale la pena? Non si può dimenticare che quando (e se) lo hanno fatto in passato, a questi motivi ideali non ha mai creduto nessuno. E nessuno ha mai detto grazie per l’impegno in dollari e sangue di Washington. Dunque, con quale coraggio gli europei potrebbero chiedere ancora questi sacrifici? E poi, secondo l’attuale dottrina di Obama, i primi che devono attivarsi, in ogni teatro di scontri politico-militari, sono i Paesi che dal problema possono trarre grandi vantaggi o subire grandi svantaggi. Dunque, se lo Stato Islamico rappresenta un pericolo per gli Stati del Medio Oriente, che siano in primo luogo loro, ad attivarsi. Se poi quello Stato di fanatici rappresenta un pericolo per l’Europa, che sia l’Europa ad attivarsi, ben prima degli Stati Uniti. E se non si attiva, è segno che o lo Stato Islamico non rappresenta un serio pericolo – se non per la sensibilità delle persone per bene – oppure che il Vecchio Continente, questa gloriosa propaggine occidentale dell’Eurasia che tanto ha battagliato in passato, ha oggi paura di veder tornare in Patria anche una sola bara coperta dalla bandiera.
Dunque, non: “Che fa Obama?” Ma: “Che facciamo, noi?”
Gianni Pardo giannipardo@libero.it
23 maggio 2015

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