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” Non confondiamo causa ed effetto!” di R. SALOMONE-MEGNA

L’Italia è stata sempre un paese sui generis.

E’ stata indiscussa terra natia di santi, di artisti e di navigatori, gente che ha contribuito a foggiare ed a forgiare la civiltà occidentale così come la conosciamo oggi, assieme ovviamente al pensiero raziocinante dei filosofi greci.

Questo per lo passato, ora non più.

Gli italiani, succubi del “politicamente corretto”, che è quanto di più antidemocratico e fascista ci possa essere, hanno smarrito l’antica sagacia, il vivo acume e sono diventati dei sempliciotti imbelli.

Dimentichi del “ felix qui potuit rerum cognoscere causas “ di virgiliana memoria, degli accadimenti che li coinvolgono valutano solo gli effetti finali, senza mai sottoporre ad attenta disamina le cause che li hanno prodotti.

Viene indicata loro la luna e si soffermano, invece, alla punta del dito.

E questo non fa scandalo, anzi è ritenuto assolutamente normale, purchè si resti nell’alveo del pensiero maistream.

Il pensiero critico è sempre più ostracizzato, a meno che non sia critico nei confronti di chi è critico. Vera e propria situazione orwelliana questa.

Sembrerebbe un gioco di parole, ma tale non è.

E’ purtroppo una tragedia.

Durante lo stalinismo, ad esempio, non esistevano ufficialmente uccisioni di bambini, poiché in Paradiso, come era allora ritenuta l’URSS non si commettono delitti, così oggi l’Unione Europea non può essere criticata, poiché massima espressione della dottrina iperliberista e pertanto in re ipsa perfetta.

Eclatante il dibattito sull’accoglienza dei migranti, che tanto imperversa nell’agone politico.

Tutti si soffermano sulla questione “accoglienza sì”, “accoglienza no”, ma nessuno sulle cause che hanno determinato una migrazione biblica.

La domanda da porsi, invece, sarebbe: chi ha creato tali condizioni e perché?

Come mai milioni di uomini abbandonano territori, anche ricchissimi di risorse, per una vita spesso di stenti ed ai margini della legalità, che può anche sconfinare in autentica schiavitù?

Cui prodest, che non sia il cattivissimo di turno, il terribile signore  della guerra locale?

Eppure nessuno conduce una analisi critica, che dovrebbe essere invece prodromica e che sarebbe di certo dirimente per la risoluzione del problema.

Altro esempio è la vicenda che ha colpito la docente d’italiano prof.ssa Rosa Maria Dell’Aria, sospesa dall’insegnamento e quindi dallo stipendio per due settimane, a seguito di ispezione disposta dall’ufficio scolastico regionale di Palermo, a cagione della diffusione di un lavoro effettuato dai suoi allievi della II E dell’istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III di Palermo.

Non mi soffermo a giudicare il video diffuso dagli allievi, se esso sia giusto o sbagliato, poiché la vera questione non è questa.

La domanda da porsi è un’altra: come viene oggi tutelata la libertà d’insegnamento ex art. 33 della Carta Costituzionale?

Negli anni dell’autonomia, del preside manager, del contratto formativo con le famiglie, del Pof, del Ptof, solo pochi avveduti si sono accorti che la libertà d’insegnamento viene pesantemente conculcata.

Non dobbiamo andare troppo indietro, ma sino al 1999 competente per le sanzioni disciplinari dei docenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado era il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, organo costituito da docenti, individuati mediante consultazione nazionale, che avevano il compito di giudicare altri docenti, così come i magistrati hanno il Consiglio Superiore della Magistratura per giudicare altri magistrati.

Il C.N.P.I. istituito con DPR 416/74 fu depotenziato dal grande riformatore scolastico Luigi Berlinguer, che con il DPR 233/99 tolse al C.N.P.I .le competenze disciplinari.

Purtroppo la tutela della professione docente continuò ad essere sistematicamente erosa.

In questo “cupio dissolvi”, che ha accomunato i governi di centro sinistra e di centro destra, si è arrivati alla situazione attuale.

Un docente può essere sospeso sino a dieci giorni dal dirigente scolastico, caso unico nella pubblica amministrazione!

In materia disciplinare, grazie ad un altro grande riformatore quale fu il ministro Brunetta, politico di alta levatura, il dirigente scolastico ha le prerogative civilistiche dell’imprenditore privato e risponde del proprio operato solo per dolo o colpa grave e quindi mai.

Dunque, non c’è un giudizio terzo, poiché inquirenti e giudicanti sono le stesse persone.

Per sanzioni di entità maggiore è competente esclusivamente l’ufficio scolastico regionale e la qual cosa non ci rende affatto tranquilli, soprattutto se si realizzasse l’autonomia differenziata, perché sarà costituito da dipendenti di nomina regionale.

Così viene uccisa una democrazia, un passettino alla volta, anche dichiarando che i docenti avevano degli inaccettabili privilegi, salvo poi verificare, come nel caso palermitano, che privilegi non esistevano, ma c’era la tutela della funzione docente come da diritto costituzionale.

E quanti oggi giustamente manifestano per esternare la propria solidarietà alla docente, cosa certamente giusta ed opportuna, illo tempore furono molto distratti e non dissero nulla sulle modifiche che hanno consentito ad oscuri burocrati presso gli uffici regionali del ministero, pur non essendo docenti, di intervenire su questioni afferenti la libertà di insegnamento.

Concludo ricordando molto mestamente che perfino durante il ventennio fascista l’aspetto disciplinare dell’insegnamento era affrontato in maniera molto più accorta.

Infatti con l’avvento del regolamento di cui al R.D.L. n. 2163 del 21 novembre 1938, il consiglio di disciplina era integrato, per garantire la terzietà del giudizio, con un magistrato dell’ordine giudiziario, di grado non inferiore al settimo, designato dal presidente del Tribunale del capoluogo della provincia.

Cosa dire: se qualcuno vi indica la luna, non soffermatevi alla punta del dito!


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